grand tour
20 Marzo Mar 2019 0600 20 marzo 2019

Le avventure di Gianluca Barbera sono uno spasso (leggere per credere)

Dopo il successo di “Magellano” e prima dell’uscita di “Marco Polo” ecco un antipasto in forma di racconto a uno degli autori più divertenti in circolazione. Si intitola “Grand Tour” e parla del viaggio di uno scrittore e di un poeta intorno al mondo

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Photo by Vidar Nordli-Mathisen on Unsplash

Ormai, francamente, che importa del Premio Strega, come sempre lo scrittore trascende il can can della premiopoli nostrana, è già altrove, alfiere dell’altro, del nuovo. Il romanzo d’avventura – e avventato – di Gianluca Barbera è stato uno dei più incredibili successi della stagione letteraria in corso. Pubblicato da Castelvecchi – non un colosso, come dire – “Magellano” ha solcato con successo i mari del consenso pubblico (ha venduto assai, portandosi a casa, tra l’altro, il Premio Città di Como, il Città di Fabriano, il Premio Scrittori con gusto e conquistando la finale al Premio Costa Smeralda) e di critica (al di là dell’immane rassegna stampa, il libro è stato portato sul ciglio dello Strega da Arnaldo Colasanti, che ne ha scritto così: “Magellano di Gianluca Barbera è una vera sorpresa nel panorama della letteratura italiana contemporanea. Nelle forme apparenti del romanzo storico, è di fatto un libro incessante di avventure e di scoperte, con un gusto libero per il romanzesco e una intensità narrativa che, a tratti, ha dello strabiliante”), anche oltre i confini nazionali (è tradotto in Portogallo e in Brasile). Ora, a un anno di distanza da “Magellano”, Barbera si orienta verso il prossimo romanzo, “Marco Polo”, edito da Castelvecchi, in maggio.

L’ho letto in anteprima: Barbera s’insinua nel meraviglioso con agio raro, con malizie narrative da incantatore. Il romanzo è riassunto entro i confini di questa frase, epigrafica: “Sono giunto a dubitare perfino di me, della mia identità; e parecchie notti ho sognato di non essere me stesso, Marco, di averlo incontrato su una pista carovaniera e di essergli stato accanto così a lungo da finire per credermi lui, dopo la sua morte per mano dei predoni. E di prenderne il posto, per tenerlo in vita, e con lui la sua storia, che mai potrà essere dimenticata. Ma chi può dire cosa è vero e cosa è falso. Io meno di tutti; perché ciò che importa è la storia: e quella deve durare in eterno”.

Come antipasto al romanzo, pubblico un racconto inedito che esemplifica l’arte narrativa di Barbera. “Grand Tour” (questo il titolo originale) narra il viaggio in Italia di Horace Walpole, lo scrittore de “Il castello di Otranto”, e di Thomas Gray, il poeta dell’“Elegia scritta in un cimitero campestre”. Il viaggio dei due illustri è il pretesto per una serie di avventure emblematiche – strabiliante la gita a Roma, micidiale lo sketch con il ‘Senesino’, cioè Francesco Bernardi, notissimo castrato che ha lavorato a lungo con Händel. Insomma, Barbera si è inventato un nuovo genere, che guarda alla freschezza di Robert Louis Stevenson e alle arguzie di Jorge Luis Borges; fluidità narrativa, cioè, ben assecondata dall’arguzia. Una scrittura per il nuovo tempo. Si sente, leggendo, che Barbera si diverte – per questo, ci divertiamo anche noi.

***

“L’era della velocità e del confort ha scoperto con sempre crescente
interesse la seduzione dei viaggi narrati, il fantasioso diletto del
viaggiatore sedentario, confinato nella propria gremita solitudine”.
Quando viaggiare era un’arte, Attilio Brilli

“Senti un po’ cosa scrive il caro Adam. Sembrano parole tagliate su misura per noi”.

“Il caro vecchio Adam? Ancora scrive?”.

“Eccome. E senti con che maestria lo fa: Contrariamente a quanto si pensa, i giovani che si recano all’estero per compiere la loro educazione al ritorno sono più vanitosi, dissoluti e inetti di quanto sarebbero stati se fossero rimasti a casa”.

“Oh oh” ghignò Thomas.

“Ma non è tutto” continuò Horace. “Senti che affondo: I turisti inglesi a Parigi offrono uno spettacolo indecoroso. Bevono fino a notte fonda, poi tornano a casa barcollando, a meno che non finiscano per inciampare in qualche bordello lungo la strada. E così il resoconto del loro viaggio si riduce all’elenco delle bottiglie scolate e a quello delle avventure da postribolo”.

“Sembra proprio che parli di noi” fece Thomas.

“Quel che gli rode” osservò Horace “deve essere il fatto che un giovane durante il suo apprendistato in Europa rischia di acquisire quella scaltrezza che gli consentirà una volta tornato in patria di tenere testa proprio ai vecchi satiri del suo stampo”.

“Pare che quando fu il suo turno, a Siena, abbia insidiato più di una giovinetta. Circola un gustoso aneddoto che lo ritrae mentre a Firenze seduce una cameriera venuta a recargli in camera una tazza di cioccolata; per di più incinta!”.

“Chi non può più dare il cattivo esempio si consola dispensando cattivi consigli. O qualcosa del genere”. Emise un paio di starnuti.

“Salute”.

“La verità” proseguì Horace “è che Adam ce l’ha con questa moda un po’ fanatica, dobbiamo riconoscerlo, di viaggiare su e giù per il vecchio continente. Oggigiorno si può dire che non vi sia inglese di buona famiglia e di qualche ambizione che non voglia godere dei piaceri offerti da un viaggio in Italia. La guida del Sandy consiglia di attraversare lo Stivale, fino in Sicilia, possibilmente senza mai ripetere lo stesso percorso, godendo di ogni possibile scorcio pittoresco, senza trascurare il più piccolo dei tesori nascosti. E tuttavia disponendo ogni cosa in modo da trovarsi a Venezia nei giorni del carnevale, a Roma per la Settimana Santa, a Napoli per la processione di San Gennaro e a Bologna per i festeggiamenti in onore del Santissimo Sacramento, considerando che Firenze e Siena sono godibili in ogni periodo dell’anno. Che te ne pare?”.

“Ti dirò, non vedo l’ora di scendere da questa portantina. Ho le ossa rotte e il mal di mare. Piano, ragazzo! Così mi fai precipitare di sotto!”.

Il sentiero correva tra terrificanti strapiombi. In lontananza distese di boschi di pino a perdita d’occhio e qua e là giganteschi ammassi di roccia che lasciavano intravedere crepacci dalle cui profondità saliva il gorgogliare di ruscelli. I dieci portantini, scuri di pelle e nodosi, si muovevano agili sul sentiero sconnesso, simili a capre selvatiche, senza spiccicare parola, dandosi ogni tanto il cambio. A Horace e Thomas a tratti sembrava di volare.

“Credi che ci imbatteremo in qualche orso?” fece Thomas, che lo seguiva a poca distanza nella portantina rinforzata, tale da reggere il suo peso.

“Me lo auguro. Renderebbe il viaggio più vivace”.

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