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21 Marzo Mar 2019 0600 21 marzo 2019

La disuguaglianza in Italia? È una bufala

Abbiamo stipendi da fame e una disoccupazione altissima: ma la differenza tra salari i più alti e quelli più bassi è tra le minori al mondo. Il problema vero sono i bassi stipendi, e la bassa occupazione: pochi assunti con un contratto regolare, non in nero o con finte partite Iva

Lavoratori Salario_Linkiesta

Degli Stati Uniti già sapevamo. Sono da sempre messi all’indice come patria delle disuguaglianze, anche e soprattutto nei salari. Quello che probabilmente pochi immaginano è che, secondo gli stessi dati OCSE che confermano la vox populi sugli Usa, l’Italia risulta essere invece il Paese più egalitario, più della Svezia, della Danimarca, della Norvegia.

Il rapporto tra i salari lordi appartenenti al 10% più ricco tra i lavoratori e quelli che fanno parte del 10% più povero è stato in media di 2,21 punti negli ultimi anni nel nostro Paese. Decisamente meno del 5,05 americano, o del 4,67 rumeno e del 4,4 cileno. La media OCSE è di 3,37, superata di poco anche dalla Germania.

Risulta forse ancora più sorprendente il fatto che questo tasso di disuguaglianza sia ulteriormente calato in Italia rispetto al 2000, quando tra l’altro Danimarca, Svezia e Norvegia avevano un rapporto tra salari maggiori e minori più bassi del nostro.

In realtà è soprattutto tra i più ricchi che pare esserci più uguaglianza. Difatti il rapporto tra gli stipendi medi e quelli del 10% più povero è sì basso, 1,5 rispetto a una media di 1,67, ma non il minore.

Invece è quello tra il 10% di salari più elevati e quelli medi che appare essere il minore, a 1,47 rispetto al 2,01 di media OCSE e al 2,77 del Cile.

Sostanzialmente, la realtà è che i salari italiani sono schiacciati verso l’alto. Ossia non ci sono quei picchi che si trovano altrove, quegli stipendi a sei cifre, “six figures”, che nel mondo anglosassone rappresentano nel linguaggio comune un’ottima paga. E che sono sì, una minoranza, ma piuttosto diffusi ed accessibili al lavoratore che fa carriera. In Italia sono rarissimi. Solo l’8,53% degli stipendi nel nostro Paese tra l’altro superano del 50% il salario mediano. Altrove, soprattutto nei Paesi più “liberisti” dell’Est Europa, o in Cile e in Portogallo, si è tra il 25% e il 30%.

E forse è questa la statistica più importante. Che ci indica che sono veramente pochi coloro che hanno stipendi che spiccano. Apparentemente la notizia è che siamo un Paese con molte meno disuguaglianze rispetto a quello che pensavamo, che siamo molto più simili al Nord Europa, terra di welfare e di giustizia sociale.

Ma è davvero così? Forse non è tutto oro quel che luccica, considerando che invece a livello di redditi finali tutta questa uguaglianza non c’è. La realtà è che ci sono pochi stipendi d’oro al di fuori da quelli della Pubblica Amministrazione, spesso scandalosi ma numericamente pochi, perché mancano le multinazionali, le grandi imprese con posizioni corporate apicali. Quando ci sono, si tratta spesso di filiali di imprese estere, quelle italiane sono pochissime, sempre gli stessi nomi nell’ambito bancario, alimentare, delle automotive.

La tendenza è quella di sottovalutare l’importanza di un management largo e ben pagato, soprattutto nella media e piccola impresa. Con la crisi sono stati i manager i primi a essere falcidiati. Vengono considerati inutili da una classe imprenditoriale invece ipertrofica, che preferisce pagare consulenti, perennemente precari, mai assunti, imprenditori di se stessi spesso mai legati a una sola impresa.

Non è una coincidenza che questi dati sui salari spuntino in un Paese che ha il record di partite IVA e soprattutto di imprenditori. È più facile incontrare un CEO, magari di una micro-impresa, che un CTO (Chief Technology Officer) di una grande azienda che faccia ricerca e innovazione. D’altro lato sono pochi, il 7,68%, e anche qui la cosa può apparire sorprendente, coloro che prendono molto meno della mediana.

Tuttavia a differenza di quanto accade negli altri casi di Paesi egualitari i salari medi sono più bassi.

E anzi pare ci sia una sorta di correlazione tra l’essere addirittura calati dal 2007 a oggi e il basso tasso di disuguaglianza. Quasi che un maggiore divario tra gli stipendi sia una sorta di effetto collaterale di quella dinamicità dell’economia, e in primis proprio dei salari, che in Italia manca completamente. Pur con le dovute eccezioni, come la Svezia che riesce a rimanere un Paese molto equo anche quando cresce economicamente, o il Regno Unito che è diseguale anche con stipendi stagnanti.

Tutte queste cifre tuttavia ci dicono una cosa precisa, che in Italia non c’è un problema di disuguaglianza nei salari, come spesso si sente. C’è un problema piuttosto di bassi stipendi, e ancora di più di bassa occupazione, di pochi assunti con un contratto regolare, non in nero o con finte partite IVA che aggirino l’alto costo del lavoro.

Il caso italiano, molto sui generis anche rispetto a quello di altri Paesi simili, ci ricorda che come spesso accade scegliamo le battaglie sbagliate e ci dimentichiamo di quelle che andrebbero invece combattute. Quelle per avere più lavoratori, una maggiore produttività che possa far incrementare i salari, più investimenti di multinazionali, anche a costo di avere più stipendi a sei cifre, e divari più vicini alla media dei Paesi sviluppati.

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