11 Marzo Mar 2019 0932 11 marzo 2019

Aiutavano l’Africa: quel che il governo non ha il coraggio di dire sugli otto italiani morti in Etiopia

Salvini, Di Maio, Conte. Le dichiarazioni ufficiali del nostri leader non menzionano mai il ruolo degli scomparsi nel disastro aereo. Aiutare i paesi africani, evidentemente, non è una cosa rilevante per il Governo

Tragedia Aereo Etiopia Linkiesta
Michael TEWELDE / AFP

«Il mio profondo dolore per la tragedia dell’aereo dell'Ethiopian Airlines, in cui hanno perso la vita anche 8 nostri connazionali. Esprimo la mia vicinanza alle loro famiglie e alla Regione Sicilia per la perdita dell'assessore Sebastiano Tusa», scrive Luigi Di Maio. «Dolore e preghiera per tutte le vittime della tragedia aerea in Africa, siamo vicini ai famigliari e lo saremo anche in futuro», gli fa eco Matteo Salvini. «Oggi è un giorno di dolore. Nell’aereo della Ethiopian Airlines precipitato dopo il decollo da Addis Abeba vi erano anche nostri connazionali. Ci stringiamo tutti ai familiari delle vittime rivolgendo loro i nostri partecipi, commossi pensieri», aggiuge Giuseppe Conte. E mai, a memoria, si era vista e letta tanta morigeratezza, tanto pudore, diciamo pure tanto asettico distacco per la sorte di otto nostri connazionali, tra le 157 vittime del disastro del volo Ethiopian, precipitato sei minuti dopo il decollo da Adis Abeba.

In un Paese che ogni volta che piange i suoi connazionali morti in una tragedia li eleva a simbolo di qualcosa - il cervello in fuga, la generazione Erasmus, gli operai in cerca di un futuro migliore - stupisce che non una parola dei nostri leader racconti cosa ci facessero, quegli otto italiani, in Etiopia. Cosa facessero Carlo Spini, sua moglie Gabriella Vigiani, e l'amico Matteo Ravasio, rispettivamente fondatori e tesorieri della onlus Africa Tremila, che stavano costruendo un ospedale nel Sud Sudan. O cosa facesse Paolo Dieci, fondatore e presidente del Comitato Internazionale per lo Sviluppo dei Popoli, in viaggio verso la Somalia, per stare vicino ai suoi cooperanti. O ancora Maria Pilar Buzzetti e Virginia Chimenti del “World Food Programme” dell’Onu. O Rosemary Mumbi, che si occupava di pesca per la Fao. E c’era Sebastiano Tusa, assessore ai beni culturali della Regione Sicilia e archeologo di fama mondiale, che stava andando in Kenya per un progetto dell’Unesco.

Non una parola dei nostri leader racconti cosa ci facessero, quegli otto italiani, in Etiopia. Chiamatelo occuparsi degli ultimi, chiamatelo “aiutarli a casa loro” - non rimarrà traccia nelle dichiarazioni ufficiali

Per loro, zero ricordo, zero retorica. Di quel che facevano - chiamatelo occuparsi degli ultimi, chiamatelo “aiutarli a casa loro” - non rimarrà traccia nelle dichiarazioni ufficiali, quando le leggeremo tra decenni. E speriamo sia un caso che questo accada per una tragedia occorsa a cooperanti, fondatori e membri di organizzazioni non governative, persone per cui l'umanità non si divide tra italiani che arrivano prima e tutti gli altri che arrivano dopo (soprattutto se poveri), se la loro opera, troppo spesso sottaciuta, alza il velo sulla retorica della solidarietà salottiera, della cooperazione “che fa affari” sulla miseria degli africani, sul buonismo un tanto al chilo, “ma nessuno che se li prende a casa”.

Ecco: Carlo, Gabriella, Matteo, Paolo, Maria Pilar, Virginia, Rosemary, Sebastiano avevano fatto ancora di più. Avevano messo in Africa un pezzo di casa loro. Avevano deciso di dedicare la loro vita, la loro gioventù, la loro vecchiaia, agli ultimi del mondo, al continente maledetto. E lo facevano consapevoli che il vento dello spirito dei tempi soffiasse in senso avverso, che il loro Paese - a partire dal loro governo, che non a caso aveva tagliato i fondi destinati alla cooperazione nell’ultima legge di bilancio - vedessero quel lavoro come un orpello inutile, forse addirittura dannoso, perché levava tempo, soldi, attenzione ai poveri di casa nostra. E se quelle parole non riescono a uscire dalla bocca di un ministro, ci pensiamo noi a dar loro voce e timbro: grazie per averci resi orgogliosi di essere italiani. Di questi tempi, non è cosa da poco.

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