17 Febbraio Feb 2019 0712 17 febbraio 2019

Che cos’è l’amore? Ce lo spiega Roland Barthes

Dimenticate San Valentino e i cioccolatini. E leggetevi cosa dice del miracolo dell’amore il celebre semiologo francese, autore dei “Frammenti di un discorso amoroso”, in un estratto pubblicato nell’antologia de Il Saggiatore “Cento pagine d’amore”

Amore Linkiesta
Immagine con licenza Pixabay.com

Appassionato, sofferto, sublime, impossibile, tormentato, mistico, incondizionato, tenero e straziante: in letteratura l’amore è stato declinato in tutte le sue forme, sempre liriche e intense, raggiungendo vette indimenticabili. Il Saggiatore ha raccolto in queste pagine oltre cento citazioni che spiegano il sentimento che muove il mondo attraverso la voce dei grandi protagonisti della storia della letteratura: da Emily Dickinson a Oscar Wilde, da James Joyce a Virginia Woolf, da Allen Ginsberg a Marcel Proust, con Rimbaud e Verlaine, William Borroughs e Jean Genet, Leonard Cohen, Joan Didion, Joyce Carol Oates e Billie Holiday, insieme a moltissimi altri.

«Che cos’è l’amore: coscienza della separazione in un individuo solo, coscienza di essere divisi e che la nostra metà ci contempla.» da Jean Genet, Querelle de Brest, 2016.

«Le cose che ti ho insegnato ad amare, quelle che conosco attraverso di te, tutti i doni che abbiamo ricevuto dal nostro amore, come sono preziosi per me, come gioielli che abbiano un bagliore antico di tenerezza e siano dolci da portare.» da Marcel Proust, Saggi, 2015.

Con testi di Marcel Proust, Virginia Woolf, James Joyce, Emily Dickinson, Oscar Wilde, Simone de Beauvoir, William Shakespeare, W.B. Yeats, Edgar Allan Poe, Stéphane Mallarmé, Wolfgang Amadeus Mozart, Edgar Lee Masters, Allen Ginsberg, Vittorio Sereni, Osip Mandel’štam, Roland Barthes, Joan Didion, John Berger, Leonard Cohen, Jean Genet.

L’amore ci illumina sulla nostra imperfezione; non è altro che quel movimento sovrannaturale della nostra coscienza che mette a confronto due termini disuguali, da una parte tutta la perfezione, la pienezza dell’oggetto amato, dall’altra tutta la miseria, la sete, l’indigenza di noi stessi e, nel voler unire a tutti i costi questi due termini così lontani riempiendo il vuoto dell’uno con la pienezza dell’altro, si compie il miracolo, la perfezione scende in noi quando colui che è amato si dà, lascia che la sua pienezza entri liberamente, generosamente in contatto con la sete di colui che ama.

Gli esseri amati pensano di negarsi per umiltà, senza capire quel che si cerca in loro; non si accorgono che è ancora una questione di orgoglio porsi problemi di valore; il valore di un essere è una nozione basata tutta sulla fiducia; è letteralmente un valore quotato in borsa; tu vali quanto io ti amo, ecco che cosa bisogna capire; soltanto l’amore crea veramente; un essere che non è ama­to non vale niente, non esiste nemmeno, è un elemento di sfondo e questo sfondo è un deserto.

A mio avviso, il progresso morale per un essere sta proprio in questa intuizione, nell’accondiscendere – magari in principio solo timidamente – a entrare nel cerchio fiammeggiante dell’amore, per nascere finalmente davvero. Quanto si allontanano, si rimpiccioliscono e si rinsecchiscono, allora, tutti i valori intellettuali, morali, caratteriali ecc.! Eppure quanti esseri intelligenti sono morti, inutili, aridi ecc. C’è un miracolo, c’è una vita, c’è una fiamma che lotta per fare luce tra noi, un segno che, una volta evocato, ci rivestirebbe l’un l’altro del nostro vero valore, il nostro valore eterno, colmandoci di cose gravi.

Avendo permesso all’ultima debolezza di amare, ci ritroveremo davvero forti. Ma tutto questo, tu non lo vedi ancora distintamente; qualche volta lo vedevi con gli occhi – sempre così penetranti – della notte; di notte, quando i nostri volti si guardavano e i nostri cuori si gonfiavano, valevamo veramente qualcosa; tu eri estasiato davanti al miracolo che in me non ci fosse più il pontefice intellettuale, e nondimeno nel vedere la tua gioia, il tuo gioioso stupore, non era in quel momento che io valevo di più? E non era in quella fiamma notturna che anche tu valevi di più? Hai mai avuto un solo momento di inquietudine riguardo al tuo va­lore?

Ci lasciavamo tutto ciò alle spalle, lontano! Ma durante il giorno mi accorgevo dal modo in cui non mi guardavi che ritrovavi queste cose, le quali, non partecipando dell’amore, possono partecipare solo dell’orgoglio. L’infernale orgoglio di essere se stessi, ecco perché soffro, pur sapendo di avere ragione, pur essendo già mille volte ricco, proprio come soffriva Pascal, eppure… Ma non posso proseguire il confronto, né per te né per me.

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