A tu per tu con l'aldilà
11 Marzo Mar 2019 0600 11 marzo 2019

“Dio non è morto, si è suicidato”: le confessioni di Jorge Luis Borges

A 120 anni dalla nascita dello scrittore argentino, un’intervista svela il suo lato più intimo e il suo rapporto con la morte: “Non c'è una seconda vita, né vorrei che ci fosse. Io voglio essere dimenticato completamente”

Jorge Luis Borges_Linkiesta

Nel 1980 Franco Maria Ricci, editore esteta, per cui Jorge Luis Borges dirige la fatidica collana ‘La Biblioteca di Babele’, fa un regalo al geniale scrittore. “In onore di J.L. Borges nel suo 80° compleanno” pubblica, come numero 19 della fatidica collana, dopo London e Papini, dopo Léon Bloy e William Beckford e P’u Sung-ling e Hawthorne, quattro “racconti inediti” di Borges. Il volume è di magnetica bellezza: in copertina, una rosa rosa – che si riferisce al racconto La rosa di Paracelso – si spalanca in una selva da cui si staglia, in ruggito allucinato, una tigre – che rimanda al racconto Tigri azzurre. “Dominano in queste pagine due colori, l’Azzurro e il Rosa, colori delle nascite e della letteratura, colori mentali caduti dal cielo e riassaporati nel fondo della cecità”, specifica l’editore. Borges nasce nel 1899, il 24 agosto – quest’anno farebbe 120 anni.

In calce al volume, Franco Maria Ricci pubblica una intervista a Borges a cura di María Esther Vázquez – che con JLB ha curato una Introducción a la literatura inglesa e la mirabile Literaturas germánicas medievales. L’ultima domanda dell’intervista è questa, “Lei crede in un’altra vita?”. Risposta laconica di JLB: “No. Credo che non ne esista altra, e non mi piacerebbe che esistesse. Io voglio morire completamente. Non mi piace neppure che mi ricordino dopo morto.Spero di morire, di dimenticarmi e di essere dimenticato”. In questa volontà di nulla, ovviamente, si vede una certa voluttà.

In quello stesso 1980 un’altra donna reclama Borges all’intervista. Si chiama Liliana Heker, ha 37 anni, ha continuato a scrivere, a esercitare l’arte del pensare a Buenos Aires, nonostante il regime dei militari – e litigando, per questo, pubblicamente, con l’amico Julio Cortázar. Fondatrice e codirettrice – insieme ad Abelardo Castillo e a Sylvia Iparraguirre – della rivista El Ornitorrinco, voce culturale autonoma e autorevole in quell’era di tenebra, ha già pubblicato alcune raccolte di racconti – il ‘genere’ in cui è maestra – di pregio: Los que vieron la zarza (1966), Acuario (1972), Un resplandar que se apagó en el mundo (1977). Borges è Borges e basta. L’intervista di Liliana Heker inizia dove termina l’intervista di María Esther Vázquez: la scrittrice costringe Borges a indagare la morte. “La parola ‘morte’? Mi suggerisce… una grande speranza. La speranza di smettere di essere”, attacca Borges. Poi specifica cosa intenda quando parla di voler essere dimenticato. “Vorrei che venisse dimenticata la mia biografia, e il mio nome, e che venisse ricordato qualche mio racconto o qualche mio verso. Io vorrei sopravvivere nelle mie opere, ma non, diciamo, come soggetto di un lemma in un’enciclopedia… Sono convinto che uno, quando scrive, ha la speranza che l’opera sopravviva. Ma, se può sopravvivere nell’anonimato, meglio; se può far parte del linguaggio o della tradizione, meglio ancora”.

Il motivo per cui, nel 1980, Liliana Heker sente la necessità di discutere la morte, dunque di riscattare la vita, ha fondamenta storiche. “Non c’erano morti, malgrado tutti sapessimo, o sentissimo, che la morte ci circondava da tutte le parti. Era dunque necessario strapparla a quegli specialisti della morte, recuperarla come una questione esistenziale, filosofica e biologica che ci riguardava; ripensare al senso che ha morire per ragioni ideologiche, riparlare della trascendenza e dell’angoscia, del sogno di immortalità e di una morte degna. Almeno su un terreno in cui quegli assassini non avrebbero mai potuto sottrarci, sul terreno intellettuale; dovevamo restituirci la vita e la morte. Questo è un libro che va letto con uno spirito dialettico e con la mente molto aperta. Dubito che il lettore possa scoprire tra le sue parole un indizio di ciò che avvisterà nell’aldilà ma è probabile che trovi qualche elemento per riflettere sul suo essere aldiqua. Si tratta precisamente di questo”. La Heker intervista antropologi, psicoanalisti, scrittori, artisti. Mentre l’Argentina muore, la scrittrice sembra voler tutelare dal belato dell’oblio il concetto di morte. Per questo ha bisogno di parlare con Borges, l’uomo che ha disintegrato il valore dello spazio-tempo, che ha sul palmo i millenni, le saghe islandesi, i coltelli argentini, il sorriso di Stevenson, gli haiku giapponesi, i viaggi mistici di Dante e quelli inferi di Poe. Il suo Diálogos sobre la vida y la muerte, coltivato per anni, sarà pubblico nel 2003; il dialogo con Borges, finora inedito in Italia, è ora pubblico per Castelvecchi, nella traduzione di Mercedes Ariza, come Diffido dell’immortalità.

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