11 Marzo Mar 2019 0640 11 marzo 2019

Nessuno spende i soldi pubblici peggio di noi: ecco perché dobbiamo occuparcene (se non vogliamo fallire)

Blandita in campagna elettorale, dimenticata un minuto dopo, la revisione della spesa è da sempre una specie di chimera. Ma l’Italia spende davvero malissimo i suoi soldi. Ma con Salvini e Di Maio bisognosi di risorse forse questa è davvero la volta buona

Salvini Dimaio Spending Linkiesta
Alberto PIZZOLI / AFP

«Il nostro programma, a regime, costa circa 75 miliardi all’anno. Li finanziamo con un piano di spending review da 30 miliardi. Partiamo dal piano Cottarelli: c’è già, quindi non partiamo da zero». Così parlò Lugi Di Maio, a Linkiesta, più o meno un anno fa. Era il 9 febbraio del 2018, a un mese dalla vittoria alle elezioni, e il capo politico di Cinque Stelle insisteva sulla necessità di rimettere mano alla spesa pubblica italiana, per finanziare parte delle proposte del Movimento. Niente di nuovo sotto il sole: di revisione della spesa si parla solamente in campagna elettorale, quando si possono sparare cifre iperboliche e fa comodo dire che si metteranno mano agli sprechi e ai privilegi, senza ovviamente dire quali. Per poi dimenticarsene quando si governa, puntualmente.

Questa volta non va così, però. Perché la prossima legge di bilancio parte da -23 miliardi, lo abbiamo detto spesso, a causa dell’aumento dell’Iva da disinnescare. Perché c’è una più che probabile recessione a far sballare tutti i conti dello scorso anno. Perché non c’è più spazio per superare i confini dei parametri di Maastricht su debito e deficit senza scatenare il panico sui mercati. Ecco perché Di Maio è tornato a parlare di spending review, sempre più insistentemente. Ecco perché, forse, a questo giro, qualcosa bisognerà combinare.

La necessità di trovare denaro sonante per evitare di doversi rimangiare Quota 100 e Reddito di Cittadinanza potrebbe costituire l’innesco perfetto. A cui si aggiunge il fatto che di fronte a una spending review finalmente seria e alla promessa di destinare i risparmi agli investimenti pubblici o al taglio delle tasse potrebbe essere il viatico per chiedere ancora un po’ di flessibilità a Bruxelles,

Non sarà semplice, né ce la si può cavare con qualche patacca populista come il taglio degli stipendi ai parlamentari. Il piano Cottarelli prevede 7,2 miliardi di tagli negli acquisti di beni e servizi della pubblica amministrazione, 2 miliardi di risparmi attraverso costi e fabbisogni standard per gli enti locali, l’abbandono totale o quasi del contante per combattere l’evasione fiscale, tagli al personale dei corpi di polizia per altri 1,7 miliardi. Ognuna di queste misure - ce ne sono un’altra dozzina buona - è ispirata da innegabili criteri di razionalità economica, ma produce una massa di scontenti e di penalizzati che basterebbe a far scendere in piazza mezza Italia. Del resto, se al mondo siamo 126esimi su 136 Paesi per qualità della spesa pubblica - davanti solamente a Paesi come Grecia, Brasile, Ciad e Venezuela - qualche motivo ci sarà.

Non sarà semplice, ma oggi è necessario più che mai. E per quanto possa sembrare paradossale, un accrocchio di governo come quello gialloverde potrebbe essere davvero l’unico soggetto politico in grado di realizzare - o perlomeno iniziare - un percorso di questo tipo. Perché ha (ancora) un bel po’ di consenso e credibilità nella popolazione, che ha torto o ragione, è convinta del fatto che Salvini e Di Maio siano lì per fare gli interessi della gente, a differenza dei loro predecessori. Perché alcuni dei punti del piano Cottarelli - la fine del contante per i Cinque Stelle, i costi standard per la Lega - sono pezzi di agenda politiche delle forze di governo. Perché nessuno mai come Salvini e Di Maio è riuscito a far digerire l’indigeribile al proprio elettorato.

La necessità di trovare denaro sonante per evitare di doversi rimangiare Quota 100 e Reddito di Cittadinanza potrebbe costituire l’innesco perfetto. A cui si aggiunge il fatto che di fronte a una spending review finalmente seria e alla promessa di destinare i risparmi agli investimenti pubblici o al taglio delle tasse - Di Maio ha parlato di cuneo fiscale, recentemente - potrebbe essere il viatico per chiedere un po’ di flessibilità a Bruxelles, anche a questo giro. Fantascienza? Forse, ma dal 4 marzo in poi, abbiamo capito che tutto, più o meno, è possibile. E sognare, almeno per questa volta, non costa nulla. Anzi.

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