4 Marzo Mar 2019 0609 04 marzo 2019

Beppe Grillo, apri gli occhi: il razzismo in Italia c’è eccome (e sta con te al governo)

Lettera aperta al comico genovese, fondatore del Movimento Cinque Stelle, secondo cui il razzismo in Italia è un’emergenza mediatica. Peccato che diverse ricerche ci additino come il popolo più razzista d’Europa. Con un partito razzista alla guida del governo

Beppe Grillo Matteo Salvini Linkiesta
Emmanuel DUNAND, Andreas SOLARO / AFP

“A Milano 250.000 persone hanno manifestato contro il razzismo, un razzismo esclusivamente mediatico”, scrive Beppe Grillo sul suo blog. E quasi quasi, fossimo un Paese normale verrebbe da dargli una pacca sulla spalla, al comico genovese, e occuparsi di cose serie. E invece no, questa è una cosa seria, purtroppo: perché, caro Beppe Grillo, sei il fondatore di quello che alle ultime elezioni politiche è risultato essere il primo partito italiano. E perché troppa gente rischia di credere a questo maldestro tentativo di sottovalutare un problema enorme, al fine di delegittimare una manifestazione ben riuscita.

Già, perché di esclusivamente mediatico c’è ben poco, se si parla di razzismo in Italia, caro Beppe. Ci sono i dati che raccontano una storia diversa, ad esempio: quelli del 2015 di un report di Pew Research, prima della “grande invasione” dei richiedenti asilo dalla Libia, che ci dicono che siamo il Paese più razzista d’Europa, primi in Europa per odio contro i rom, i musulmani e gli ebrei. O quelli dello stesso Ministero degli Interni, che nel 2010 ha creato l’Osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori (Oscad), e che ci dice, stando agli ultimi dati disponibili, che questa tipologia di reati è in netta crescita, con 1.048 casi nel 2017 contro i 736 del 2016. E ancora, ci sono nove ebrei italiani su dieci che - stando a un’indagine dell’Agenzia Europea per i Diritti Fondamentali - ritengono che l’antisemitismo stia crescendo nel nostro Paese. Se pensate che il fenomeno sia puramente mediatico, qui c’è l’elenco puntuale di tutti gli episodi.

Nel decreto sicurezza si prevede la revoca dello status di rifugiato dopo una condanna di primo grado, mentre per gli italiani la presunzione d’innocenza è sancita fino al terzo grado di giudizio. E la fine degli sconti sui beni e servizi alle famiglie numerose composte da cittadini extracomunitari. Cose di questo tipo, all’interno di un decreto sulla pubblica sicurezza, come le vogliamo chiamare, Beppe?

Questi siamo noi. E i nostri politici, ne sono la rappresentazione più fedele. Lo è Salvini, il cui decreto sicurezza votato anche dai parlamentari del Movimento Cinque Stelle, è una piccola enciclopedia di discriminazioni su base razziale. Facciamo un breve ripasso: il decreto prevede l’abolizione della concessione del permesso di soggiorno per motivi umanitario, un diritto fondamentale sancito dall’articolo 10 della nostra Costituzione, che a questo punto vale solo per gli italiani, e non per gli stranieri. Ancora, nel decreto si prevede la revoca dello status di rifugiato dopo una condanna di primo grado, mentre per gli italiani la presunzione d’innocenza è sancita fino al terzo grado di giudizio. Ciliegina sulla torta, la fine degli sconti sui beni e servizi alle famiglie numerose composte da cittadini extracomunitari. Cose di questo tipo, all’interno di un decreto sulla pubblica sicurezza, come le vogliamo chiamare, Beppe?

Magari potremmo chiamarla “condotta discriminatoria”, anziché razzismo, come ha fatto il tribunale di Milano con il regolamento del comune di Lodi a guida leghista, che obbliga gli stranieri a presentare certificazioni impossibili per accedere alle tariffe più basse di mensa e scuolabus. Condotta discriminatoria seguita anche, negli ambiti più disparati, dai comuni di San Giuliano Milanese, Melegnano, Palazzago, Castelcovati e Lentate sul Seveso, il cui sindaco Andrea Sala (Lega) si sia vantato sui social di aver negato un banchetto in piazza in favore della pace perché a richiederlo era stato un cittadino di fede islamica. Non parliamo solo di Comuni, Beppe: nonostante il Tribunale di Milano l’abbia bocciato e definito discriminatorio, un emendamento approvato al Senato adotta i medesimi criteri del regolamento comunale di Lodi sulle mense per discriminare gli stranieri sul reddito di cittadinanza.

Tu dici che tutto questo non è razzismo, Beppe. Che è semplicemente egoismo sociale, mors tua vita mea. Che la discriminazione razziale è altro. Ma forse avresti dovuto fare qualche indagine in più sul partito con cui avete deciso di allearvi. Partito di cui fa parte il senatore Roberto Calderoli, ad esempio, che è stato condannato a un anno e sei mesi di pena in primo grado per le frasi razziste che equiparavano l’europarlamentare Cécile Kyenge ad un orango.

Un caso non isolato, caro Beppe. Recentemente Amnesty International Italia ha analizzato la comunicazione politica italiana durante la scorsa campagna elettorale, quella culminata nelle elezioni del 4 marzo, quelle del vostro trionfo elettorale. Circa 600 volontari hanno setacciato i social network dei principali partiti, registrando tutte le segnalazioni su post che contenessero insulti, messaggi razzisti o contenuti d’odio di altro tipo. Ne ha scovati 287, provenienti da 129 candidati, di cui 77 poi eletti. Oltre la metà provengono da esponenti leghisti e il 91 per cento dei post ingiuriosi riguarda migranti, razzismo, islamofobia e discriminazione religiosa. Raccontaci quel che vuoi, caro Beppe. Ma almeno la bufala sul razzismo che non c’è, per giustificare alleanze che ti imbarazzano, almeno risparmiacela. I conti con la propria coscienza, ahi noi, si fanno in silenzio.

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