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15 Marzo Mar 2019 0531 15 marzo 2019

Paola Antonelli: “Il mondo è complesso ed è bellissimo così. Il nostro scopo? Estinguerci meglio”

L’esposizione internazionale in scena in questi mesi a Milano, raccontata dalla sua curatrice: «L’uomo si estinguerà, il nostro scopo dovrebbe essere quello di essere ricordati meglio di così. I bambini? Sono il cuore dei processi di cambiamento. E il design lo strumento della ricostruzione»

Paola Hires Portrait 2016 Marton Perlaki Slightly Smaller

«Dobbiamo essere consapevoli della complessità degli ecosistemi in cui viviamo e non dobbiamo temerla. La complessità è bella». Difficile trovare una parola che definisca meglio di questa - complessità - la XXII esposizione internazionale della Triennale di Milano, intitolata Broken Nature, natura spezzata. Ed è fisiologico che a trovare il bandolo e a sbrogliare la matassa sia Paola Antonelli, curatrice del Dipartimento di Architettura e Design del MoMa di New York, che di questa triennale è la curatrice. Perché no, non c’è altro modo di leggere la Terra al tempo degli uomini, se non come un’ecosistema complesso, in cui il legame tra noi e la natura - così come quello tra uomini e uomini, tra ricchi e poveri, Nord e Sud, Occidente e Oriente - si spezza e si ricostituisce di continuo, in un esile equilibrio tra fare e disfare, tra empatia ed egoismo, tra tensioni ipermoderne e culture materiali che resistono attraverso i secoli.

Ci sono le immagini della Nasa che accolgono il visitatore raccontandogli i repentini e brutali cambiamenti della Terra antropizzata, e ci sono i semi delle piante autoctone raccolti all’interno di depositi di sicurezza, per preservare la biodiversità dalle catastrofi naturali. Ci sono i plastiglomerati formatisi dall’unione tra la roccia oceanica e i rifiuti che gettiamo negli oceani e le barriere coralline artificiali, stampate in 3d, per aiutare i coralli a riprodursi e un delicato ecosistema a sopravvivere. C’è il racconto della lunga filiera di materiali e processi produttivi che sta dietro alla produzione di un sistema di intelligenza artificiale e c’è il Fairphone, uno smartphone scomponibile che si pone l’obiettivo di ridurre la mole di spazzatura elettronica che sta invadendo il pianeta, o ancora il progetto OneStreams di Formafantasma, che concepisce i rifiuti elettronici come un materiale a tutti gli effetti. Oggetti di critical design che rumineranno per noi il cibo che non riusciamo a digerire, quando ci sarà solo quello da mangiare e artisti come Thomas Thwaites, che si è finto capra per tre giorni, grazie a un equipaggiamento studiato ad hoc, finendo per essere scambiato dalle stesse capre per una di loro. Ci sono le ventitre partecipazioni internazionali, ciascuna delle quali sospesa sul medesimo crinale tra crescita e limite, tra problema e soluzione, tra il balzo in avanti e il ritorno alla natura. C’è il concerto di una grande orchestra degli animali, che ci immerge nei suoni di tutti i versi del mondo, tutti assieme, dagli orsi agli insetti. E c’è la nazione delle piante di Stefano Mancuso, neurobiologo vegetale di fama mondiale, che mette in scena la resilienza politica del mondo vegetale nella mostra più pop e didascalica di tutta l’esposizione.

Tutto e il contrario di tutto, abbastanza per uscire straniati da un percorso espositivo che non concede nessuna via d’uscita, né offre alcuna didascalica morale, poiché «l’obiettivo della mostra non è dire alla gente che cosa fare, ma stimolare la capacità critica di ciascuno». E per farlo, continua, «è meglio disseminare punti di domanda, anziché impartire lezioni che non saranno mai interiorizzate».

I punti di domanda, per l’appunto. Il primo dei quali, è quello che si staglia in controluce e che che pervade tutta la XXII Triennale: c’è ancora speranza? Riusciremo a sopravvivere ai danni che ci siamo auto inflitti, rompendo i legami con la natura? Difficile, se non impossibile, per Paola Antonelli: «Abbiamo rotto tantissimi equilibri, a partire da quelli ecologici - spiega -. Abbiamo estratto troppo, immesso troppa anidride carbonica in atmosfera, creato un buco nello strato di ozono che ci protegge dai raggi ultravioletti del Sole. Tutti questi legami che abbiamo interrotto, hanno concorso a interrompere i legami che ci tengono assieme come parti della medesima natura umana. Facciamo parte di un sistema e il danno che abbiamo provocato alla natura, lo abbiamo provocato a noi stessi».

