Sovranismo radiofonico
27 Febbraio Feb 2019 0600 27 febbraio 2019

Mogol, lascia stare le radio: ecco perché la legge sull’autarchia musicale non andrà da nessuna parte

Il presidente della Siae ha chiesto alle radio (e non si parla solo di servizio pubblico) di appoggiare il ddl sulla programmazione radiofonica italiana. Ma il sistema dei network si basa su accordi commerciali ben precisi. Come può Mogol pensare che lo mandino all'aria così?

Mogol_Linkiesta
Da Facebook

L'alba di un nuovo giorno. Come nei versi di un giovanissimo Cocciante. Ping. C'è posta per me. Non solo per me, scoprirò a breve. Ma al momento penso ci sia posta per me, solo per me.

Ping, appunto. Arriva dalla SIAE, la società degli autori e editori cui sono iscritto ormai da tanti anni. Il soggetto della mail, perché per posta si intende posta elettronica, ormai, è “La radio canta l'Italia”. Un titolo che visto lì, nello smartphone, suona un po' come certe scene dei libri steampunk, dove in un futuro immaginario si va ancora in giro con i treni a vapore.

“Cari Associati,” comincia Mogol, perché è Mogol che mi scrive, che ci scrive, anzi, “da qualche settimana si parla molto di una proposta di legge dal titolo "Disposizioni in materia di programmazione radiofonica della produzione musicale italiana". L'Onorevole Alessandro Morelli, Presidente della Commissione Trasporti e telecomunicazioni della Camera, che ne è il primo firmatario, chiede "che le emittenti radiofoniche, nazionali e private debbano riservare almeno un terzo della loro programmazione giornaliera alla produzione musicale italiana, opera di autori e di artisti italiani e incisa e prodotta in Italia, distribuita in maniera omogenea durante le 24 ore di programmazione", e inoltre che una quota "pari almeno al 10 per cento della programmazione giornaliera della produzione musicale italiana sia riservata alle produzioni degli artisti emergenti".

La proposta di legge richiama altri esempi in Europa, come il sistema delle quote, utilizzato da molto tempo in Francia, dove dal 1994 le radio sono obbligate a trasmettere musica francese per una percentuale pari almeno al 40% della programmazione giornaliera.

L'argomento è ampio e complesso ed è stato già affrontato in passato con diverse proposte, tra cui quella avanzata dalla FIMI nel febbraio 2016 che chiedeva di garantire il 20% della programmazione radiofonica alle opere prime e seconde di artisti italiani e con l'intervento nel novembre 2017 dell'allora Ministro dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo Dario Franceschini che in apertura della Milano Music Week parlò della possibilità di prevedere quote di obbligatorietà di trasmissione della musica italiana grazie ad alcune norme introdotte nella nuova Legge dello spettacolo.

In base ai nostri dati medi di ripartizione dei diritti d’autore, relativi al periodo 2010-2017, su dieci stazioni radiofoniche, soltanto quattro rispetterebbero la soglia del 33% della proposta di legge dell'Onorevole Morelli. Tale iniziativa avrebbe dunque un impatto positivo sul mercato radiofonico italiano, generando maggiori introiti in diritti d'autore e in diritti connessi e contribuendo ad aumentare la quantità di musica prodotta in Italia. Come sapete, promuovere la musica italiana significa infatti sostenere l'industria culturale del nostro Paese e quindi le tante persone che ci lavorano.

Per questo motivo chiedo a tutti voi di contribuire a questa battaglia per la valorizzazione della nostra musica nelle radio. Qualsiasi vostra iniziativa sarà preziosa affinché si affermi il principio che la musica italiana fa parte del nostro patrimonio culturale e in quanto tale va valorizzata e difesa.

Cari saluti a tutti.

Giulio Rapetti Mogol

Presidente”

In questa proposta di legge si parla di radio. Non si parla di radio del servizio pubblico, intendiamoci, perché che la politica sia usa mettere mano al servizio pubblico è cosa nota, ma qui si parla proprio di radio radio, in generale. Cioè di radio del servizio pubblico, certo, ma soprattutto di radio private, aziende private votate ovviamente al profitto

Finisco di leggere la letterina che Mogol, al secolo Giulio Rapetti, all'anagrafe Giulio Rapetti Mogol, anni ottantadue, presidente della SIAE mi ha scritto, ci ha scritto. Ho il tipico spiazzamento di chi si trova di fronte qualcosa che sulla carta sembrerebbe impossibile, che so?, Charlize Theron che ti chiede se le massaggi la schiena, Leo Messi che ti prega di spiagargli come fai a fare il colpo dello scorpione durante le partitelle in spiaggia.

