il naufragio
19 Marzo Mar 2019 1019 19 marzo 2019

Così MySpace è sparito dalla faccia della Terra (e si è portato via le nostre musiche)

Il server è cambiato e tutti i contenuti caricati sul social network dal 2003 al 2015 potrebbero essere andati persi per sempre. Addio a 50 milioni di brani: è l'ennesimo segno della tirannia dei social network, che prima decidono le regole e poi le violano quando vogliono

Myspace Linkiesta
da Wikimedia Commons

Pensate a uno scrittore come Aldous Huxley. Voi vi direte, e chi è Aldous Huxley? Ecco, se ve lo dite lasciate perdere questo articolo e correte in libreria, o più presumibilmente su Amazon, e compratevi il suo intero catalogo, ripassate quando lo avrete letto.

Se invece sapete chi è (e spero e immagino sappiate chi sia Aldous Huxley) pensate a lui. Uno passa la sua vita a studiare, a scrivere, lascia tracce evidente del suo sapere e della sua arte su pagina, in qualche modo, forse quello sbagliato, lo lascia anche nella cultura popolare, visto e considerato che è a un suo libro che si deve il nome di una delle band più popolari della storia del rock, The Doors, ispirate nella scelta del nome dal suo Le porte della percezione. Ecco, uno è Aldous Huxley, un intellettuale di peso, ma si sente marginale, come spesso capita agli intellettuali.

Un intellettuale che a un certo punto, a causa di un incendio, perde tutti i suoi libri, i suoi appunti, i suoi scritti. Tutto. Fatto che ne mina il corpo, già malato, e la mente. Mesi dopo questo fatto, il 22 novembre 1963, decide, quindi, di uscire di scena in maniera eclatante, per lasciare, almeno al momento di uscirsene, una traccia evidente del suo passaggio. Chiede alla moglie di iniettargli 100 microgrammi di LSD e addio al mondo, mentre la stessa moglie gli legge alcuni passi del Libro tibetano dei morti. Andarsene evidentemente, quindi.

In poche parole, uno si suicida, e il giorno in cui lo fa, per essere almeno notato nel momento di uscire di scena, un pazzo, o forse un pazzo guidato da un complotto, o forse semplicemente un sicario al soldo di una qualche potenza, ancora la faccenda non è del tutto chiara, ammazza J. F. Kennedy, andando a occupare di sana pianta tutte le prime pagine, vere o virtuali, dei canali di informazione e comunicazione. Bella sfiga, direi.

Fermi tutti. Questo non è un articolo su Aldous Huxley. Benché la sua visione del futuro, descritto nelle sue opere, Brave New World in testa, è sicuramente lì, sotto traccia. Ma no, questo non è un articolo su Aldous Huxley. Né su J. F. Kennedy.

Parleremo però, lo stiamo già facendo, di uscire di scena male, e di perdita di tutto il proprio sapere. Librerie e archivi distrutti dalle fiamme, più o meno metaforici. Morte, soprattutto. Autoindotta o in qualche modo necessaria.

In pratica tutte le foto, i video e i file audio caricati su Myspace dall'anno della sua nascita, il 2003, al 2015 potrebbero, questo ha comunicato Myspace, essere andati persi. “Ci scusiamo per il disagio”, hanno poi aggiunto, indicando nel nome di Jana Jentzsch, responsabile della protezione dati, il nome cui chiedere informazioni

Proviamo a ripartire, quindi. Immaginate di avere tutti i vostri averi più cari, gli ori di famiglia, i ricordi, i vostri disegni di quando ancora disegnavate, le fotografie dei vostri genitori, dei vostri figli, dei vostri amori passati e presenti. Tutto. Ecco, immaginate di avere tutto quello che vi riguarda, o almeno quello che riguarda un periodo importante della vostra vita, in una cassetta di sicurezza dentro una banca. Immaginate, magari, di averci messo anche i vostri soldi, in quella cassetta di sicurezza.

Poi immaginate che domani vi arrivi una comunicazione della stessa banca che vi dice che purtroppo durante i lavori di ristrutturazione dell'edificio dentro il quale era la cassetta di sicurezza c'è stato un problema con l'impresa edile che ha semplicemente optato per far saltare in aria la costruzione piuttosto che provare a mettere puntelli e lavorare di cemento. Una bomba e boom, addio a tutto quanto. Certo, la speranza è che qualcosa si sia salvato tra le macerie, ma è una speranza flebile. Va beh, del resto si trattava di roba vecchia, superata, siamo nel 2019, mica nel Quattrocento.

Ecco, in queste ore è successo qualcosa di simile. E qualcosa che, in qualche modo, richiama per più motivi alla mente gli ultimi giorni di Aldous Huxley. Uno, lo ribadisco, che per un po' è stato indicato come colui che aveva visto nel futuro, indicando strade da intraprendere e strade da evitare, ma che poi è finito male, non solo non calcolato nel momento della morte, ma praticamente dimenticato subito dopo.

