Parola d’ordine: ammuina
9 Marzo Mar 2019 0637 09 marzo 2019

Crisi di governo? Macché, Lega e Cinque Stelle stanno facendo finta di litigare

A nessuno conviene il ritorno alle urne. Non a Mattarella che vuole stabilità,. Non a Di Maio in caduta libera. Non a Salvini che non rivuole Berlusconi. Ecco perché si farà scena fino a domenica. E lunedì tornerà tutto a posto.

Salvini Dimaio Graffiti Linkiesta

Da due giorni nel Transatlantico di Montecitorio è tornato ad aleggiare lo spettro del voto. Non è dato sapere come, perché e quando si potrebbe anticipamente sciogliere la legislatura dei barbari e degli «scappati di casa» (copyright Silvio Berlusconi). I bookmakers del palazzo ostentano una certa sicumera e scommettono fiches pesanti sul ritorno anticipato delle urne. Eppure dietro questo chiacchiericcio fatto di retroscena, indiscrezioni e pissi pissi, che induce democrat e forzisti a tratteggiare scenari apocalittici dopo le europee: da un nuovo Nazareno 2.0 a un esecutivo di centrodestra di vecchio conio. Ecco dietro questi spifferi si nasconde un esecutivo gialloverde, o gialloblu, che nonostante si discuta sul Tav Sì, No, Nì, proseguirà il suo cammino come se nulla fosse.

Fuori verbale i dirigenti di rango del Carroccio confidano che «non ci sarà nessuna crisi e noi governeremo cinque anni». Gli fanno eco i quadri di un M5S in estrema difficoltà: «Fantapolitica l’ipotesi del ritorno delle urne». E allora viene da pensare che i due contraenti staranno forse bluffando. I leghisti fermi, immobili, nella loro posizione del sì Tav, del partito dei cantieri spinto dal vento Nord. Mentre le truppe di Di Maio a sbraitare e a opporsi all’alta velocità Torino-Lione che rappresenta una battaglia simbolica per chi fino a ieri l’altro manifestava a Chiomonte a colpi di Vaffa. Le parti resteranno divise fino all’ultimo secondo utile per l’apertura dei bandi sull’alta velocità. Fino a quell’istante sarà una simulazione di una battaglia. Non è un caso infatti che il sottosegretario Buffagni si sia spinto in avanti utilizzando parole di questo tenore: «La crisi è già aperta». Insomma, si tratta di wrestling, non di pugilato. Pura finzione. Anche perché a più livelli nessuno intende rimboccarsi le maniche e attrezzarsi per una campagna elettorale dall’esito sconosciuto.

Il primo che non desidera il ritorno alle urne risiede a via del Quirinale e si chiama Sergio Mattarella. Sfogliando il dizionario del Colle alla voce "e" non è presente la parola elezione. Il Capo dello Stato è uno dei massimi sostenitori della stabilità del Paese. Mattarella sa bene che in una fase delicata come quella attuale non è ipotizzabile un ritorno anticipato alle urne in estate, né tantomeno in autunno. È uno scenario da scongiurare. Si dovrà scavallare la prossima finanziaria che partirà con un meno 23 miliardi di clausola di salvaguardia da sterilizzare più una serie di previsione errate che ingrosseranno il valore del deficit. La tesi del Colle è che toccherà a questo governo, che ha combinato il pasticcio, venirne fuori. Corollario: il mite Sergio non ha alcuna intenzione di consegnare l'elezione del suo successore a un parlamento con la Lega al 35%. E lotterà con le unghie e coi denti affinché la legislatura faccia il suo corso fino al 2021, almeno.

Solo a Salvini, forse, converrebbe staccare la spina e incassare un punteggio storico per il Carroccio. Ma con l’attuale sistema di voto, un proporzionale puro, dovrebbe in ogni caso sedersi al tavolo con Silvio Berlusconi, e il Capitano non ha alcuna voglia di riabbracciare il vecchio alleato di Arcore

Ma non finisce qui. Anche i cinquestelle derubricano a fantapolica la parolina "elezioni". Le truppe di Di Maio sono in caduta libera da quando è nato l’esecutivo. E ancora ieri venivano attestati attorno al 21 per cento, circa dodici punti in meno del risultato ottenuto alle politiche del marzo del 2018. Ciò spinge i vertici del Movimento, in particolare Di Maio, ad allontanare lo scenario delle urne anche perché, avrebbe confidato ai suoi, «se cado io, finisce per tutti». Simul stabunt, simul cadent. Un movimento al 21 per cento tornerebbe confinato all’opposizione, manderebbe all’aria il reddito di cittadinanza - il decretone che ha al suo interno il Rdc non è stato ancora approvato - e le riforme gradite a Grillo e company, e rieleggerebbe un numero di parlamentari notevolmente inferiore all’attuale. Tutte spie che allungano la vita all’esecutivo più pazzo della storia della repubblica.

Solo a Salvini, forse, converrebbe staccare la spina e incassare un punteggio storico per il Carroccio. Ma con l’attuale sistema di voto, un proporzionale puro, dovrebbe in ogni caso sedersi al tavolo con Silvio Berlusconi, e il Capitano non ha alcuna voglia di riabbracciare il vecchio alleato di Arcore che nel frattempo è finito imbrigliato in una nuova indagine, questa volta per corruzione in atti giudiziari, reo di aver pilotato una sentenza del Consiglio di Stato. «Noi con Berlusconi abbiamo chiuso», assicurava fino a ieri sera un senatore assai ascoltato da Salvini. E allora, per dirla con Agatha Christie, «un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova». La prova è che Lega e Cinquestelle non si separeranno. Né oggi. Né tantomeno domani.

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