18 Marzo Mar 2019 0600 18 marzo 2019

Flat tax per tutti: la trappola di Salvini per fare schiantare il governo gialloverde

È una manovra che costa 60 miliardi, fatta apposta per farsi dire No. Eppure è quel che Salvini esattamente vuole: per monetizzare il dissenso altrui a un taglio fiscale alle europee, per tornare al voto (o all'opposizione), per non dover fare la terribile manovra 2020

Salvini Carro Viareggio Linkiesta
Marcel Kusch / dpa / AFP

L’ordigno è stato piazzato, il countdown è stato attivato. Il killer si chiama Matteo Salvini e la vittima è il governo Conte. Parliamo della bomba “flat tax” per le famiglie, una riforma del fisco a due aliquote per reddito famigliare, del 15% fino a 80mila euro di reddito e del 20% per i redditi eccedenti tale soglia. Una proposta il cui costo è stato immediatamente qualificato dal ministero del Tesoro in 60 miliardi di euro circa. E che è già stata rispedita al mittente da Luigi Di Maio, non senza qualche imbarazzo.

Va dato onore e merito a Salvini, in effetti, che ancora una volta ha saputo leggere il momento alla perfezione: l’onda lunga del consenso leghista che comincia a scemare, le difficoltà giudiziarie di Silvio Berlusconi, l’agenda politica che si sposta su temi lontani dall’immaginario leghista, come quelli ambientiali, il voto europeo che si avvicina, il documento di economia e finanza da presentare a giorni. Et voilà, ecco spuntare sul tavolo, la carta tenuta in mano per le occasioni d’oro: uno shock fiscale mai visto prima, che se approvato seppellirebbe in un colpo solo ogni regola europea.

Non ci vuole un consumato pokerista per capire che si tratta di un clamoroso bluff, ma è tutto fuorché una mossa disperata. Al contrario, è la mossa perfetta per mettere in crisi l’alleato pentastellato, che di fatto è costretto a dire di No

Intendiamoci: non ci vuole un consumato pokerista per capire che si tratta di un clamoroso bluff, ma quella di Salvini è tutto fuorché una mossa disperata. Al contrario, è la mossa perfetta per mettere in crisi l’alleato pentastellato, che di fatto è costretto a dire di No. Un po’ perché se dicesse di Sì dovrebbe assumersi, da forza di maggioranza relativa, tutti rischi connessi alla prova di forza finale con la Commissione Europea, lo spread, i mercati. Un po’ perché, sempre in caso di risposta affermativa, schiaccerebbe definitivamente la propria identità sull’alleato (di minoranza) leghista, abbracciandone l’anti-europeismo più feroce e le politiche economiche a là Trump. Di fatto, non rimarrebbe in piedi nemmeno il simulacro di un rapporto paritario tra i due contraenti del governo.

Può essere solo No, allora. Ma a quel punto, Salvini potrebbe impuntarsi, potrebbe prendersela con Tria per un Def troppo timido, potrebbe imputare a Di Maio il cambiamento che non c’è, potrebbe chiedere al popolo, in vista delle europee, se preferisce premiare chi vuole una sensibile riduzione delle tasse o chi invece frena questa riforma per non indispettire gli eurocrati a Bruxelles. E poi, una volta portato a casa un più che probabile plebiscito, potrebbe avere l’alibi perfetto per staccare la spina al governo e chiedere a Mattarella di andare al voto.

Anche in questo caso, l’inerzia sarebbe tutta dalla sua: nel caso Mattarella gli concesse le urne, potrebbe monetizzare immediatamente l’effetto europee. Nel caso non gliele concedesse, e puntasse sulla ricerca di una maggioranza alternativa a quella gialloverde - non impossibile, con Zingaretti alla guida del Pd - si sfilerebbe dalla missione impossibile di scrivere una legge di bilancio minimamente popolare, con 23 miliardi di clausole di salvaguardia da disinnescare nel bel mezzo di una recessione, e potrebbe beatamente cannoneggiare dall’opposizione.

Un piano (quasi) perfetto, quello di Salvini.’ Che ha un unico punto debole: che nemmeno gli italiani credano al suo bluff, o che si facciano prendere dalla paura del default, di un ritorno alla Lira, di una Brexit in salsa italiana. Che a stampa lo snobbi. Che il suo gioco, tutto tattico, tutto proteso alla spasmodica ricerca del consenso, affiori finalmente in superficie. Che tutto questo non si traduca in un trionfo elettorale. Che il Capitano si bruci l’arma perfetta per far cadere il governo, e rimanga senza assi nella manica. Che gli tocchi davvero passare sotto le forche caudine della legge di bilancio 2020, costretto a tagliare laddove aveva promesso cornucopie di monete d’oro, a piegare la testa di fronte a coloro cui aveva giurato la guerra. A sperimentare quel disamoramento letale e improvviso toccato a Renzi prima di lui. Ci aspettano mesi interessanti.

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