Mogol, quel Mogol che a ottantadue anni siede nella poltrona di presidente della SIAE, mi scrive, ci scrive per parlare di una proposta di legge fatta da un leghista, ex direttore di Radio Padania, che vorrebbe imporre una “quota italiana” nei passaggi radiofonici. Roba sovranista, insomma. Cioè, non una proposta di legge fatta da, che so?, un Cinque Stelle, cioè uno che si trova a passare di lì per caso e spara la prima stronzata che gli viene in mente. Ma la proposta di legge ideata da qualcuno che, seppur tangenzialmente, con la radiofonia ha avuto a che fare. Una proposta di legge, e qui sta veramente lo spaesamento, quello che ti lascia a mascella slogata, lo sguardo tipico della mucca che sta per andare al macello, che ti fa dire a gran voce “ma che, davero?”, che viene fatta propria da Mogol, al secolo Giulio Rapetti, all'anagrafe Giulio Rapetti Mogol, anni ottantadue, che scrive non a suo nome personale, ma in quanto presidente della SIAE. Il presidente della SIAE che appoggia una stronzata di stampo sovranista, per essere chiari.

Ora, cerchiamo di fare ordine nelle idee. Come se fosse possibile fare ordine nelle idee dopo un simile shock. In questa proposta di legge si parla di radio. Non si parla di radio del servizio pubblico, intendiamoci, perché che la politica sia usa mettere mano al servizio pubblico è cosa nota, ma qui si parla proprio di radio radio, in generale. Cioè di radio del servizio pubblico, certo, ma soprattutto di radio private, aziende private votate ovviamente al profitto. Radio commerciali, le chiamano, mica a caso. Quindi c'è un politico, uno della Lega, che decide di lanciare una proposta protezionista. Una proposta, mica a caso, che tutti riportano infilandoci una bella foto di Mahmood, al secolo Alessandro Mahmood, nato a Milano, italiano a tutti gli effetti.

L'intento del disegno di legge è chiaro, come certi cazzi fatti con lo spray su certe facciate di brutti palazzi, difendere l'italico idioma e soprattutto la nostra cultura musicale dall'invasione barbarica. Tipo quella di Mahmood, immagino. Stronzata immane, chiaramente, perché la musica è musica, e quella che fossimo davvero intenzionati a difendere il nostro patrimonio ancestrale dovremmo proteggere è ormai fuori dal diritto d'autore, Puccini, Verdi e Rossini, temo, son morti da troppi anni, infatti.

L'intento del leghista Morelli è chiaro. Fare caciara, ovviamente, come tutti i politicanti ormai fanno quotidianamente. Distrazione di massa. E porre come al solito l'accento sul “prima gli italiani”. O meglio ancora, noi o loro, dove per loro si intendono gli stranieri. Mahmood, tra gli altri. E fin qui, quindi, nulla di strano.

Fa invece rabbrividire le carni che a dar spago a soggetti come questo arrivi un Mogol, al secolo Giulio Rapetti, all'anagrafe Giulio Rapetti Mogol, anni ottantadue, autore di non sappiamo quante liriche di non sappiamo quante canzoni. Colui, per dire, che ha iniziato la sua carriera di paroliere traducendo canzonette beat in italiano, canzonette che, vallo a capire, non è ben chiaro se oggi sarebbero parte del 33% di brani in quota “Italia” o nel rimanente 66%, trattandosi appunto di cover. Uno, sempre per capirsi, che conosce come pochi il comparto della musica, e che quindi conosce anche il mondo della radiofonia e ben sa che non son certo gusto o spirito patriottico o internazionale a dettarne le playlist.

Perché qui sta davvero l'oggetto dello stupore. Ma come cavolo si fa a scrivere in veste di presidente della SIAE a tutti gli iscritti una letterina del genere? Come si fa, nel senso, a pensare che sia una imposizione protezionista a poter salvere il mondo della cultura e della musica italiana? Come funzionano i grandi network, chi più chi meno, è noto a tutti. O almeno a tutti gli addetti ai lavori, Mogol compreso. Girano pochissime canzoni in playlist. Con una quota di passaggi variabile, anche in orari diversi.

Per dire, se passi una sola volta in un network, e ci passi alle quattro di notte, non è che tu stia vivendo un momento di grandissima popolarità. Sarai forse molto amato dai fornai, ma il successo è altra cosa. Sempre meglio che non passarci, intendiamoci, sia come riscossione dei diritti d'autore, sia come possibilità di giocarti all'esterno il fatto che quel determinato network ti passa, ma nei fatti sono i brani in alta rotazione negli orari di punta a farla da padrona. E quasi sempre, parliamo di musica italiana, sia chiaro, i brani che passano più e più volte e negli orari topici, non sono lì per il loro immenso valore culturale, men che meno per la loro orecchiabilità, perché il gusto si educa o si diseduca proprio anche grazie ai passaggi radiofonici (se passi merda di continuo poi la gente vorrà merda, disabituata al bello, lo sappiamo tutti), ma sono lì solo ed esclusivamente per accordi intercorsi tra chi dirige la parte artistica del network e le case discografiche o gli editori.

