25 Febbraio Feb 2019 0621 25 febbraio 2019

Plurale, territoriale e senza leader: ecco la sinistra che può vincere (comunque vada in Sardegna)

Addio vocazione maggioritaria, addio leader carismatici, addio voto d’opinione. Il caso Zedda insegna: per provare a vincere bisogna puntare su coalizioni ampie, radicamento territoriale e lasciare che i leader nazionali stiano a casa loro. Così c’è vita oltre il 4 marzo. Altrimenti, c’è Salvini

Massimo Zedda Linkiesta

Forse non basta per vincere, ma di questi tempi anche arrivare secondi è un successo. Di sicuro l’exploit di Massimo Zedda, che gli exit poll per l’elezione delle elezioni regionali in Sardegna danno sorprendentemente vicino al candidato del centrodestra Christian Solinas, è qualcosa da studiare con cura, indipendentemente da come vada a finire. Perché il risultato, così come in Abruzzo, così come un anno fa nel Lazio, è arrivato con un candidato dal forte radicamento territoriale, sostenuto da una pluralità di liste, senza campagne condotte da leader nazionali, così come invece ha fatto la Lega col tour isolano di Matteo Salvini. Sono dati importanti, perché definiscono - più per necessità, che per virtù - il centrosinistra che dovrà essere: plurale, territoriale, con una leadership debole e non divisiva.

Plurale, innanzitutto: addio vocazione maggioritaria del Pd, addio tentazione di voler fare tutto da soli, senza cespugli, senza mediazioni, senza negoziare programmi e poltrone. Sarà molto prosaica, messa così, ma la sinistra non può che ripartire dall’Ulivo, o dall’Unione, comunque da una di quelle coalizioni larghe, larghissime che le hanno consentito di battere per due volte Berlusconi e il centrodestra. Se questo sarà, è probabile - anzi, è auspicabile - che il Pd finisca per implodere: ha poco senso un partito dalle identità multiple, in cui convivono Renzi e Zingaretti, Calenda e Orlando, quando la mediazione la devi cercare fuori. Meglio due o tre forze dalle identità chiare, che si alleano successivamente, che un minestrone di culture politiche. Non siamo più in America e il bipartitismo non c’è più almeno dal 2013, in Italia. Accorgersene non sarebbe male.

Addio vocazione maggioritaria del Pd, addio tentazione di voler fare tutto da soli, senza cespugli, senza mediazioni, senza negoziare programmi e poltrone. Sarà molto prosaica, messa così, ma la sinistra non può che ripartire dall’Ulivo, o dall’Unione, comunque da una di quelle coalizioni larghe, larghissime che le hanno consentito di battere per due volte Berlusconi e il centrodestra

Così come non sarebbe male accorgersi di quanto conti il radicamento territoriale, rispetto all’aleatorietà del voto d’opinione. Puoi essere in crisi finché vuoi, ma se Delbono ha amministrato bene a Brescia, così come la Mancinelli ad Ancona, se Zingaretti ha governato bene il Lazio, se Massimo Zedda è stato un bravo sindaco a Cagliari il risultato si vede. Se invece incardini tutto sul leader nazionale di turno, come fosse un costante referendum sul suo valore, come se il territorio non contasse nulla, finisci che perdi a Torino, dove pure Fassino aveva ben operato, oppure tutte le città toscane. Per il Pd rischia di suonare come una beffa: ha puntato sul Capo quando governava tre quarti dell’Italia, e deve punta sul territorio oggi, dopo aver perso quasi tutto. Memento mori: guai a perdere l’Emilia - Romagna, Reggio Emilia, Bologna, Firenze, la Toscana. Non sono territori qualunque: sono simboli del centrosinistra di governo. Fossimo in Zingaretti o Martina, diventerebbe la nostra ossessione, molto più delle europee.

Tre: per essere plurali e territoriali, la leadership non dovrà essere forte, né polarizzante, né divisiva. In questo senso sia Zedda che Legnini erano candidati, non leader. E in questo - lo diciamo in vista delle primarie della prossima settimana - sia Zingaretti sia Martina sono ottimi candidati. Mediatori, più che rottamatori. Con un profilo e un’identità chiara, più progressista rispetto a chi li ha preceduti, ma capaci di dialogare al centro e a sinistra, con la Cgil di Landini e con gli imprenditori, senza mai abbandonarsi alla tentazione del “con me o contro di me” che ha caratterizzato la leadership renziana. Una leadership più vicina a quella di Romano Prodi che a quelle di Renzi, Salvini e Berlusconi, a ben vedere molto più in linea con il dna del centrosinistra di governo che è stato, che con quel che avrebbe voluto essere, da Veltroni in poi.

Se riuscirà a essere tutto questo, per il centrosinistra c’è ancora vita, a un anno dalla notte terribile del 4 marzo. Se al contrario continuerà a cercare il carisma, il decisionismo, la personalizzazione, la soluzione definitiva dell’eterna guerra civile tra riformisti e radicali, la grande leadership che una volta scimiotta Obama e la volta dopo Bernie Sanders o la Ocasio Cortez, tanti cari, carissimi auguri. Vi divertirete un sacco, forse. Ma farete in tempo a vedere Salvini che invecchia al governo. A voi la scelta, compagni.

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