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20 Febbraio Feb 2019 0600 20 febbraio 2019

Modesta proposta: ma anziché costruire il muro tra Messico e Usa, perché non fare un parco energetico?

L’idea, avanzata da 70 scienziati americani, sarebbe una soluzione win win per tutti: porta sviluppo e sicurezza, annulla l’immigrazione clandestina e apre a una rivoluzione energetica green. Cosa aspettano a farlo?

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SPENCER PLATT / GETTY IMAGES NORTH AMERICA / AFP

Il muro tra Usa e Messico? Il presidente Usa Donald Trump lo vuole. I democratici, capitanati da Nancy Pelosi, non lo vogliono. Ma forse la soluzione, quella vera, sta nel mezzo: non un muro, ma qualcos’altro: cioè un enorme confine composto da fattorie solari, impianti eolici, estrazioni di gas e dissalatori.

È la proposta, fantascientifica ma affascinante di un gruppo di studiosi, per la precisione 27 ingegneri e scienziati provenienti da svariate università americane. Perché fare un muro per dividere quando si può creare un avamposto per lo sviluppo?

La domanda ha senso e la risposta avanzata, cioè il piano, ancora di più. Creare energia in un pezzo depresso del continente americano porterebbe ricchezza e sviluppo. La stessa energia, poi, potrebbe essere impiegata, almeno in parte, per dissalare l’acqua dei due oceani e aiutare l’agricoltura della regione, caratterizzata da atavica siccità.

Il progetto è semplice: l’area non ha acqua, ma ha tanto vento, sole e gas. Non c’è lavoro, la povertà viene sfruttata dalla criminalità e alimenta l’immigrazione clandestina negli Stati Uniti. Se un intervento è necessario, allora deve – per forza – andare in questa direzione. Se si crea un corridoio energetico, i proprietari delle strutture si occuperebbero di proteggerle, garantendo la costruzione, almeno in via indiretta, di una effettiva recinzione tra i due Paesi. Lo stesso varebbe per le linee di gas e di acqua, controllate sia da entità pubbliche che dai concessionari locali. Insomma, la sicurezza ci sarebbe, ma sarebbe appaltata a esterni. I Repubblicani, che ci tengono tanto, potranno essere contenti.

Ma il passo principale – e davvero risolutivo – viene dopo. Creando energia, si crea lavoro. A quel punto il fiorire dell’economia dell’area migliorerà le condizioni di chi, al momento, si affida solo all’immigrazione clandestina negli Usa. Avranno opportunità di lavoro sia nelle fattorie energetiche che nelle fattorie vere e proprie, dal momento che, a pieno regime, l’acqua sarà pompata dal mare per nutrire i terreni. “Immaginate solo il numero di lavori creati soltanto dalla fase di posizionamento dei pannelli solari, che sarebbero otto milioni”. Insomma, l’immigrazione non sarà più un problema perché, per dirla semplice, non ci sarà più.

Per non parlare del contributo ecologico. Il vento, il sole, sarebbero fonti di energia rinnovabile fondamentale anche per il resto del Paese (o dei Paesi: c’è anche il Messico) e questo piacerebbe molto ai Democratici, che da tempo insistono per un Green New Deal (e questo funzionerebbe davvero, a differenza del libro dei sogni portato avanti da Alexandria Ocasio-Cortez).

Per non parlare della ricaduta politica di lungo periodo: i due Paesi smetterebbero di guardarsi in cagnesco, si allenterebbe la tensione, diminuirebbe il tasso di criminalità. In altre parole, insieme allo sviluppo e alla ricchezza ci sarebbe la pace. E con questa, la felicità dei popoli e la fratellanza. Tutto il contrario di un muro che divide, si crea un muro che unisce. Sembra un sogno? Lo è. Ma si può fare. L’importante è volerlo.

E se Donald Trump, attuale presidente Usa, si intestasse davvero questo progetto, forse perderebbe i soldi dei produttori di petrolio. Ma guadagnerebbe i voti di tutti. Se potesse, anche dei messicani.

Pensateci.

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