4/3/1943
4 Marzo Mar 2019 0600 04 marzo 2019

Lucio Dalla non ci manca affatto. Perché la sua musica è viva da sempre

A sette anni e tre giorni dalla scomparsa, oggi lo si ricorda in versione da spiaggia, in slippino e petto villoso. Ma Dalla è stato veramente uno degli artisti più originali e preparati della musica italiana, e un vero innovatore: per questo è intramontabile

Lucio Dalla_Linkiesta
Da Facebook

In questi casi si dice: “Dio quanto ci manca XXX”, dove al posto di XXX si intende il nome dell'artista di cui si intende scrivere una elegia. Lucio Dalla, nello specifico.

Dio quanto ci manca Lucio Dalla. Così avrei dovuto iniziare.

Perché oggi sarebbe stato il suo compleanno, compleanno che un po' tutti conoscono e conoscevano in virtù del fatto che la data della sua nascita è il titolo di una delle sue canzoni più famose, nonché di una delle canzoni più famose dell'intera musica italiana. 4/3/1943, appunto.

Un po' perché, di qui il suo mancarci, il primo marzo del 2012, sette anni e tre giorni fa, Lucio Dalla è morto, lì in un albergo di Montreaux, città legata alla musica a doppio, triplo filo.

In realtà, non è di Montreaux o della casualità di morire nel posto in cui Frank Zappa ha dato vita a un concerto entrato nella mitologia per essere a sua volta finito in una canzone dei Deep Purple, Smoke on the water, probabilmente il riff per neofiti della chitarra più famoso del mondo; in realtà, dicevo, Lucio Dalla ci manca da prima di quel primo marzo del 2012. Quindi non ci manca affatto.

Mi spiego, sapendo bene di andare a inerpicarmi in un terreno scivoloso con uno strapiombo altissimo e impressionante a lato, Lucio Dalla è stato ed è, lo dico senza paura di smentita, uno degli artisti più originali e preparati della nostra storia musicale, e per nostra intendo di noi che ci occupiamo di musica leggera. Non c'è genere, anche nel mondo della musica da conservatorio, che Dalla non abbia provato a far sua, dal jazz, dove ha mosso i primi passi, all'opera, passando per il pop, il funky, la musica napoletana, un rock stemperato dall'essere italiano, la dance, e via discorrendo. Il tutto filtrato dalla sua cifra personale, quella dell'estroso artista narcisista che rende davvero proprio tutto quello che tocca, per capacità di metabolizzare la musica cui si approccia, e forse anche per una neanche troppo malcelata forma di egoismo, voglio tutto e subito.

Lucio Dalla, quindi, come in passato un Domenico Modugno, un Lucio Battisti, un Franco Battiato, per altri versi un Fabrizio De Andrè, un Ivano Fossati, ha contribuito a segnare a suo modo il territorio della forma canzone, e esattamente come quei nomi altrettanto ingombranti, lo ha fatto senza lasciare possibili eredi diretti, tanto la sua personalità è stata e tuttora è ingombrante. Lucio Dalla ha fatto tutto questo, ma a un certo punto, non so se per stanchezza, se per aver in qualche modo tirato il freno a mano, semplicemente per quella serie di parabole di cui è composta la carriera di tutti gli artisti, Lucio Dalla ha smesso di indicare la strada. Uomo di grandissima cultura musicale, non ha neanche provato a seguire la strada indicata da altri, semplicemente si è messo a giocare con quanto fatto in precedenza, come se fosse poco, in effetti...

Qualcuno di voi ricorderà, forse, un suo scetticismo fuori tempo massimo nei confronti del rap, quello italiano, sia chiaro. Ecco, un Lucio Dalla giovane non lo avrebbe mai fatto, avrebbe semmai preso quella materia magari slabbrata e informe e ne avrebbe fatto una sua versione splendente e luccicantissima. Lui che ha contraddistinto la sua decennale carriera di incontri e di scouting, con così tanti nipoti e nipotini lasciati in giro per l'Italia, inutile e riduttivo farne qui un elenco. Lui che aveva questa sanissima passione per un altro artista capace di rendere proprio qualsiasi genere, Prince, da sempre amato e citato e indicato come parente stretto.

