2 Marzo Mar 2019 0600 02 marzo 2019

Livio Caputo: “Il blocco di Visegrad è un grande bluff, i sovranisti non cambieranno l’Europa”

Lo storico capo degli Esteri del Corriere della Sera e sottosegretario alla Farnesina del primo governo Berlusconi: “Firmai di mio pugno l'allargamento ai paesi dell'Est. Non c'entra giusto o sbagliato era inevitabile farlo. Non lasceranno mai l'Ue perché hanno troppi interessi economici in ballo”

Viktor Orban Andrej Babis_Linkiesta
Michal Cizek / AFP
Michal Cizek / AFP

«È stata la serata più caotica della mia vita». Livio Caputo ha ottantasei anni e con ogni probabilità di serate caotiche, da inviato freelance, da capo degli esteri del Corriere della Sera, e da sottosegretario agli esteri del primo governo Berlusconi, ne ha vissute parecchie. Eppure, dice lui, nessuna è come quella del 9 novembre 1989, il giorno in cui cadde il Muro di Berlino: «Ero in redazione in via Solferino, una giornata relativamente tranquilla - ricorda -. Il nostro corrispondente aveva già mandato un servizio interlocutorio, come spesso accade quando c’è calma piatta. Io stavo per andare a cena, quando a un certo punto vedo il famoso flash d’agenzia che riporta le fatidiche parole di Gunter Schabowski, il funzionario della Repubblica Democratica Tedesca che annunciò che le norme per i viaggi all’estero erano state revocate «ab sofort», con effetto immediato. Che voleva dire, in pratica, che chi avesse voluto, avrebbe potuto andare dall’altra parte del Muro. Capii subito che ci trovavamo di fronte a un momento storico. Chiamai il corrispondente, gli chiesi se avesse visto cos’era successo. Lui mi rispose di sì e mi chieste se dovesse cambiare il cappello introduttivo al suo pezzo. «Non hai capito niente», lo assalii. «Qui dobbiamo fare quattro pagine in un ora e mezza!».

Ride, Caputo, quando racconta questo aneddoto. Sul tavolo nel tinello c’è una prima pagina ingiallita de Il Giornale, su cui ora cura la posta che fu di Montanelli, datata 10 novembre 1989: in apertura non c’è il Muro ma l’avvicendamento tra Deng Xiaoping e Yang Zemin al vertice della Repubblica Popolare Cinese: «A volte da giornalisti si rischiano cantonate pazzesche - sorride Caputo - Ma la verità è che davvero nessuno se l’aspettava. Certo, sapevamo che la situazione era quella che era. Sapevamo che Gorbaciov aveva detto a Honecker che l’Armata Rossa non sarebbe accorsa in aiuto della Ddr, in caso di rivolta. Sapevamo anche che c’erano state manifestazioni di protesta a Lipsia, a Dresda. Però sembrava che il regime in qualche modo riuscisse a stare in piedi».

Com’è che cadde, allora? A posteriori che idea si è fatto?
Che Schabowski fosse tutto fuorché uno stupido. E quelle sue parole, tutto fuorché una gaffe.

Lei pensa che quella conferenza fu orchestrata ad arte per provocare la caduta della Ddr?
Può darsi. Può essere che Schabowski, da opportunista, avesse pensato di guadagnarsi un posto nella Storia, per garantirsi un futuro migliore. Eric Honecker, lo storico leader della Ddr, in un’intervista che diede a un giornale cileno, offrì una versione diversa: disse di essere stato lui a dire a Schabowski di aprire il Muro. Anche in questo caso, però non ci sono riscontri. Rimane il fatto che Schabowski era una persona che di comunicazione ne sapeva parecchio. E sapeva benissimo che dicendo quelle parole sarebbe successo di tutto.

Che ricordo ha di quella notte, oltre al caos in redazione?
Mi ricordo i tanti tedeschi dell’est che attraversavano il Muro per la prima volta nella loro vita, intervistati dalle televisioni occidentali. E uno di loro, soprattutto, che diceva al limite dell'estasiato che gli avevano detto che all’Ovest c’erano trentanove tipi di salsicce diverse, mentre nella Germania Est ce n’era una sola. Avevi l’impressione di vivere la storia in diretta. Era elettrizzante.

Chi fece la storia, da quella notte in poi, fu Helmut Kohl. Che ricordo ha di lui?
Lei conosce il tedesco?

No.
Sa cosa vuol dire stur?

Nemmeno.
È l’aggettivo che identifica una persona con un enorme dedizione al lavoro e un altrettanto enorme testardaggine. Questo era Kohl. In più, aveva una fortuna enorme.

In che senso?
Che senza la caduta del Muro, che lui non provocò e che nemmeno auspicava, non sarebbe entrato nei libri di Storia con la statura del leader europeo che oggi gli riconosciamo. E invece, dopo Adenauer si guadagnato il posto d’onore nell’olimpo dei grandi leader tedeschi. Nonostante alcuni errori clamorosi come il rapporto di cambio 1:1 tra la moneta dell’Est e quella dell’Ovest, che fece schizzare alle stelle il tasso d’interesse sui Bund. Un errore che costò tantissimo pure a noi, peraltro, perché fece schizzare i tassi d’interesse tedeschi alle stelle e ci fece uscire dal serpentone monetario europeo, nel 1992, in piena Tangentopoli.

