Dietro le quinte
21 Febbraio Feb 2019 0600 21 febbraio 2019

Una bomba nella palude: ecco perché il caso Renzi rischia di far scoppiare il Pd

Più lucidamente di altri, Matteo Renzi incassa il colpo dei domiciliari ai suoi genitori, e ha già fissato la data della ripartenza. La mossa è lucida: potrebbe essere l'evento che scuoterà i dem alle fondamenta e dargli finalmente l'occasione di attuare il suo piano

Renzi_Linkiesta
ALBERTO PIZZOLI / AFP

Nel giorno in cui lo sfogo è affidato al padre Tiziano, Matteo Renzi sceglie la via della moderazione e fissa la data per la ripartenza. L'appuntamento è per venerdì 22 febbraio a Genova e Torino, dove ricominceranno le presentazioni del libro 'Un'altra via', bruscamente interrotte subito dopo aver appreso la notizia dei genitori agli arresti domiciliari, con le pesanti accuse di bancarotta fraudolenta e fatture false.

"Senza rancore, con le nostre idee per l'Italia del futuro", dice l'ex premier. Che, molto più lucidamente di alcuni suoi supporter che sono entrati in una sorta di crisi di nervi, ha visto l'occasione per il rilancio della sua azione politica. Al netto dello stato d'animo personale (uomini vicini all'ex segretario lo definiscono realmente "scosso", come mai prima d'ora, a causa del coinvolgimento diretto della madre), Renzi ha capito che la drammatica vicenda in cui sono finiti i genitori può essere un punto di svolta.

Per usare le parole di Tommaso Nannicini, un tempo fedelissimo dell'ex premier, da alcuni mesi in allontanamento, ciò che sta succedendo a Rignano ha lo stesso effetto che avrebbe "una bomba in una palude". E in effetti le acque si stanno smuovendo. E Renzi sta molto attento a ciò che succede sia dentro che fuori dal Partito Democratico.

Partendo dalle dinamiche interne al Pd, ci sono da registrare reazioni "isteriche" di chi grida al complotto (scatenando le ire dei giudici, che non le hanno certo mandate a dire) e quelle più composte di chi, pur non negando solidarietà personale, ribadisce piena fiducia non solo nella giustizia ma anche nella magistratura. Due termini che a livello costituzionale coincidono ma che, nella dialettica politica italiana, spesso vengono trattati in maniera molto diversa.

E così, in questo contesto, abbiamo Andrea Marcucci che lancia una sorta di Renzi-pride, chiamando all'adunata di venerdì a Genova e Torino, Roberto Giachetti che parla di "giustizia malata", Maurizio Martina che ribadisce di essere "garantista da sempre" e fa appello al "giusto processo, cardine del nostro ordinamento" e Nicola Zingaretti, super-favorito per le primarie del 3 marzo, che afferma, categorico, di "non aver mai creduto" nella sua vita "al complotto della magistratura". Parole risuonate molto più forti, in ambienti renziani, rispetto a quelle, considerate più di circostanza, per cui "Matteo non c'entra niente e le accuse non sono delle condanne".

Renzi ha detto ai suoi fedelissimi che "in queste ore e in questi giorni si vedrà chiaramente chi sta con me e chi no". C'è chi, come Beppe Sala, esprime solidarietà ma non va oltre, chi, come Dario Nardella, lo fa solo in privato. E poi, aspetto tutt'altro che secondario in questo momento, ci sono le reazioni al di fuori del Pd. Renzi ha molto apprezzato le parole di Matteo Salvini, che è stato tra i primi a commentare l'arresto dei genitori, dicendo che per lui "non si trattava di un momento felice e che gli avversari politici non si battono per vie giudiziarie". A ruota sono arrivate le dichiarazioni di Berlusconi e di Forza Italia, ma anche di altri leghisti (su tutti il governatore della Lombardia Attilio Fontana), tutte in linea con quelle del ministro dell'Interno.

Una linea che non ha fatto breccia in quelli che ormai Renzi considera i suoi nemici giurati: quei Cinque Stelle che l'ex rottamatore considera i veri mandanti di questo "attentato giuridico-mediatico". Dopo le prime mezze dichiarazioni a denti stretti di Bonafede, infatti, non sono passate inosservate le battute di Grillo e di Travaglio, per non parlare del verso delle manette di Mario Giarrusso verso i senatori del Pd, non a caso in stragrande maggioranza renziani. Lo stesso "rumore" che ha fatto il silenzio con cui la vicenda è stata accolta da tutto ciò che si muove a sinistra del Partito Democratico.

Eccola, allora, "la bomba nella palude" di cui parla Nannicini, il casus belli che potrebbe rimescolare le carte dentro e fuori il Pd e dare finalmente il via all'operazione che Renzi ha in mente ormai da mesi ma che, per motivi personali, politici, elettorali ed economici, non è mai riuscito a mettere in pratica.

La sera del 3 marzo, ad un anno esatto dalle elezioni che hanno riscritto la storia politica recente del Paese, un nuovo segretario prenderà posto al secondo piano del palazzone a Largo del Nazareno. Un segretario che, molto probabilmente, avrà a che fare con gruppi parlamentari quasi tutti militarizzati al seguito del loro unico mentore, impegnato in una battaglia che nulla ha a che fare con il destino del Pd. Forse lo show-down tanto atteso arriverà molto prima di quanto non ci si aspettava fino a qualche giorno fa.

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