Letture inedite
22 Febbraio Feb 2019 0559 22 febbraio 2019

Roberto Bolaño, elogio dello scrittore che dovete aver letto, almeno una volta nella vita

Cileno trasferito in Messico, i libri da leggere li rubava perché era figlio di un camionista e a scuola non ci andava. Scrittore ma anche poeta, il suo capolavoro si intitola "2666". Leggetelo, perché vi farà capire il futuro

Roberto BOLAÑO_Linkiesta
Da Facebook

Y el frio/ soplo del olvido sabe sobre un arenal de hastio./ Bajo las palmeras del oasis el agua buena

Questo pezzo è un gesto di ringraziamento a un autore cileno, Roberto Bolaño, per aver capito che la letteratura sfida la morte col coraggio.

La citazione inziale da Machado ricalca la baudeleriana oasi di orrore nel deserto di noia che sta come segnale all’inizio del volume finale 2666.

Possiamo partire. Cinture allacciate, o pronti al lancio.

Questo articolo non è un gesto di addio al mondo colto, quanto invece un’entrata in tutta velocità nella galassia vera della realtà. Ma come – diranno i lettori più smaliziati – hai bisogno della letteratura per arrivare alla realtà? Rispondo con un diplomatico ‘in parte’.

Perché Bolaño è l’autore della vita. Uomo on the road, che dice chiaro chiaro cos’è l’amore, cosa il viaggiare e via di questo passo. Certamente Bolaño è più colto di Bukowski, e per questo mi ci sono ritrovato facilmente. Mi è servito anche il capofila della letteratura ispano-americana, Borges, per non trovarmi del tutto spaesato davanti ai suoi romanzi brevi e meno brevi. Ma questo è solo l’inizio.

Bolaño mi ha salvato. Mi ha dato la speranza e la fiducia che tutti noi abbiamo una possibilità, e che solo la dovevamo esprimere, solo dovevamo essere noi stessi.

Un mio zio (che è una persona diversa dallo zio d’America invocato all’inizio) aveva in un ripiano alto, forse vagamente proibito della sua libreria, due tomi col titolo stranissimo: 2666. Cominciai il primo. Mi concessi il secondo. Ho capito nel frattempo che Bolaño poteva essere una lettura che mi avrebbe inghiottito. Perciò ho proceduto con attenzione, un piedi metti e l’altro leva, provando a piccoli assaggi: Monsieur Pain, Consigli di un discepolo di Jim Morrison a un fanatico di Joyce (ma che strano titolo).

Ho anche trovato in una biblioteca altri due libri di Bolaño che ho mangiato come fossero dolcetti: Putas asesinas (possiamo lasciarlo senza tradurre) e Il Terzo Reich (che piacerebbe a chi si annoia al mare, e forse a chi ama i giochi da tavolo come War Hammer, ma l’elenco potrebbe allungarsi e non ne conosco altri).

Questi libri, scritti nell’arco tra anni Ottanta e primi del 2000, saranno oggetto di tesi quando per me l’università sarà un vago ricordo. Li utilizzeranno gli iscritti a lingue straniere, quelli nei dipartimenti di astrofisica, forse quelli che studiano fisica. Forse, se siamo fortunati e le cose migliorano in quel dipartimento, gli studenti di storia.

Tra il primo blocco di letture e il secondo una zeppa di altri suoi lavoretti: Un romanzetto canaglia e Il gaucho insopportabile. E allora è scattato qualcosa: il rifiuto del successo vita natural durante da parte di Bolaño mi ha richiamato alla memoria un vecchio altarino: Stendhal.

Bolaño nacque nel 1953 in Cile, emigrò in Messico e tornò in patria in tempo per finire nei guai nell’anno tragico del 1973. Queste vicende si leggono in filigrana in un racconto, Amuleto, che sviluppa un blocco del romanzo-fiume I detective selvaggi. Un romanzo breve, o racconto, o filone, Amuleto, uscito nel 1998. Quando incominciavo il ciclo scolare: e leggere, a conclusione del libro, che per Bolaño una sfilata, o una crociata, o una parata, di bambini poteva essere la libertà e il destino del mondo, mi ha definitivamente convinto. Era l’autore giusto al momento giusto. Non era solo il filosofo da caffè, il lettore con indosso il poncho che dibatte di tutto (come può sembrare dagli articoli per fan raccolti in un volume apposito, dal titolo tanto umile quanto prolifico: Tra parentesi).

Bolaño è di più. Bolaño è il futuro. Bolaño è il suo passato: ma senza cedere alla nostalgia autobiografica, nemmeno nei racconti che più glielo consentirebbero come quelli di Chiamate telefoniche.

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