Come mai fece quell’errore?
Credo che ritenne fosse l’unico modo che aveva Kohl di farsi accettare a est, di far accettare l’unificazione ai tedeschi orientali.

Ma come? E le trentanove salsicce? Non erano contenti della riunificazione?
Non tutti, perlomeno. Per mancanza di comunicazione con l'esterno, probabilmente, c’era ancora molta diffidenza per la Germania Ovest. Soprattutto, c’era una base dura e pura che considerava i tedeschi dell’ovest dei venduti agli americani, degli sporchi capitalisti. C’era anche molto orgoglio, in Germania Est. I tedeschi orientali si vantavano di essere il Paese più avanzato del blocco sovietico, e su questo hanno costruito la loro identità, la loro ragion d’essere: saremo pure disgraziati, ma qui, oltre la Cortina di Ferro, siamo i primi della classe. Il regime della Ddr aveva le sue radici, non era sovra imposto come in molti, oggi come allora, vogliono farci credere. Prima di Hitler, in Prussia, i comunisti c’erano eccome. Sono stati sradicati da Hitler. E ancora oggi resistono molte zone che votano gli eredi della Sed, il partito comunista della Ddr.

A Est non erano contenti, a Ovest nemmeno: Andreotti, Mitterrand, Thatcher, perlomeno in privato, furono destabilizzati dal crollo del Muro
Mitterrand non era contento della riunificazione, per nulla. Ma non lo era nessuno, in realtà. Perché la riunificazione tedesca rovesciava tutti gli equilibri dell’Unione Europea. Il Paese più ricco ed efficiente era diventato anche il più popoloso. Ma la riunificazione era inevitabile. Così come l’allargamento a est.

A proposito di allargamento a Est: fu lei a partecipare per l’Italia al Consiglio Europeo di Essen del 9-10 di dicembre del 1994, quello che diede il via all’allargamento a est dell’Unione Europea
Le dirò di più: fui io a firmare l’allargamento per l’Italia, perché il ministro Martino era dovuto tornare a Roma.

Pentito?
Corretta o no, anche quella decisione fu inevitabile. Erano paesi ansioni di convertirsi all’economia di mercato e molti di loro erano pezzi di Mitteleuropa strappati alla loro Storia. Ciò detto, fu una scelta traumatica, figlia di un lungo dibattito. Ma fu proprio Kohl a dire che non si poteva costruire un Muro subito dopo averne abbattuto un altro. Parlava della Cortina di Ferro, peraltro, non del Muro di Berlino. Era quello il vero muro.

Spieghi.
Se vogliamo raccontare la Storia per quella che era furono gli ungheresi a far cadere il Muro aprendo le frontiere con l’Austria. Nell’estate del 1989, migliaia di tedeschi dell’est fecero finta di andare in vacanza sul lago Balaton, per scappare in Occidente. Quando cadde, il Muro di Berlino era già diventato una specie di orpello, perché una via per uscire già c’era.

È curioso, no? La prima breccia nella cortina di ferro fu ungherese, i primi profughi dell’est a essere accolti a ovest furono ungheresi e il primo muro innalzato del nuovo millennio - ancorché di filo spinato e non di mattoni - è di nuovo ungherese, per impedire l’accesso in Europa dei profughi siriani.
È vero, ma il muro di Orban non vuole dividere l’Europa, ma difenderla, dal suo punto di vista. Lui era un liberale, peraltro. Fidesz era considerata una specie di Forza Italia, fino alla fine degli anni ’90. Poi ha avuto quest’evoluzione nazionalista, peraltro piuttosto prevedibile: gli ungheresi fanno parte di un ceppo etnico asiatico, hanno una lingua che non parla nessun altro: per loro la difesa della nazionalità ha un valore enorme.

L’Ungheria è capofila del cosiddetto blocco di Visegrad, formato anche da Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia, per molti il guanto di sfida all’Europa multiculturale, aperta e democratica. Secondo lei, presto o tardi, Visegrad conquisterà Bruxelles?
Io credo di no. Perché sono isolati. Orban è il capofila perché è il più intelligente, ma non ha alcun interesse a mollare il Ppe per lavorare con la Le Pen. Kaczyński stava coi conservatori inglesi che ora non ci saranno più, e il primo contatto con Salvini non è andato benissimo, mi pare. La Slovacchia è il primo produttore di auto in Europa, vanno un po’ a rimorchio degli altri, ma non hanno nessun interesse a sfasciare l’Europa. Il partito del premier ceco Babis è nell’Alde, il raggruppamento più europeista che c’è. E non è solo questo.

Cosa, ancora?
I soldi, ovviamente. I Paesi dell’est sono stati e sono ancora i maggiori beneficiari di fondi europei. E lo saranno per molti anni, perché il loro Pil è comunque inferiore a quello dell’Europa occidentale. Peraltro, possono spendere quel che vogliono e tenere le tasse bassissime, visto che i loro debiti pubblici sono a zero. Non è un caso che in Ungheria e Slovacchia ci sia la flat tax. Tanti soldi, zero vincoli, un mercato aperto: chi glielo fa fare, di sfasciare l’Europa?

E allora perché questo spauracchio di Visegrad?
Perché i populisti occidentali tendono a gonfiare l’importanza di VIsegrad per trovarsi una sponda. Io sono ragionevolmente certo che Il Ppe continuerà a governare coi socialisti europei e coi liberali. E rifanno la maggioranza che da sempre domina in Europa. Escludo che Visegrad possa diventare egemone in Europa.

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