Il documentario
12 Marzo Mar 2019 0600 12 marzo 2019

Michael Jackson era un mostro? Forse sì, ma almeno lasciateci le sue canzoni

Il documentario “Leaving Neverland” è il processo mediatico perfetto: accusa un morto, come minimo matto da legare, e gli addossa tutte le colpe dello showbiz. Ma perché la damnatio memoriae deve colpire anche la sua arte?

Michael Jackson Linkiesta
CARLO ALLEGRI / Getty Images North America / AFP

Dieci anni fa moriva Michael Jackson. Joan Rivers disse a Tmz: “Finalmente posso lasciar uscire il mio nipotino da solo”. Il coreografo Wade Robson invece lo ricordò così: “È la ragione per cui ballo, il motivo per cui faccio musica, e uno dei motivi principali per cui credo nella pura bontà dell’umanità”. Oggi a questo aggiunge: “Ha anche abusato sessualmente di me per sette anni”.

È uno dei due testimoni del documentario “Leaving Neverland” di Dan Reed (già al Sundance, ora trasmesso da Hbo), l’altro è James Safechuck. I due nel 2012 intentarono una causa per abusi sessuali con un risarcimento di 1.5 miliardi di dollari agli eredi di Jackson. Causa respinta perché oltre i termini di legge.

Ma non è mai troppo tardi per i processi televisivi. Quelli in cui non serve rispettare le regole, solo istinto. Wendy Williams, presentatrice americana di un talk popolare, ha subito messo in chiaro che lei non crede agli accusatori: “credo alle docce insieme ma non agli atti sessuali”. In base a cosa? Siamo in tv, mica in tribunale. Lo abbiamo voluto noi. E quindi per qualcuno vale la giustificazione che l’interesse di MJ era puramente platonico e una conseguenza del “non aver avuto un’infanzia”, essere stato una star precoce, aver subito abusi psicologici e fisici dal padre manager. Per altri è un pedofilo che ha manipolato e distrutto due famiglie.

È difficile separare la mitologia dai fatti: MJ era parecchio strano. Per un po’ di tempo girava con uno scimpanzé, s’era comprato un sarcofago, indossava maschere che coprivano un’altra maschera, cioè la sua faccia, col naso sempre più atrofizzato da continue rinoplastiche, la pelle sempre più bianca, aveva la vitiligine ma forse se la sbiancava per renderla uniforme, forse viveva in una camera iperbarica – cosa che ha negato a Oprah Winfrey quando lei lo ha intervistato nel 1993: tutte bugie, tutte pazzie da tabloid. E poi le molestie sessuali su minori.

La famiglia Jackson intervistata da Gayle King respinge le accuse, ci ricorda che è sempre stato assolto e che quando si tratta di MJ tutti cercano d’ottenere soldi. Certo, è difficile credere pure a loro mentre intervistati cercano di far sembrare normale un adulto che fa pigiami party coi bambini e che quando invecchiano (giungono alla pubertà) vengono sostituiti da altri bambini. Oggi basterebbe il primo verso di “Bad” a incriminarlo: “Your butt is mine/Gonna tell you right”.

Nessuna delle accuse a Jackson è nuova, solo che è la prima volta che guardiamo negli occhi qualcuno che ci spiega com’è stato manipolato a 7 o 11 anni per fare sesso orale o stuzzicare i capezzoli di un adulto. È la prima volta che vediamo James Safechuck mostrarci gli anelli acquistati da Jackson (si presentava in gioielleria coi bambini e sceglieva gli anelli “per una fidanzata”, mettendo a dura prova i muscoli facciali di chi doveva venderglieli). La reazione immediata di molti è far sistemare Jackson nell’oblio dei mostri insieme a Bill Cosby, Harvey Weinstein, Bryan Singer, Woody Allen e Kevin Spacey. Tutti con accuse diverse, tutti ugualmente colpevoli agli occhi dei giustizieri.

Ma non è mai troppo tardi per i processi televisivi. Quelli in cui non serve rispettare le regole, solo istinto. Wendy Williams, presentatrice americana di un talk popolare, ha subito messo in chiaro che lei non crede agli accusatori: “credo alle docce insieme ma non agli atti sessuali”. In base a cosa? Siamo in tv, mica in tribunale

Si fa prima a rimuoverlo dai Simpson, dai musei, dai duetti postumi con Drake che litigare su concetti astratti quali separare opera e artista (quando ascoltiamo Thriller mica giustifichiamo atti immorali). Inutile fare i sofisticati perché come dice Oprah Winfrey intervistando i due accusatori, Michael Jackson non è più solo se stesso ma rappresenta tutti gli abusi nello show biz, tutti i pedofili, tutto ciò che c’è di male al mondo. Cosa te ne fai del dubbio quando puoi usare un morto per lanciare un segnale positivo?

Come dice Chuck Klosterman, l’eredità di Jackson è troppo imponente per essere dimenticata. La domanda non è più se è ancora possibile separare l’opera dall’artista, ma se è possibile per noi che riusciamo a farlo non interrompere l’esperienza estetica quando c’è così tanta gente passare col cartello “pedofilo” mentre stai ascoltando una canzone che fa “Love never felt so good” o che dice “If they say why, why, tell them that it’s human nature / Why, why does he do me that way?”.

Non possiamo sapere la verità, possiamo però farci un’idea delle conseguenze della celebrità. Non solo per i fan ossessionati che non riescono a prendere in considerazione la plausibilità delle accuse, ma anche quelle madri che buttavano i figli nelle braccia di Jackson perché lui era un genio, una celebrità, un uomo ricchissimo e pieno di talento mentre loro “non erano nessuno”. In una scena si vede una delle due madri dire che Jackson le aveva chiesto di tenere suo figlio un anno con sé e lei s’è rifiutata per poi cedere: al massimo lo smezziamo.

Una conseguenza dei processi mediatici è che non risparmiano nessuno, neanche le madri che sembrano Anna Magnani in “Bellissima”. E se il pubblico è colpevole di avergli dato un potere spropositato, le madri erano colpevoli di aver offerto in dono i propri figli. In fondo erano contente dei viaggi in prima classe, dei biglietti gratis, di ricevere chiamate dalla superstar. Di travestire MJ e farlo entrare in casa, tipo E.T. dove poteva essere finalmente se stesso, cioè un figlio/bancomat adottivo. Erano contente di conoscere persone famose come Sean Connery e in cambio dovevano solo lasciare i loro figli con quel freak di talento a Neverland, quel paradiso per pedofili: caramelle, giraffe, porte coi campanelli che ti avvisano se venivano aperte. Erano tutti così contenti.

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