19 Febbraio Feb 2019 0600 19 febbraio 2019

Il Movimento salva Salvini: ora è lui il capo dei Cinque Stelle

Il voto sull’autorizzazione a procedere è uno spartiacque: il Movimento rinuncia ai suoi valori fondativi per compiacere l’alleato di cui è succube. E non sono solo i peones a subire il fascino del Capitano leghista. Dovesse cadere il governo, che farebbe Di Maio? Starebbe con Casaleggio o con lui?

Salvini Salvo Linkiesta
Tiziana FABI / AFP

Da poche ore il nuovo capo politica del M5S non è più quel Luigi Di Maio, cresciuto a Pomigliano d’Arco e divenuto nel giro di una legislatura il boss, il vicepremier e il ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico dell’esecutivo gialloverde. Il grillino di governo che indossa l’abito di sartoria e che attraversa il Transatlantico di Montecitorio provando a emulare un Andreotti o un De Mita, ha ceduto il trono a Matteo Salvini.

Non è uno scherzo, ma si tratta di un vero e proprio passaggio consegne. Il voto online sul caso Diciotti rappresenta la fine della stagione di Di Maio. La maggioranza degli iscritti alla piattaforma Rousseau ha votato sì al quesito posto dai vertici del movimento sul caso Diciotti. Di conseguenza, la cosiddetta base pentastellata si è espressa contro l’autorizzazione a procedere nei confronti del Capitano della Lega. Mai e poi mai si sarebbe potuto immaginare una simile giravolta. È la definitiva mutazione genetica di un movimento che un tempo non molto lontano si definiva giustizialista e avrebbe mandato dietro le sbarre Silvio Berlusconi e Matteo Renzi o chiunque fosse stato lambito da un’inchiesta.

Da oggi insomma inizia la fase due dei cinquestelle al governo che saranno meno gialli ma più verdi. È vero, c’è ancora un drappello di deputati e senatori che storcono il naso alla deriva “destra” del movimento. Che rumoreggiano e invocano un ritorno al passato. Anche perché, lamentano, «continuando di questo passo torneremo a percentuali da prefisso telefonico». È altrettanto vero che da tempo Beppe Grillo non gradisce l’azione dell’esecutivo gialloverde e si serve di alcune iperboli per guastare la festa a Di Maio e Toninelli. Tuttavia il gruppo parlamentare non è più quello di una volta. Basta attraversare il Transatlantico di Montecitorio e accorgersi che i deputati, soprattutto i più giovani e i neo eletti, non disprezzano il Capitano. Anzi. Ripetono non ritraendosi che Salvini «è bravo, incisivo, comunica da paura ed è leale». Aggiungendo una postilla finale: «Non è mica come Berlusconi e Renzi». E ancora si lasciano andare in questi termini: «Luigi dovrebbe comunicare come Salvini».

Di Maio e Toninelli, ad esempio, condividono tutto o quasi delle scelte del ministro dell’Interno. «Io mi fido di Matteo», sussurra ai suoi fedelissimi come un mantra il vicepremier grillino. La subalternità nei confronti dell’alleato di via Bellerio è totale

Il sentiment insomma è di questo tenore: il leader del Carroccio non è il male assoluto, come viene descritto da Grillo e Di Battista. Per dirla con una parlamentare pentastellata del Nord, «Salvini è un signore che ha portato un partito dal 3% al 35%». Il tutto è corroborato da un elemento di non poco conto: un collante generazionale che unisce leghisti e grillini. «Parliamo la stessa lingua, ci capiamo al volo nelle commissioni. E nonostante l’accesa dialettica troviamo sempre una soluzione di compromesso».

Non a caso raccontano che in una chat riservata qualche giorno fa Manlio Di Stefano, sottosegretario agli Esteri, avrebbe scritto un whatsapp che suonava più o meno così: «Monitoriamo ogni giorno i flussi elettorali e ci accorgiamo ogni giorno di più che il nostro elettorato va verso destra». "Salvinizzato" il gruppo parlamentare, "salvinizzato" l’elettorato con il voto sul caso diciotti, adesso tocca alla delegazione di governo decidere il da farsi. Di Maio e Toninelli, ad esempio, condividono tutto o quasi delle scelte del ministro dell’Interno. «Io mi fido di Matteo», sussurra ai suoi fedelissimi come un mantra il vicepremier grillino. La subalternità nei confronti dell’alleato di via Bellerio è totale. Manca l’ultimo passaggio. Che potrebbe forse consumarsi dopo l’Europa quando Di Maio e i parlamentari grillini di rito salviniano potrebbero decidere di sostenere comunque un esecutivo di destracentro. A quel punto Di Maio si sarebbe trasformato in un Angelino Alfano dei tempi d’oro. Con il centrodestra o con il centrosinistra, ma comunque in maggioranza. Al governo.

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