«Abbiamo rotto tantissimi equilibri, a partire da quelli ecologici. Abbiamo estratto troppo, immesso troppa anidride carbonica in atmosfera, creato un buco nello strato di ozono che ci protegge dai raggi ultravioletti del Sole. Tutti questi legami che abbiamo interrotto, hanno concorso a interrompere i legami che ci tengono assieme come parti della medesima natura umana. Facciamo parte di un sistema e il danno che abbiamo provocato alla natura, lo abbiamo provocato a noi stessi».

Paola Antonelli

L’esito, l’estinzione della specie umana, per Paola Antonelli non è in discussione: «È solo questione di tempo, è un fatto di natura», argomenta, tornando per l’ennesima volta sulla questione che più ha solleticato l’interesse dei media, quella della “fine elegante”, quasi annoiata nel dover ogni volta ribadire l’ovvio: «Il punto è un altro - continua - e sta nella possibilità di estinguerci meglio, di dimostrare una sensibilità e un rispetto per la Terra che ci portino a essere ricordati in un modo migliore». In questo sta il senso del definire il design come ricostituente, capace cioè di ricostiuire il legame perduto, il filo spezzato con la natura, per rimetterci nella nostra giusta posizione, «come ha fatto Chiara Vigo, una donna sarda, l’ultima in grado di tuffarsi senza bombole e cercare la seta di mare, che viene da questo mollusco particolare, che la tesse che diventa un filo dorato che usa poi per fare ricami meravigliosi». Non dobbiamo smettere di essere e di sentirci umani, ma di metterci negli zoccoli (o nella conchiglia) dell’altro: non usare creme solari, ad esempio, che sono fatte di petrolio e inquinano il pianeta, bensì i tessuti con cui lo studio olandese Bélen ha sviluppato dei tessuti che filtrano i raggi ultravioletti.

Questa tensione alla ricostruzione dei legami, che all’uomo consumatore può sembrare assurda, per i bambini lo è molto meno. Bambini che compaiono in Broken Nature per raccontare di coloratissimi giubbotti da loro progettati per non respirare i veleni nell'aria delle grandi città e che oggi appaiono essere - a partire da Greta Thunberg - i protagonisti di un’idea di futuro, di cambiamento radicale, proprio a partire dalle politiche contro il cambiamento climatico: «Io quando faccio mostre penso sempre soprattutto ai bambini, che sono i critici di design più acuti e spietati e i generatori più radicali del cambiamento - spiega Paola Antonelli - A maggior ragione, i giovani che scendono in piazza oggi sono quelli che mio marito chiama my kids, la mia gente. Mi sento molto vicina a loro». E in Broken Nature, in effetti, c’è molto dei linguaggi espressivi delle giovani generazioni, dai videogiochi per Playstation a manga come Moyasimon, che racconta la storia di un ragazzo, studente di agraria, che sa parlare coi microrganismi. Empatia pura. Come quella di Laura Aguilar, fotografa americana che chiude la mostra, che nelle sue immagini celebra il legame tra il suo corpo nudo e la nuda roccia.

Empatia, vuol dire anche rapporto dell’umano con l’umano. In Broken Nature, tra i tanti legami da ricostituire, c’è anche quello tra persone. Ci sono progetti di oceanografia forense per riconoscere i cadaveri dei migranti morti negli oceani ad esempio, o riflessioni sul futuro della produzione, sul tema enorme dei costi della transizione ecologica, che crea vincitori e vinti, come tutte le rivoluzioni: «Per essere davvero ricostituenti non basta pensare solo all’impronta ecologica, ma, di nuovo, pensare i maniera complessa. Quando si cancellano oggetti, ad esempio, vuol dire pensare anche a posti di lavoro e risorse umane. Bisogna essere olistici». Che in fondo, altro non vuol dire che mettere al centro il tutto, anziché l’uomo o le tecnologie. Tra antropocene o tecnocene, forse siamo ancora abitanti dell’olocene, dell’era del tutto nuovo, dell'uomo nel tutto. Uscendo da Broken Nature, perlomeno, il dubbio viene. Ed è una bella sensazione.

La XXII Esposizione Internazionale della Triennale di Milano, intitolata Broken Nature: Design Takes on Human Survival, si terrà dal 1marzo al 1 settembre presso il Palazzo dell’Arte di Viale Alemagna, 6.

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