Qualcuno potrebbe dire, è il segreto di Pulcinella, è la scoperta dell'acqua calda, etc etc. Lo si dice spesso, ultimemente, dopo che si comincia a togliere i coperti ai vasi di Pandora. Ma intanto è bene scriverlo nero su bianco, che le cose che tutti conoscono, a volte, una volta fermate per iscritto assumono altro peso. Ci sono editori radiofonici, presto ce ne occuperemo più nel dettaglio, che sono anche editori musicali e discografici. In alcuni casi anche manager degli artisti che producono e pubblicano, nonché trasmettono. Il che comporta una sorta di intera filiera in mano a una sola persona, niente di illegale, sia chiaro, ma sicuramente un modo di affrontare il mercato piuttosto spavaldo.

Come fa uno come Mogol a pensare che di colpo, grazie alla legge ideata da un leghista di passaggio, i network radiofonici mandino all'aria un sistema che li fa guadagnare come mai era successo prima? Per capirsi, i network chiederanno edizioni e gabelle alle major e passeranno gratis i piccoli? O anche ai piccoli chiederanno edizioni e gabelle? Esisterà un tariffario diversificato? Ma soprattutto, non lo stanno già facendo ora?

Tutti conosciamo il caso dei Modà, band pubblicata da Ultrasuoni, etichetta che vedeva uno a fianco all'altro tre colossi della radiofonia, Rtl 102,5, Rds e Radio Italia. Tutti sappiamo come anche in virtù di questo, e in virtù dei tanti passaggi radiofonici messi insieme su questi tre network, anche a discapito di band concorrenti come Le Vibrazioni e i Negramaro, i Modà siano diventati una band da milioni di copie vendute. E tutti sappiamo anche come poi Kekko Silvestre, leader della band lombarda, abbia scritto canzoni per decine di artisti, poi passate regolarmente in quei network. Un modo semplice di operare. Ho le edizioni di un artista, lo passo o passo altri artisti che hanno canzoni scritte da lui. In qualche modo lo impongo sul mercato, anche come autore, perché è evidente che se a scrivere una canzone sia lui la canzone passerà nel mio network, perché io guadagnerò a ogni passaggio. Tutto legale, sia chiaro. Ma tutto anche piuttosto chiaro. Un cerchio chiuso, senza finestre o porte.

Ragionamento fatto anche in altra forma. Vuoi passare nel mio network, mi cedi parte o tutte le edizioni dei tuoi brani. E lo fai apertamente, alle mie edizioni, o implicitamente, con accordi collaterali. Non vuoi cedermi le edizioni? No problem, mi darai una parte degli incassi dei tuoi concerti, che io pubblicizzerò nel mio network come media partner del tour. Andando coi passaggi radiofonici dei tuoi a fare pubblicità al tour, dal quale trarrò profitto. Il tutto azzerando in qualche modo la concorrenza, resa invisibile dal non passare in radio.

Ripeto, un mondo molto interessante da raccontare, e del quale ci occuperemo a breve, più nel dettaglio. Anche per evidenziare accordi editoriali tra alcuni personaggi che operano nella discografia con alcuni personaggi che operano nella radiofonia, all'oscuro delle proprie aziende.

Comunque, torniamo al momento in cui abbiamo finito di leggere la mail, la mascella spalancata, lo sguardo da mucca destinata al macello. Come fa uno come Mogol a pensare che di colpo, grazie alla legge ideata da un leghista di passaggio, i network radiofonici mandino all'aria un sistema che li fa guadagnare come mai era successo prima? E soprattutto, come sarà possibile gestire tutto questo, visto che qualcuno, il MEI tra gli altri, il Meeting delle Etichette Indipendente attraverso Audiocoop, spera che in questo disegno di legge ci sia anche un'occhio di attenzione verso le produzioni indipendenti, solitamente tenute fuori dai giri radiofonici?

Per capirsi, i network chiederanno edizioni e gabelle alle major e passeranno gratis i piccoli? O anche ai piccoli chiederanno edizioni e gabelle? Esisterà un tariffario diversificato? Ma soprattutto, non lo stanno già facendo ora? Per quel che riguarda la valorizzazione dei giovani talenti, invece, come ci regoliamo? Irama o Riki che vincono Amici sono giovani più di Postino che ha diffuso la sua musica attraverso una mailing list, puntiamo sui primi invece che sul secondo? Ne hanno bisogno? Amici non bastava?

Ultima domanda, retorica, non sforzatevi di trovare risposte, non sarebbe meglio puntare alla qualità, più che alla nazionalità? Avete presente che musica passa ogni giorno sui network radiofonici italiani?

In attesa, quindi, di sentire Calcutta intonare la nuova canzone scritta da Kekko Silvestre, a occhio su 105 invece che su Rtl 102,5, direi che forse è il caso di rispedire la letterina di Mogol al mittente e continuare a occuparci di faccende serie. Tipo questa: le canzoni di Mina, cittadina naturalizzata svizzera, in quale quota sarebbero rientrate? Parafrasando il maestro da vivo, lo avremmo scoperto solo vivendo.

Potrebbe interessarti anche
 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook