La storia si ripete
18 Febbraio Feb 2019 0600 18 febbraio 2019

Leader autoritari e piazze inferocite: così i Balcani tornano a essere la polveriera d’Europa

In Serbia la gente scende in piazza contro un presidente sempre più autoritario, in Albania e Montenegro contro la corruzione della politica: non di soli gilet gialli vive il conflitto sociale in Europa

Albania Proteste Linkiesta
Gent SHKULLAKU / AFP

“La storia insegna ma non ha scolari” scriveva Antonio Gramsci. Da qualche tempo gli scolari balcanici stanno tutti in piazza a fare prove tecniche di democrazia, chi con un occhio ai gilet jaunes, chi all’Europa, molti con ancora un vecchio kalashnikov riposto in soffitta. Si stima che nei Balcani le armi in possesso dei civili oscillino tra 3,5 e 6,2 milioni di unità. Un quantitativo enorme gestito dai trafficanti di armi e spesso venduto alle cellule terroristiche islamiche presenti in Europa. Non è un caso che le produzioni ed esportazioni delle armi abbia registrato nell’intera regione dei Balcani un incremento esponenziale a partire dallo scoppio della guerra in Siria: dal 2012 al 2017, nella sola Bosnia, il giro d’affari delle esportazioni di armi è passato da circa 50 milioni di euro a 110 milioni. Il kalashnikov usato nell’attentato del 2015 a Charlie Hebdo era “Made in Bosnia”.

Salvo colpi di coda da parte di Putin, che rischia di ritrovarsi con la sola Serbia filo-russa nella regione, la Bosnia dovrebbe presto entrare a far parte della Nato, ma Sarajevo tarda ancora a finire il censimento di tutte le proprietà militari di epoca jugoslava rimaste sul territorio nazionale, e il sospetto è che il motivo non sia semplice pigrizia. Nel 1994 un professore della Georgia University, Igor Khripunov, stimò di 20 miliardi di dollari il fatturato che fino al 1990 l’Unione Sovietica aveva raggiunto con il mercato delle armi grazie alla guerra in Bosnia.

Intanto l’Unione europea continua a finanziare Bosnia e Serbia perché continuino a ospitare gli oltre 4mila rifugiati in maggioranza siriani e afghani rimasti bloccati dopo che la stessa Unione europea ha chiuso la Balkan route, il corridoio umanitario aperto nell’estate del 2015. I rifugiati affollano strutture inadeguate in paesini sperduti che se non fosse per le tante associazioni no profit e non governative sarebbero già collassate. Vivono con le Crocs ai piedi, ciabatte alte in gomma che si prestano al fango delle strade in inverno, perché le scarpe le vendono agli abitanti. Fanno piccoli lavori, vendono le scarpe e mettono da parte le diarie che ricevono nei centri di accoglienza per pagano le persone del posto che promettono di traghettarli attraverso le frontiere serbe e croate. Pochissimi riescono a lasciare i Balcani, moltissimi vengono bloccati e rimandati nei centri di accoglienza, molti, troppi, subiscono violenze da parte della polizia di confine. Lo chiamano the game, guardie e rifugiati: alcuni rifugiati scompaiono, altri vengono trovati assassinati in circostanze misteriose. «Ci hanno fatto stendere a terra e ci hanno preso le scarpe. Ho provato a riprenderle, ma mi hanno picchiato con un manganello: due, tre volte», si somigliano un po’ tutti i racconti dei reporters che denunciano i pestaggi alle frontiere croate e slovene, ma i loro racconti non fanno notizia, la narrazione imperante ha occhi orecchie e cuore solo per il Mediterraneo.

Da mesi in Serbia la classe media scende in piazza a cadenza settimanale, gli scontri crescono di violenza, ma né Washington né Bruxelles mostrano interesse per le derive autoritarie del Presidente Vučić, uno capace di dichiarare «per ogni serbo ucciso ammazzeremo cento musulmani»

I media croati e serbi subiscono continuamente intimidazioni e censure da parte dei governi, i media europei, invece, hanno occhi solo per Visegràd e non si accorgono di quanto la situazione nei Balcani sia incandescente e riguardi tutti. Da mesi in Serbia la classe media scende in piazza a cadenza settimanale, gli scontri crescono di violenza, ma né Washington né Bruxelles mostrano interesse per le derive autoritarie del Presidente Vučić, uno capace di dichiarare «per ogni serbo ucciso ammazzeremo cento musulmani». Denunciare Orban e Kaczynski ha più appeal.

In Albania i timori sono per giovedì 21 febbraio, giornata in cui il leader del Partito Democratico di centro destra Lulzim Basha, nonché pupillo di Sali Ram Berisha, ha fissato il secondo atto della protesta scoppiata sabato 16 febbraio, con tanto di tentato assalto al palazzo del Governo in pieno centro a Tirana. Oggetto principale della protesta, il primo ministro albanese Edi Rama, al suo secondo mandato consecutivo, accusato di corruzione. «Rivogliamo elezioni anticipate, rivogliamo Berisha» urlavano alle telecamere dei tg, dimentichi del fatto che fu proprio Berisha e il suo partito a essere travolto dallo scandalo di corruzione nel 2013. Stando ai dati di Transparency International, l’organo che dal 1995 incrocia i dati ufficiali e pubblica annualmente gli indici di percezione della corruzione di ciascun Paese, l’Albania è il Paese più corrotto dell’intera regione dei Balcani, dietro anche al Montenegro, altro Paese che nelle ultime settimane ha visto riversarsi nelle strade migliaia di cittadini a protestare. Chiedono le dimissioni del Presidente Milo Đukanović, accusato, neanche a dirlo, di corruzione e di brogli elettorali. “Milo ladro” gli urlano dalla piazza, ma Đukanović, alla guida del Montenegro dal lontano 1998, non sembra scomodarsi nemmeno quando i parlamentari lo mettono di fronte ai documenti e alle registrazioni audio che testimoniano l’uso improprio di fondi statali che ha lui e il il Partito Democratico dei socialisti di cui è capo hanno fatto nell’arco di 30 anni. Đi tutta risposta Dukanović ha fatto pubblicare a tutta pagina da “Informer” (tabloid belgradese apertamente schierato con governo del Montenegro) dei frammenti di un video di zoofilia con protagonista una donna che si insinua essere Vanja Ćalović, attivista montenegrina, direttrice di Mans, organizzazione non governativa che da decenni si occupa di lotta al crimine organizzato.

Facciano bene i calcoli Salvini, Kurz e gli altri simpatizzanti di Visegrád: l’autocrazia a trazione nativista e il panslavismo ancora ben presenti nei Balcani sono gli stessi promossi da Orban e compagni. Sovranismo italico is for boys, sovranismo est-europeo is for men.

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