中国就在附近
14 Marzo Mar 2019 0600 14 marzo 2019

Più che conveniente è inevitabile: come la Via della Seta cinese cambierà l’Italia (e anche l’Europa)

A un convegno organizzato da MoviSol presso la Regione Lombardia, si è parlato dei temi del memorandum. L’Italia farà parte della Belt & Road Initiative? Forse sì, e avrà, dice il sottosegretario Geraci, solo da guadagnarci

Dragone Cina Linkiesta
FRANCOIS GUILLOT / AFP

La Cina è vicina, anzi: è già arrivata. E l’Italia, se non si prepara ad accoglierla, sarà travolta. È il succo dell’incontro “L’Italia sulla nuova via della seta”, organizzato a Milano presso la sede della Regione Lombardia in collaborazione con l’associazione MoviSol, il cui presidente Lyndon LaRouche – come ha ricordato Giulio Tremonti in un’intervista al Corriere della Sera – è stato il primo ideatore di una Road & Belt cinese. Tra i relatori, anche il sottosegretario allo Sviluppo Economico Michele Geraci, da tempo il più attivo promotore della partecipazione dell’Italia al progetto: «Di fronte al vento – ha detto citando un proverbio – c’è chi costruisce muri e chi mulini». E se il vento è la Cina, è meglio darsi da fare per sfruttare il suo arrivo.

La sua posizione è chiara: da un accordo con la Cina, che tanto ha inquietato gli Stati Uniti, l’Italia ha solo da guadagnarci. Non si tratta, assicura, di una svendita di asset infrastrutturali (anzi, ne servirebbero altri, anche più recenti ed efficaci, Tav compresa) e non c’è nessun rischio di finire schiavi di obblighi finanziari – come ad esempio la trappola del debito, strumento di potere/ricatto imposto a tanti Stati africani (e al Montenegro) che spaventa molti Paesi europei. «La Cina ha interessi economici, e possono coincidere con quelli dei Paesi target». Cioè l’Italia. Cioè il Meridione, «che può diventare l’hub verso l’Africa perché è la parte d’Europa più vicina al nordafrica, ma senza essere in Africa». Ma c’è da fidarsi?

Secondo Geraci, sì. Anche sul caso del porto di Trieste: «Non lo stiamo vendendo: i cinesi pagheranno per costruire un molo. Si tratta di un investimento per aumentarne la capacità produttiva». E poi è inutile nasconderlo che «i cinesi, nei mari d’Europa, ci sono già». Sono in Egitto, a Haifa, a Malta, a Valencia, Bilbao, Anversa, Amburgo. Anche a Marsiglia. Al Pireo, il porto di Atene, «il traffico è triplicato grazie ai cinesi, e se i greci si lamentano è solo perché adesso devono lavorare».

Battute a parte, il 15% della capacità portuale in Europa è cinese. A Rotterdam, il più grande del continente, è il 35%. E Amburgo ha un ufficio a Shanghai. «Chi chiede una politica comune europea per lo sviluppo dei porti con la Cina non sa di cosa parla: come faccio io a chiaare il mio omologo olandese e chiedergli di concordare una politica comune? E con quello tedesco?». Il fatto che la Cina è vicina da anni, e ogni Paese europeo sta facendo i suoi conti. L’Italia ha fatto scalpore perché è la prima, finora, del G7 a essersi offerta di firmare un memorandum. Ma anche gli altri si attrezzano.

Per quanto riguarda altri tipi di infrastrutture, come ad esempio i treni, in Germania c’è Duisburg, candidata a diventare l’hub principale d’Europa per ricevere e inviare le merci lungo la Via della Seta. L’Italia, invece, è appesa sul/la Tav.

La Tav? Per la Belt & Road cinese è cruciale

A parlare dell’insidioso argomento ci pensa l’altra ospite, Helga Zepp-LaRouche, vedova LaRouche e a capo del suo think tank Schiller Institute, che inserisce il corridoio 5, quello cui appartiene la linea Lione-Torino, tra le infrastrutture fondamentali per il futuro europeo. «È cruciale per la Belt & Road», soprattutto in un quadro di carenza generale (non solo italiana, ma europea), «preoccupante». Per tirarsene fuori, l’Europa deve investire e costruire e per questo «tirarsi fuori dalla micidiale ideologia ambientalista». Secondo il suo punto di vista questo tipo di ecologia – come già aveva sostenuto suo marito – è solo uno strumento geopolitico, la cui funzione è contenere la crescita di Paesi o gruppi di Paesi rivali. «Oggi gli studenti scioperano contro il Climate Change, pur non capendone nulla dal punto di vista scientifico. È una delle tante manifestazioni del pessimismo cosmico che ha preso piede in Europa, che fa sì che i giovani non vadano a studiare e non pensino davvero al futuro».

E allora si capisce che la Cina non fornirà solo merci e prodotti che rivaleggeranno con la nostra manifattura: quello che si propone in fondo – e che MoviSol riporta – è un cambio di paradigma culturale, ideologico e politico. «Dicono che la Cina divida l’Europa, ma in realtà l’Europa è già divisa: tra Nord e Sud dai temi economici e dalle politiche di austerità», e «tra Est e Ovest dall’immigrazione». Quello che è davvero in crisi, sottolinea Zepp-LaRouche, «è questo modello di Unione Europea»: dall’incontro con la Cina, che vive sulla mssima confuciana dell’armonia delle nazioni, sarà «una nuova Europa delle patrie, quella che auspicano sia da Pechino che da Mosca». E che auspicava anche il generale De Gaulle.

Insomma, visto che «il modello liberale, in cui tutto è permesso, non si prende cura delle prossime generazioni e ha dato strada alla decadenza», la Cina ne importa un altro, «basato sulla meritocrazia, che esalta la qualità del personale politico – a differenza della democrazia occidentale – ed è meglio del sistema dei partiti, perché si concentra sul bene comune». E i diritti? In Cina «in pochi anni tante persone sono passate dalla povertà a una vita agiata» e questo «è un modo di occuparsi dei diritti delle persone». Del resto, sempre per impronta confuciana, è lo Stato che si fa carico «del miglioramento culturale ed estetico delle persone»: l’obiettivo di una civiltà, secondo loro, «è la bellezza dell’anima».

E di fronte a tutto questo, si può forse sindacare per qualche porto e un treno più veloce?

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