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Greenkiesta
Intervista
15 Marzo Mar 2019 0600 15 marzo 2019

“Lavoro e ambiente non sono contrapposti. I sindacati devono scendere in campo”

“Il cambiamento climatico e la transizione verde modificheranno il modo di vivere e inevitabilmente anche il modo di lavorare”, dice Gianna Fracassi (Cgil). “Serve una strategia nazionale. Oggi diamo ancora 17 miliardi di incentivi a chi usa combustibili fossili. È in gioco la nostra crescita”

Ilva Ambiente Linkiesta
(CARLO HERMANN / AFP)

La storia dell’Ilva di Taranto è lì a ricordarcelo: ambiente e lavoro sono stati visti spesso in contrapposizione. Ma ora, in occasione del Global Strike For Future, anche i sindacati italiani scendono in piazza. Perché «la tutela del pianeta significa anche tutela del lavoro», dice Gianna Fracassi, vicesegretaria generale della Cgil, con delega all’ambiente. «Il cambiamento climatico e la transizione verde modificheranno in maniera consistente il modo di vivere e quindi inevitabilmente anche il modo di lavorare. È necessario intervenire per tempo per riprogrammare l’economia, cambiando i modelli produttivi e gli stessi prodotti attraverso la contrattazione a tutti i livelli, il confronto con il governo nazionale e le amministrazioni locali».

Fracassi, che c’entra il sindacato con l’ambiente?
È un tema che riguarda tutti e che interessa molto il sindacato, perché la transizione ecologica stravolgerà anche il modo di lavorare. Da mesi la Cgil partecipa con i suoi funzionari ai Fridays For Future. E come i ragazzi di Fridays For Future ci ricordano, pensiamo che il nostro pianeta non abbia più tempo.

Ma in che modo il sindacato può incidere in questo cambiamento?
La nostra prima missione è contrattare le condizioni di lavoro, facendo sì che la questione ambientale entri nelle contrattazioni, sia per la tutela dei lavoratori ma soprattutto per l’impatto che le produzioni hanno sul pianeta.

E poi?
Ci sono la contrattazione territoriale e la contrattazione per lo sviluppo. Nel rapporto con le istituzioni nazionali e territoriali, stiamo spingendo per un cambiamento del modello di sviluppo. A questo governo, ad esempio, chiediamo più investimenti, indicando le filiere in cui farli confluire e tenendo come perno centrale l’economia circolare. In passato, in tanti contesti, il lavoro è stato visto come non coniugabile con l’attenzione all’ambiente. Oggi possiamo fare un passo in avanti.

La nostra prima missione è contrattare le condizioni di lavoro, facendo sì che la questione ambientale entri nelle contrattazioni, sia per la tutela dei lavoratori ma soprattutto per l’impatto che le produzioni hanno sul pianeta

Transizione ecologica però in alcuni settori potrebbe significare anche perdita di posti lavoro.
Ecco perché bisogna attuare la giusta transizione per il lavoro in tutti quesi contesti che potrebbero essere travolti dalla transizione ambientale. Nel momento in cui emergono obblighi rispetto alle emissioni che ci siamo impegnati a rispettare, è chiaro che questo investirà molto il lavoro, con effetti sui lavoratori.

Ci fa un esempio?
L’Italia, ad esempio, ha ancora diverse centrali a carbone, tra La Spezia, Civitavecchia e Brindisi. Ma sappiamo che di qui a pochi anni, dovremo uscire dal carbone e queste centrali dovranno chiusere. La stesso stravolgimento ci sarà per l’automotive, che si sta sempre più spostando verso l’elettrico.

Cosa proponete?
Bisogna prevedere i ammortizzatori sociali straordinari che sin da ora agiscano sulla riqualificazione dei lavoratori interessati da questi cambiamenti, in modo che possano avere altre possibilità di collocazione. Ma nello stesso tempo la chiusura di queste centrali o il passaggio all’elettrico potranno aprire a nuovi investimenti, con la creazione di nuovi posti di lavoro. Ecco perché serve una strategia nazionale. Non possiamo lasciare al mercato la gestione di queste politiche.

Bisogna prevedere i ammortizzatori sociali straordinari che sin da ora agiscano sulla riqualificazione dei lavoratori interessati da questi cambiamenti, in modo che possano avere altre possibilità di collocazione

Ma esiste una discussione concreta su questi temi nelle istituzioni del nostro Paese?
In Italia il dibattito su questi temi è molto arretrato. Serve un Paese che provi ad agganciare le sfide, programmando e progettando il proprio futuro. Serve una strategia nazionale finalizzata alla transizione ambientale ed energetica. Come hanno fatto ad esempio Cina e Germania, investendo molte risorse sulle rinnovabili. È un processo che prevede che il Paese, e quindi chi governa, si faccia carico di quello che si dovrà mettere in campo. Non c’è in gioco solo un tema fondamentale come la salvaguardia dell’ambiente, ma c’è in gioco la crescita e lo sviluppo del Paese.

Significa rivedere del tutto il modello di sviluppo, quindi.
Significa mettere in campo un grande piano verde di creazione di posti di lavoro, a partire dal sostegno e supporto di alcuni settori, con una maggiore sinergia con la ricerca e l’università. E servono nuove politiche industriali che inglobino anche la sostenibilità ambientale. Taranto è l’esemplificazione di politiche industriali che non si sono fatte. Oggi c’è la possibilità di rendere compatibili le produzioni che hanno creato in passato danni per l’ambiente. Certo, questo non lo si fa se si mantiene lo status quo.

Taranto è l’esemplificazione di politiche industriali che non si sono fatte. Oggi c’è la possibilità di rendere compatibili le produzioni che hanno creato in passato danni per l’ambiente

Da dove partire?
Bisogna intervenire per costringere chi ha ancora produzioni dannose a modificarle.

Come?
La prima cosa che si potrebbe fare è rivedere il nostro catalogo di incentivi fiscali. Oggi investiamo 16 miliardi per produzioni non dannose, ma ci sono ancora in campo 17 miliardi di incentivi per produzioni che si appoggiano all’utilizzo di fonti fossili, quindi pro carbonio. Basterebbe spostare queste risorse sul lato degli investimenti per la creazione di lavoro verde. Così si può riprogrammare l’economia.

Di quanto tempo abbiamo bisogno per “riprogrammare l’economia”?
Il tempo sta finendo, non solo perché i cambiamenti climatici stanno determinando materialmente degli effetti sul clima e sulle nostre vite. Sta finendo anche perché abbiamo scelto come Paese di aderire agli obblighi internazionali sul clima. Ma per riprogrammare l’economia non bastano due anni. Bisogna cominciare a intervenire per tempo, con una strategia di medio-lunghissimo periodo, a partire dalle questioni energetiche. È un processo che va governato perché ha implicazioni di natura fiscale, economica, ambientale e, se costruito e programmato, può anche determinare la creazione di tanti posti di lavoro. Soprattutto per i giovani di questo Paese che, come è noto, oggi non hanno oggi grandi opportunità. Ma se non si prova a invertire la tendenza, non ne avranno neanche in futuro.

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