Cose dell'altro mondo
25 Febbraio Feb 2019 0600 25 febbraio 2019

La morte non ci ha mai fatto così paura, e questo è un problema

Il libro “Storia della morte in Occidente” racconta come è cambiato il nostro rapporto con i medici, con i cimiteri, con il lutto. Facciamo di tutto per nasconderla, per esorcizzarla in fretta. Ma ignorarla ci ha solo reso più nevrotici: per questo, con la morte, dovremmo imparare a farci i conti

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Photo by Micaela Parente on Unsplash

Cos’è diventata la morte oggi? Perché è vietato parlarne? Che rapporto avevamo e abbiamo con lei? Ci ha pensato Philippe Ariès a rispondere, e l’ha fatto con Storia della morte in Occidente, disamina sulla dipartita dal Medioevo a oggi. Non abbiamo mai avuto un bellissimo rapporto con la morte, neanche nei secoli bui, ma mai come oggi ci è così lontana e nemica.

Siamo arrivati ad amare la vita in maniera morbosa, e spesso non si accetta la morte non per paura, ma perché a un certo punto si tirano le somme, ci si guarda indietro, e si comincia a fare i conti con i propri fallimenti, con gli obiettivi non raggiunti, con i rimpianti, e si scopre che ormai è troppo tardi. Secondo Ariès, nella società industriale è diventato intollerabile non essersi realizzati, non aver dato abbastanza spazio ai sogni che si avevano quando si era giovani, e questo a volte può addirittura condurre all’alcolismo o al suicidio.

“Le immagini della decomposizione, della malattia, traducono con convinzione un nuovo accostamento fra le minacce della decomposizione e la fragilità delle nostre ambizioni e dei nostri affetti”.

Questo attaccamento deriva anche da un diffuso senso d’immortalità dovuto all’allungamento della prospettiva di vita. Il momento della morte sembra talmente lontano e procrastinabile da non pensarci.

La morte è sempre stata presente in passato, era rappresentata, faceva parte della vita di tutti i giorni; il morente trascorreva gli ultimi momenti a casa, tra i suoi cari, a volte agonizzante, e partecipavano anche i bambini, cosa oggi impensabile. È stato il sociologo inglese Geoffrey Gorer ad aver mostrato come la morte sia diventata tabù, e come, nel XX secolo, abbia sostituito il sesso quale principale divieto. Ne parla nel libro The Pornography of Death, dove addirittura paragona il lutto solitario e pieno di vergogna alla masturbazione.

Ariès sostiene che tutto ciò abbia avuto inizio negli Stati Uniti agli albori del XX secolo. È qui, infatti, che la vita ha cominciato a dover sembrare sempre e comunque felice. È qui che la noia e la tristezza hanno cominciato a essere ospiti non graditi, ed è qui che la felicità è divenuta la nuova religione.

In questo saggio si parla anche della storia dei cimiteri, come e perché sono diventati quello che sono oggi, come sono cambiate le usanze in merito ai cadaveri. Per esempio, solo nel XVIII secolo nacque un vero e proprio culto dei morti – e con esso i cimiterimanifestazione religiosa comune ai miscredenti e ai credenti di tutte le confessioni.

“[…] nel Medioevo i morti furono affidati, anima e corpo, ai santi e alla Chiesa; poi che i progressi della coscienza religiosa hanno meglio distinti, o addirittura contrapposto, il corpo e l’anima dei defunti: l’anima immortale era oggetto di una sollecitudine di cui testimoniano le fondazioni pie dei testamenti, mentre il corpo era abbandonato alle anonime fosse comuni”.

Ariès esamina tutti i cambiamenti avvenuti nel corso dei secoli, compresi quelli che riguardano la perdita di dignità del morente, che nel tempo ha perso ogni diritto e si è ritrovato non più a comando della propria morte, non potendo più organizzarla, ma in balìa di dottori e parenti, spesso privato anche della possibilità di essere a conoscenza del proprio imminente decesso. Per la prima volta si muore davvero soli, e quando tutti si sono ormai voltati dall’altra parte.

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