Serie malriuscite
7 Marzo Mar 2019 0600 07 marzo 2019

Altro che capolavoro: la fiction de “Il nome della rosa” è soporifera e piena di cliché

Il romanzo di Umberto Eco, che vinse lo Strega nel 1981, raccontava davvero la complessità e la contraddizione dell’animo umano (e quindi della Chiesa). Meglio tornare a quelle pagine o al film per scoprirli, lasciando perdere l'anticlericalismo borghese di Battiato

Il Nome Della Rosa serie_Linkiesta

Avevo sette anni e mio padre non mi aveva mai portato al cinema. Particolarmente eccitabile, quel giorno mi costrinse a vedere Il nome della rosa. Le gambe del monaco che sbucano dal pentolone, la bava del vecchio cieco e la vigorosa nudità della poveretta che s’avvolge al corpo di Christian Slater mi turbarono per giorni. La fiction firmata da Giacomo Battiato, ovviamente, non mi ha fatto lo stesso effetto, anzi, m’è parsa particolarmente soporifera. Nessuna invenzione registica, prodotto laccato, destinato a essere visto e dimenticato. I cliché fanno rissa: i buoni sono anche belli – l’occitana sopravvissuta allo sterminio della famiglia ordita dai cattivi fedeli al papa è la folgorante Antonia Fotaras – mentre i cattivi hanno la faccia da pervertiti dementi. D’altronde, ogni eresia, per quanto efferata e astrusa, è preferibile alla baronia ecclesiale, perché la Chiesa – cioè: ogni autorità – è ricca, crudele, feroce.

Umberto Eco è stato un genio della comunicazione, in quel tempo – micidiale – in cui i superprof speculavano sui mass media. Già sapientone in Bompiani, Eco parlava di Tommaso d’Aquino come di Mike Bongiorno, divulgava sui giornali e discettava in università, perché tutto è uno, nessuno e centomila, Topolino o Snoopy equivalgono Guglielmo di Ockham e James Joyce, tutto è segno – o sogno, è uguale. Il nome della rosa, in questo senso – o segno –, è straordinario: il patchwork – romanzo d’impianto ottocentesco che usa le ragioni del ‘giallo’ alternate al saggio, con mistero divino e critica al potere costituito – ha il sapore di una zuppa venefica, ma di successo. D’altronde, la letteratura è un gioco, una sofisticheria intellettuale, senza sfociare in altro che nel liquore della trama.

Come si sa, Il nome della rosa ottiene il Premio Strega nel 1981. In effetti, non aveva grandi competitori. Più bello del libro di Eco è senza dubbio Dicerie dell’untore di Gesualdo Bufalino, che otterrà lo Strega qualche anno dopo, con Le menzogne della notte. Ha una corrusca bellezza anche il libro di Enzo Siciliano, La principessa e l’antiquario (pure lui dovrà attendere: lo Strega gli capiterà tre lustri dopo, con I bei momenti). Curiosi, per gli storici della letteratura, Il primo libro di Li Po di Vittorio Saltini e I giorni del mondo di Guido Artom; poi c’è il solito Alain Elkann (con Il tuffo) e Fabrizia Ramondino, con il primo libro importante, Althénopis.

Rispetto al romanzo ‘a tesi’ di Eco, è molto più bello, narrativamente, Il quinto evangelio di Mario Pomilio – che vincerà lo Strega nel 1983 con il raffinato romanzo breve Il Natale del 1833, dedicato a sondare aspetti reconditi della vita letteraria e familiare del Manzoni. In quel caso, la ricerca del ‘vangelo assoluto’, del ‘vangelo che non c’è’, del ‘testo dei testi’, la deve compiere il lettore, perché Pomilio, su una impalcatura romanzesca leggerissima, allinea una sfilza di testi fittizi. Troppa fatica.

Ascolto su Radio Rai 3 una rapida intervista a Giacomo Battiato, che pur avendo una formazione – dice – da storico, allinea una filiera di luoghi comuni. Il Medioevo, dice, non è un’epoca buia ma piena di fermento intellettuale – e chi non lo sa. Poi c’è la parentesi sulla ferocia della Chiesa nel reprimere le eresie, dipinte come una ‘comune’ sessantottina. Indubbiamente, orrore, schifo e vergogna ci sono stati. Ma discettare di ‘povertà della Chiesa’ ricchi di fama e sufficientemente abbienti è ridicolo.

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