Non c'è genere, anche nel mondo della musica da conservatorio, che Dalla non abbia provato a far sua, dal jazz, dove ha mosso i primi passi, all'opera, passando per il pop, il funky, la musica napoletana, un rock stemperato dall'essere italiano, la dance, e via discorrendo

Fa specie, ma siamo in Italia, che di Lucio Dalla si ricordino spesso i dettagli sbagliati. Le estrosità che ce lo hanno mostrato seduto con le mutande calate in un cesso a rilasciare interviste, o a torso nudo con uno slippino da mare ridottissimo, completamente coperto di peli, mentre smonta e rimonta il suo amato clarinetto, facendo versi buffi con la bocca, il suo alzare il parrucchino come fosse un cappello, lì a Sanremo 2012, dove si trovava come mentore di PierDavide Carone. Ecco, i suoi versi buffi, quel gorgheggiare mutuato dallo scat, dal jazz, è forse, insieme a un certo uso delle chitarre che porta parimenti la firma di Ricky Portera, suo compagno di avventure per una vita immortalato nei versi del brano Grande figlio di puttana, è forse quello che più viene a galla, setacciando sommariamente il bagaglio dei ricordi. Ma è come dire che di Roby Baggio, il Roby Baggio così amato da Dalla, vero appassionato tanto di calcio quanto di basket, uno si ricordasse solo del codino, certo caratterizzante, certo iconico, certo entrato di pari passo col resto nella sua leggenda, e non tutti i grandi numeri fatti sul campo di gioco, quelli sì unici e leggendari. Dalla è stato un vero innovatore, uno che ha provato, riuscendoci, a forzare le gabbie della nostra canzone tradizionale, da una parte, e pop, dall'altra, portandoci tutto quello che suonava intorno. Il tutto assolutamente internazionale. Il tutto assolutamente dalliano.

Poi, probabilmente stanco, forse anche un po' demotivato dalla china che si iniziava a intuire, e che oggi è quel mare nero che ci circonda, si è fermato, apperendo di colpo un anziano signore, certo buffo, certo estroso, ma molto più geniale di quanto gli ultimi lavori ci hanno lasciato solo intuire.

Oggi la sua eredità sta lì, a disposizione di chi volesse farla propria. Con tentativi anche validi di avvicinamento, penso, per rimanere a Bologna, a un Cesare Cremonini. Non c'è, però, una personalità altrettanto gigantesca, pop e altissima la tempo stesso. Non resta, quindi, che continuare a ascoltare lui, l'originale, ancora oggi modernissimo, attuale, ma attuale davvero. Con dei periodi picassiani, quello con Roversi, quello immenso che ci ha trasportato dagli anni Settanta agli Ottanta, quello che lo ha visto attivissimo come discografico e mentore, che ancora oggi lasciano a bocca aperta.

Non volendo vincere facile, andando a tirare fuori la tripletta Come è profondo il mare, Lucio Dalla e Dalla, che mette insieme così tanti capolavori da rasentare il miracoloso, sarebbe da andare a affrontare in ginocchio, come pellegrini che chiedono grazie alla Madonna, album come 1983 o Henna. Li suonate oggi, su uno stereo come su uno smartphone, e non potete che gridare “Lucio Dalla è vivo!”.

Per questo Lucio Dalla non ci manca, né ci mancherà mai. Ci manca la musica d'oggi, quello sì, e forse anche la musica che Dalla avrebbe potuto produrre in questi tempi grami. Ma un genio, come un diamante, è per sempre. Anche per sette anni passati in sua assenza.

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