Luke Perry (1966-2019)
5 Marzo Mar 2019 0001 05 marzo 2019

Altro che idolo delle tredicenni: Dylan McKay ci ha insegnato a vivere

Il bello e dannato di Beverly Hills 90210 era l’archetipo di un modo di vivere la vita, alternativo a quello della sua nemesi-amico Brandon. Ecco come Luke Perry, deceduto ieri, si è guadagnato l’immortalità

Luke Perry Morto Linkiesta
Frederick M. Brown / GETTY IMAGES NORTH AMERICA / AFP

Il genere maschile, da sempre, si divide i due: i Brandon e i Dylan.

I Brandon sono quelli che sono sempre dalla parta giusta perché fanno sempre la scelta giusta, che a cominciare dai corridoi del West Beverly High sono perfettamente a loro agio nei contesti sociali in cui consumano la propria esistenza. Che hanno un obiettivo ambizioso, come quello di scrivere per il Washington Post, verso cui procedono in modo ordinato, un passo alla volta, senza mai un ripensamento, senza pestare un piede, attenendosi scrupolosamente al protocollo. Sono quelli ligi al dovere al punto che anche quando trasgrediscono lo fanno in modo disciplinato, per poi fare la morale agli Steve Sanders collassati in piscina sul materassino, che si confidano con i genitori e ne rispettano l’autorità, che stanno a sentire gli anziani – anche se rincoglioniti come Nat Busicchio del Peach Pit -, che tutte le madri, a cominciare da quella di Kelly Taylor, vorrebbero per le loro figlie.

Sono i vincenti, e sono noiosi e banali e prevedibili come sanno esserlo solo i vincenti, e se al mondo esistessero solo loro, probabilmente, come genere umano, non avremmo avuto la filosofia né la poesia, e la stessa storia dell’arte, del cinema e della letteratura ne uscirebbero pesantemente ridimensionate. Per fortuna che al mondo esistono anche i Dylan. Per fortuna che ci sono anche i “mad, bad and dangerous to know”, i pazzi, cattivi e pericolosi da conoscere, che è il modo in cui Dylan si presenta a Brandon nella prima puntata della serie, ma è anche il modo con cui Lady Caroline Lamb definì una volta Lord Byron.

Sono quelli che quando c’è da fare una scelta la fanno quasi sempre sbagliata, che quando si lanciano in un progetto ambizioso – come rilevare il Peach Pit, che quel rincoglionito di Nat nel frattempo ha fatto fallire – danno prova di genialità, ma poi mandano tutto a puttane per cronica mancanza di costanza, che non sanno neanche loro se preferiscono le bionde (Kelly) o le more (Brenda) o le rosse (Valery) o le ricce (Toni) perché nemmeno loro sanno cosa vogliono e finiscono per perdere tutto. Che non sanno moderarsi e per questo diventano dipendenti dall’alcol, dalla droga, dalle donne, dai farmaci, da qualunque cosa sia in grado, anche solo per un attimo, di far intravedere loro una via di fuga. Che si portano dietro dei vuoti spaventosi, che spesso cominciano con il rapporto con un padre che quasi sempre è a sua volta un debole, così vigliacco da inscenare la propria morte nella stagione 3 per poi riapparire come se niente fosse nella stagione 10, giusto il tempo per dire che era tutta una messinscena. Che dentro loro stessi hanno una specie di caldaia che consuma tutto e che li obbliga a schiacciare al massimo il pedale, sempre, senza un attimo di tregua, incapaci anche per un solo istante di essere soddisfatti di se stessi, causando nel processo una quantità enorme di dolore per chiunque abbia l’ardire di avvicinarsi loro.

Per fortuna che ci sono anche i “mad, bad and dangerous to know”, i pazzi, cattivi e pericolosi da conoscere, che è il modo in cui Dylan si presenta a Brandon nella prima puntata di Beverly Hills 90210, ma è anche il modo con cui Lady Caroline Lamb definì una volta Lord Byron

Eppure, se il mondo è un luogo interessante, lo dobbiamo esclusivamente a loro, ai Dylan di ogni epoca, ai perdenti il cui destino tragico è scritto nella pietra, al punto che anche quando vincono - magari ereditando una forte somma di denaro - il successo si rivela un fuoco fatuo, che li conduce verso disfatte ancora più epiche, verso sofferenze ancora più profonde – tipo la morte della moglie Toni, nella stagione 6 - e che però proprio per questo diventano dei simboli, dei modelli di riferimento per tutti quelli che lottano e non si vogliono rassegnare.

I Brandon, con le loro vittorie tutte uguali, si dimenticano: i Dylan restano per sempre e nemmeno la morte ne scalfisce il ricordo.
Lo snobismo e la superficialità con cui ovunque, ma soprattutto in Italia, viene considerata la cultura pop lo hanno liquidato come un idolo invecchiato di un serial per tredicenni nel frattempo diventate grandi, ma la verità è che il Dylan McKay di Luke Perry, con le sue insicurezze, la sua vulnerabilità, la sua disperazione, la sua totale incapacità di far parte del bel mondo degli adulti, è un antieroe senza età, di quelli che incarnano lo spirito di un tempo al punto da restare eternamente parte della memoria personale e collettiva di chi quel tempo lo ha vissuto.

Chissà quanto c’era di Dylan, dentro Luke Perry, l'attore che lo interpretava, morto ieri per un ictus a 52 anni. Chissà se anche dentro di lui si è agitato per anni lo stesso demone che rende inquieti i Dylan di tutto il mondo, molti dei quali hanno scoperto di esserlo da ragazzini, guardando lui, capendo in quell’istante che la vita non sarebbe stata una questione semplice come era apparsa loro fino a quel momento. Chissà se dove si trova adesso ci sono il sole e le onde alte due metri come a Malibu, e lui le affronta con il sole in faccia, per sempre giovane, in piedi sulla tavola da surf senza paura di cadere.

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