23 Febbraio Feb 2019 0600 23 febbraio 2019

Cari Cinque Stelle, tradire in politica è buono e giusto (ma voi non sapete farlo)

Far abbandonare a un gruppo una posizione per portare a compimento un'idea è essenziale per una vera classe dirigente. I grillini non l'hanno fatto fino in fondo. Hanno preferito perdere la faccia, che perdere la purezza

Luigi Di Maio Giuseppe Conte_Linkiesta
Andreas SOLARO / AFP
ANDREAS SOLARO / AFP

Ci vuole fegato per tradire. Non nella vita sentimentale. L'adulterio, diceva Nabokov, è solo un «modo estremamente convenzionale di sollevarsi dal convenzionale». Ci vuole fegato per tradire nella vita pubblica, per avere il coraggio di dire, oggi, il contrario di ciò che hai detto ieri. Spiegare a te stesso e agli altri la la ragione del cambiamento. Prenderti gli eventuali sputi, gli insulti, gli schiaffoni, con l'anima in pace. I grillini non hanno avuto il fegato per tradire fino in fondo. Hanno votato per il no all'autorizzazione a procedere contro Matteo Salvini nascondendosi dietro la diversità del caso specifico e scaricando la responsabilità sul voto degli attivisti cliccanti sulla piattaforma Rousseau. Hanno protetto, di fatto, le prerogative della politica dall'intrusione della magistratura, affermando l'opposto di quello su cui hanno costruito il successo del Movimento 5 stelle, cioè l'idea che un politico, come qualsiasi altro cittadino, si deve difendere nel processo, non dal processo. Hanno cambiato linea, ma pretendendo di essere lineari. Senza dire nulla. Hanno tradito come tradiscono i pavidi: negando, negando sempre, anche di fronte all'evidenza.

Ogni giorno Marco Travaglio, più cinquestellato di tutti i 5 stelle sul tema della legalità, sottolinea la contraddizione morale, prima ancora che politica, in cui sono caduti. Trova il fianco scoperto. Perché i grillini hanno cambiato idea nella prassi, ma non nella teoria. Il dogma secondo cui, prima ancora degli italiani, viene la magistratura non è stato messo in discussione. Altrimenti, il senatore Michele Mario Giarrusso non avrebbe incrociato le mani nel gesto delle manette, né le avrebbe sbattute in faccia ai parlamentari del partito democratico, rivendicando fiero al Corriere della Sera: "Io non sono giustizialista, sono manettaro".

I condottieri politici questo fanno: sbattono il muso delle persone sulla realtà. Gliela fanno vedere. Gliela fanno affrontare. Gliela fanno superare. Li tradiscono nel senso che non soddisfano l'aspettativa che nutrono su di essi. L'idea che agiranno al loro posto. Risolveranno ogni problema. E che nessuno li chiamerà in causa

Magari avessero tradito. «La capacità di tradire gli altri è affine alla capacità di guidare gli altri», scrive James Hillman, psicanalista junghiano, in Puer aeternus (Adelphi). Il Padre abbandona Cristo sulla croce per condurlo fino in fondo alla sua missione, che è farsi uomo. Ed è nel momento in cui il tradimento si realizza che svanisce «la posizione di sicurezza immune da paure del predicatore miracoloso» e Gesù «patisce la tragedia dell'umanità». Tradire è un atto politico. Può essere un mezzo per raggiungere un fine. E la capacità di tradire, cioè di far abbandonare a un gruppo una posizione per portare a compimento un'idea, è essenziale per una vera classe dirigente.

I condottieri politici questo fanno: sbattono il muso delle persone sulla realtà. Gliela fanno vedere. Gliela fanno affrontare. Gliela fanno superare. Li tradiscono nel senso che non soddisfano l'aspettativa che nutrono su di essi. L'idea che agiranno al loro posto. Risolveranno ogni problema. E che nessuno li chiamerà in causa. Winston Churchill nel suo primo discorso alla Camera dei comuni disse: «Non ho nulla da offrire se non sangue, fatica, lacrime e sudore». I Cinque stelle non sono stati altrettanto chiari. Non hanno detto ai propri militanti che il governo, contrariamente a ciò che avevano sempre sostenuto, è impastato con il sangue e con la merda della poitica. E che per raggiungere un obiettivo è necessario negoziare principi che, dall'opposizione, erano fuori da ogni discussione. Si sono finti immacolati, sebbene siano immersi fino al collo nel sangue e nella merda. Hanno preferito perdere la faccia, che perdere la purezza.

Per creare il Regno d'Italia, Cavour passò da un liberalismo conservatore a un liberalismo progressista, da destra andò a sinistra. Fece fuori Massimo d'Azeglio e prese in mano il governo. Rinunciò alla fedeltà, in nome della realizzazione dell'Unità. Considerò l'Italia più importante della coerenza del suo io. Tradì nel senso etimologico della parola tradere, che, in latino, significa consegnare. Ovvero, diede l'Italia agli italiani. Un mascalzone vero. Tradire fino in fondo è un atto morale. Immorale è tradire di nascosto, nel silenzio, senza che si sappia. Giuliano Ferrara crebbe sulle ginocchia di Palmiro Togliatti. Dopo aver passato anni a dirigerlo, decise di lasciare il Partito comunista italiano «nel silenzio e nel dolore», senza dire una parola che potesse danneggiarlo. Poi, un amico gli disse: «Perché devi andartene zitto zitto, non sei mica un ladro». Si convinse e spiegò il perché della propria scelta. Sapeva che non gli avrebbero battuto le mani. Per gli applausi, ci sono le stelle. È per tradire che ci vogliono le palle

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