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5 Marzo Mar 2019 0001 05 marzo 2019

La Bibbia è piena di poesia, ma le sue traduzioni preferiscono nasconderla

Giochi di parole, ritmi, sonorità, invenzioni linguistiche ed espressive: un tesoro artistico letterario sacrificato in nome dell’esattezza filologica, per restituire la parola di Dio

Book Bible Page 1410444
da Pixhere

Non è la ragione per cui è famosa e letta in tutto il mondo, ma la Bibbia possiede anche un’altissima qualità letteraria. Purtroppo si tratta di un aspetto che, nella maggior parte delle traduzioni, scompare. Gli studiosi, interessati a rendere la verità (per chi ci crede) religiosa del testo – e per questa ragione concentrati sull’esattezza filologica della resa – dimenticano, in quanto superfluo, la ricamatura artistica, il ritmo, i suoni e la cura, poetica, della scelta lessicale.

È del resto, come si scrive qui, un destino di tutte le opere letterarie: la traduzione è un tradimento, certo. Ma si cerca sempre, nel limite del possibile, di ricreare nella lingua di destinazione un effetto simile. Con la Bibbia no, perché l’aspetto religioso prevale. Ed è (sia permessa la battuta) un peccato.

Certo, il carattere cosmogonico della Genesi non viene intaccato se il traduttore, scegliendo di definire la Terra all’inizio dei tempi come “informe e deserta”, tralascia il gioco di parole dell’originale ebraico, che era “tohu wavohu”. La prima significa “vuoto/inutilità”, la seconda è un’invenzione occasionale, messa lì solo per la rima. Sarebbe una frase del genere “hocus pocus”, o alla lettera “informe -orme”, giusto per sottolineare, con la sonorità ripetuta, quasi un’eco, l’immensità del vuoto. Non viene tradotto, non viene reso. E pazienza.

Al tempo stesso, non succede niente se viene cancellata ogni trovata ritmica, sonora, immaginifica di Isaia, che era un profeta ma soprattutto un poeta. Scriveva in 1, 23: “I tuoi capi sono ribelli”, concetto che riprende l’ebraico “sarayikh sorerim”, in cui la ripetizione del suono “s” e “r” ha un effetto potente, del tutto perso in italiano. Tradurre “i tuoi duci irriducibili”, che mantiene il gioco fonico, sarebbe comunque sgraziato (e comunque impossibile).

Altro caso è quello di 5,7: “Egli si aspettava giustizia/ ed ecco spargimento di sangue,/ attendeva rettitudine/ ed ecco grida di oppressi”. Qualcuno potrebbe sospettare che “giustizia”, nel testo originale, è reso con la parola “ismishpat” e che “sparimento di sangue” è, invece, “mispah”? Difficile. Invece “rettitudine” è “istsedaqah” e le grida sono “aqah”. Suonerebbe “Egli si aspettava ismishpat/ ed ecco mispah, /Attendeva istsedaqah,/ ed ecco aqah” Tutta un’altra cosa.

Insomma, tutto il testo, sia nella prosa che nella poesia, è ricchissimo di sfumature, giochi verbali, invenzioni linguistiche che, come succede in ogni traduzione, vanno persi. È un tesoro inestimabile: chi conosce l’ebraico antico, lo potrà scoprire con una semplice lettura. Chi non lo sa, dovrà fidarsi. Più o meno come si fa da 2.500 anni a questa parte.

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