16 Marzo Mar 2019 0600 16 marzo 2019

La generazione dei quarantenni ha perso (e si consola con i miti degli anni '90)

Chi è nato negli anni Settanta e Ottanta si commuove per Luke Perry e ha nostalgia dell'Invicta ma è stata distrutta dal G8 di Genova, dalle riforme del lavoro e dalla crisi. E chi di loro ha preso il potere invocando un ricambio generazionale non l'ha utilizzato a favore dei propri coetanei

Beverly Hills 90210 Luke Perry_Linkiesta

Le generazioni perdono. Ha perso anche la generazione che ha vinto più di tutte, secondo Giorgio Gaber, ovvero la sua: la generazione dei sessantottini che «ha visto le piazze gremite di gente appassionata» e si è ritrovata a essere, invece, una “razza in via d’estinzione” nel mondo del dopo Novecento. Dunque, figurarsi se poteva vincere la generazione dei trentenni e dei quarantenni di oggi, quella che è nata negli anni Settanta e Ottanta, la generazione che ha scolpito nel cuore gli anni Novanta, con il muro di Berlino che cade, Kurt Cobain, le notti magiche, Bim Bum Bam, Michael Jordan, gli Oasis, i Blur, Non è la Rai, il Tamagotchi, una generazione particolarmente grande nei funerali, come si è visto nel lutto per la morte di Luke Perry, il dannato di Beverly Hills, pianto a dirotto online, com'è ovvio.

Ha scritto Christian Raimo sul Manifesto che «la sua generazione» è stata «politicamente e anche letteralmente massacrata», frantumata dalla repressione di Genova, dalle riforme del lavoro, dalla crisi, dalla depressione seguita a tutto questo. Ha perso, la sua e la nostra generazione, sostiene Raimo. Poiché «i partiti, i movimenti, i sindacati, le istituzioni, i media nella maggior parte dei casi non sono riusciti a fare tesoro della sua intelligenza». Eppure, notava Christian Rocca qualche anno fa sul mensile IL, i trentenni e i quarantenni «hanno preso il potere». Prima da sinistra, con Matteo Renzi, Maria Elena Boschi, Luca Lotti (a loro si riferiva Rocca). Poi da destra, con Matteo Salvini. E anche oltre la destra e la sinistra, con Luigi Di Maio, Danilo Toninelli, Stefano Buffagni, Giulia Grillo, Alfonso Bonafede. Tutti splendidi trenta-quarantenni che si commuovono per i walkman, i VHS, la smemoranda, lo zaino Invicta, il Nintendo, i Power Rangers, tutti cresciuti nella mitologia di Naomi Campbell e Mtv, Pulp Fiction e Totò Schillaci, i Simpson e Moana Pozzi. Uniti nella nostalgia. Divisi su tutto il resto. «Oggi una nuova generazione si affaccia sulla scena», scrisse Giuliano Da Empoli, intellettuale molto vicino a Renzi, nel libro che dedicò all'ascesa dell'ex presidente del Consiglio e del suo gruppo, La prova del potere. Pagine che descrivono altrettanto bene l'arrivo nel Palazzo dei nemici giurati del renzismo, ugualmente giovani, ma molto diversamente orientati: «Di tutte le generazioni, è la più improbabile, quella che nessuno si aspettava di veder spuntare tra gli ori dei palazzi e i riflettori degli studi televisivi».

Alcuni della nostra generazione hanno preso il potere. Peraltro, invocando una nuova generazione al potere. Però non lo hanno utilizzato a favore dei propri coetanei. Per dire: Matteo Renzi ha dato gli ottanta euro a chi ha già un contratto. Matteo Salvini ha fatto Quota cento per i nostri genitori. Di Maio ha istituto il reddito di cittadinanza tardi, quando un lavoretto lo abbiamo ornai trovato

Ci ha fregati l'immaginario, probabilmente. Che, della generazione, è il corollario simbolico. Uno spazio in cui c'è dentro di tutto. Dal fru fru delle Spice Girls – parliamo di noi trentenni e quarantenni – al martirio di Falcone e Borsellino. Un'illusione di comunità, un'appartenenza imprendibile. La ragione per cui continueremo a sospirare all'unisono ogni volta che vedremo Titanic. Penseremo a quanto siamo invecchiati il giorno in cui si sposerà Ambra Angiolini. Saremo per un attimo straziati dal dolore la prossima volta che morirà un altro simbolo della nostra giovinezza, come Luke Perry. Dopodiché, ognuno andrà per la sua strada.

Alcuni della nostra generazione hanno preso il potere. Peraltro, invocando una nuova generazione al potere. Però non lo hanno utilizzato a favore dei propri coetanei. Per dire: Matteo Renzi ha dato gli ottanta euro a chi ha già un contratto. Matteo Salvini ha fatto Quota cento per i nostri genitori. Di Maio ha istituto il reddito di cittadinanza tardi, quando un lavoretto lo abbiamo ornai trovato. E tutti e tre hanno avuto un solo, vero problema nella loro vita politica: il problema delle magagne dei loro padri. Padri biologici nel caso di Renzi e Di Maio. Padri politici nel caso di Salvini (ricordate i soldi della Lega di Bossi?).

I fatti nostri non li abbiamo fatti mai. Alla fine degli anni novanta, per esempio, abbiamo contestato la globalizzazione perché ne volevamo una diversa. Eravamo così sicuri del nostro benessere che ci preoccupavamo di cosa sarebbe accaduto a tutti i sud del pianeta con l'estensione del dominio di McDonalds. Abbiamo detto no alla globalizzazione non per proteggere noi stessi. Noi ci sentivamo al sicuro. Ci siamo opposti per proteggere gli altri. Quelli che oggi arrivano sui barconi e spaventano i nostri nonni, i nostri genitori, persino qualcuno di noi. Chi si opponeva a quello slancio, spingeva se stesso ai margini. Più che della politica, proprio della vita. Era una roba da sfigati, essere contro. Ti rendeva piuttosto misero. Uno scappato di casa, diremmo oggi. Nel tempo in cui gli scappati di casa stanno in maggioranza e la globalizzazione è contestata da destra, con i dazi, l'identità, lo stato, la nazione. E noi ci sentiamo sconfitti. Sebbene non abbiamo mai combattuto per un obiettivo generazionale. La disfatta è in realtà nel mondo, rivelatosi molto diverso da quello che ci hanno promesso i nostri consumi culturali. Maledetto immaginario. Ci hai fregati.

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