Cosa è successo di così aldoushuxleyano? Myspace, la piattaforma di condivisione, primo tentativo di social network di massa, per un certo periodo vero e proprio alfiere di una sorta di rivoluzione dal basso musicale, ha comunicato che cinquanta milioni di canzoni, non solo canzoni, sia chiaro, ma qui parliamo di quelle, è andato distrutto, perso, sparito nel nulla.

Il tutto per un problema di spostamento di server. Il tutto dopo che da mesi la piattaforma aveva smesso di funzionare. Il tutto, va anche detto, dopo che da anni, da tanti anni, Myspace era diventato un luogo vintage, ma pur sempre un luogo con cinquanta milioni di canzoni di circa quattordici milioni di artisti.

In pratica tutte le foto, i video e i file audio caricati su Myspace dall'anno della sua nascita, il 2003, al 2015 potrebbero, questo ha comunicato Myspace, essere andati persi. “Ci scusiamo per il disagio”, hanno poi aggiunto, indicando nel nome di Jana Jentzsch, responsabile della protezione dati, il nome cui chiedere informazioni.

Immaginiamo la scena, un po' come all'epoca del crac della Parmalat, o della Banca Marche, o del Monte dei Paschi di Siena, quattordici milioni di utenti lì a scrivere a Jana per avere informazioni, e lei a rispondere a tutti. “Ci scusiamo per il disagio”, immagino.

Ci scusiamo per il disagio. Ora, si può serenamente discutere sul fatto che, soprattutto grazie all'esplosione di Facebook sul volgere del primo decennio di questo millennio, Myspace fosse da tempo diventato una landa desolata. Si pensi solo che dopo il boom gigantesco nei suoi primi anni, quando i due ideatori, Tim Anderson e Chris DeWolfe lo vendettero a Murdoch per oltre mezzo miliardo di dollari, nel 2011 lo stesso Murdoch lo svendette a Specific Media per poco più di trenta milioni. Si può anche pignoleggiare sul fatto che, a fronte di carriera tuttora in auge come quella di Adele, Nicki Minaj, Mika, Calvin Harris o degli Arctic Monkeys, da quella piattaforma partite, di quei quattordici milioni di artisti e di quelle cinquanta milioni di canzoni la stragrande maggioranza non meritavano neanche di essere chiamate tale, esattamente come succede su Youtube o su Spotify, per dire.

Abbiamo guardato alla rete, e continuiamo a guardarci, come un posto di libertà e di democrazia, ma così non è, o almeno non è più da tempo. Ci sono aziende, questo sì, che usano con una certa anarchia regole che spesso si sono date da sole, e che applicano con forza e determinazione solo nei nostri confronti, non certo verso loro stesse

Ma resta un fatto eclatante. Che un social network nato per condividire musica, video e foto ha cancellato dodici anni di contenuti caricati, si badi bene, non postati, perché nel caso di Myspace la proprietà di quanto veniva caricato rimaneva di chi lo caricava, non diventava automaticamente di Myspace stesso, come invece avviene su Instagram o su Facebook, leggetevi bene il contratto che firmate quando vi iscrivete, e che non abbia di meglio da dire di un laconico: “Ci scusiamo per il disagio”.

Parole, queste, che dovrebbero far rizzare sul collo i peli a tutti quelli, compreso chi scrive queste parole, utilizzano i social network di oggi non solo e non tanto per svago, ma per lavoro, creando una community di riferimento, condividendo contenuti che solo lì hanno un ordine e uno spazio.

Siamo in balia di poche persone, questo ci dice questo caso eclatante. Myspace, ieri, primo social network capace di far muovere la musica dal basso, col suo oltre cento milioni di utenti mensili nei primi anni di vita, e con tutta la discografia a guardare dentro quel contenitore come gli scout delle squadre di calcio un tempo facevano nei campetti di periferia, alla ricerca del futuro fuoriclasse, Youtube, Facebook, Instagram, Spotify, Amazon, Google e pochi altri, oggi.

Abbiamo guardato alla rete, e continuiamo a guardarci, come un posto di libertà e di democrazia, ma così non è, o almeno non è più da tempo. Ci sono aziende, questo sì, che usano con una certa anarchia regole che spesso si sono date da sole, e che applicano con forza e determinazione solo nei nostri confronti, non certo verso loro stesse. Provate a violare uno degli standard della comunity di Facebook e vi vedrete bloccati senza se e senza ma, a chi scrive queste parole è appena successo per un articolo uscito proprio su Linkiesta, con la minaccia di chiudere alla prossima tutti i profili sul social network di Zuckerberg. Ma figuriamoci se avrebbero mai lo stesso pugno di ferro verso loro stessi, si veda il caso eclatante dei dati scappati in grande allegria.

La libreria che conteneva la musica, i video, le foto, i blog di qualche Aldous Huxley dei nostri giorni potrebbe essere andata in fiamme, proprio nelle ultime ore. Ma esattamente come succede a qualsiasi notizia oggi, arriverà presto una nuova notizia a occupare tutta l'attenzione, un J. F. Kennedy ucciso a Dallas da Lee Oswald o chi per lui.

Di tutto questo non resterà, quindi, neanche una riga nella pagina dei necrologi. Niente.

Solo un semplice: Ci dispiace per il disagio.

Anche a noi.

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