vita vissuta
21 Marzo Mar 2019 0600 21 marzo 2019

Com’è fare l’amore a Londra al tempo della Brexit

Il comico Francesco De Carlo in “La mia Brexit” (Bompiani) racconta la sua esperienza come stand-up comedian nel Regno Unito tra documentari sui rituali di accoppiamento della BBC agli incontri sempre più strani con le ragazze inglesi su Tinder con un solo obiettivo: arrivare al terzo appuntamento

Brexit Bacio Linkiesta

Nel Regno Unito Sir David Attenborough è un tesoro nazionale. Naturalista e divulgatore scientifico, ha prodotto decine e decine di documentari acclamati dalla critica e amati dal grande pubblico, come il popolarissimo Planet Earth o il recente Blue Planet II dedicato alla vita sottomarina, che è stato visto su BBC One da oltre quattordici milioni di spettatori. Per mezzo delle più innovative tecniche di ripresa, i coraggiosi operatori della squadra di Sir David sono riusciti a filmare specie che si ritenevano estinte e a registrare le più bizzarre stranezze del mondo animale. Tigri, panda, pesci, uccelli, balene, scimmie e scimmiette diventarono ben presto la mia compagnia preferita nel freddo autunno londinese. Visto che la città non mi voleva e che uscivo solo per esibirmi, passavo la maggior parte del tempo in casa, a coltivare un’inedita curiosità naturalistica. Potevo trascorrere fino a tre o quattro giorni senza vedere esseri umani con l’unica eccezione dei fattorini delle consegne del cibo a domicilio e senza pronunciare altre parole che non fossero “hi”, “thank you”, “keep the change”. Prendevo il mio pasto e me ne tornavo davanti alla tv, scegliendo di volta in volta a cosa abbinarlo: i noodles cinesi erano perfetti per le vette dell’Himalaya, il cuscus per il deserto del Sahara, il sushi per le profondità dell’oceano Pacifico.

Una sera Sir David mi portò a cena fuori, nella giungla. Per l’occasione cucinai io: cereali. Cenare con latte e cereali è il livello di abbrutimento più pericoloso a cui un essere umano si possa avvicinare, soprattutto se lo fa guardando in tv macachi che si alimentano in modo assai più civile. Grazie a questa icona della cultura britannica scoprii che in alcune foreste della Nuova Guinea solo il due per cento della luce solare arriva al terreno. Persino là sotto c’era più movimento che nella mia vita sociale. Per non parlare di quanto mi ero sentito umiliato di fronte al Cicinnurus magnificus e al suo rituale di corteggiamento: l’uccello del paradiso pulisce una piazzola con il becco e crea una sorta di palcoscenico per una danza incredibile, durante la quale salta sulle zampette e sfoggia un piumaggio fluorescente. Il confronto tra i suoi sforzi per accoppiarsi e la mia apatia era impietoso, e non solo per la differenza tra le tinte accese delle sue piume e il color negatività dei miei maglioni. Il mio habitat naturale era in condizioni penose. Forse anch’io dovevo dare una sistemata all’appartamento per trasformarlo in un nido d’amore: dal divano riuscivo a vedere sei paia di calzini sparpagliati per la stanza, due cartoni della pizza per terra, tre mug, un cucchiaio, tre piatti sul tavolino, fogli di carta con appunti di ogni genere, un pacco di biscotti vuoto, un pacco di sigarette vuoto, una confezione di succo iperproteico piena – era all’estratto di cicoria, l’avevo solo assaggiato. E poi mutande, pantaloni, scarpe e rotoli di carta igienica. Bustine di tè usate e pastiglie per lo stomaco. Il lavandino era un ammasso di piatti sporchi dove con tutta probabilità stavano prendendo vita nuovi organismi primordiali.


Già immaginavo una puntata di Planet Earth tutta dedicata a me, le telecamere che silenziose si affacciano dalle finestre e la voce suadente del narratore a descrivere la scena: “Siamo a Hammersmith, quartiere nella zona occidentale di Londra. Quello che vedete è un Homo sapiens migrato a Nord dalle calde terre del Mediterraneo. Si ciba di quel che trova, si lava raramente e resta in pigiama tutto il giorno. Nel suo lavabo alleva muschi e licheni e nessuno sa perché. È un esemplare solitario e se fosse per lui la sua specie sarebbe destinata all’estinzione.” Io mi accorgo delle telecamere, urlo qualcosa agli operatori e chiudo le tende. Mettere il naso fuori di casa era imperativo almeno quanto riportarla all’ordine. Dopo una giornata intera tra spugnette, detersivi e guanti in lattice, uscii per raggiungere un comedy club in zona Leicester Square. Cercavo con tutto me stesso di combattere la pessima disposizione d’animo che mi si era attaccata addosso dopo che Londra mi aveva mostrato il suo brutto carattere. Dalla puzza di carne bruciata dei pub alle
sirene violentissime delle ambulanze, ogni cosa di quella città infastidiva i miei sensi. Quanto alla mia incapacità di instaurare una relazione con il popolo britannico, c’è da dire a discolpa degli inglesi che un ruolo fondamentale l’aveva giocato una certa avversione nei confronti del genere umano maturata negli anni.

Sul palco la manifestai senza remore. “Avete votato la Brexit perché non volete stranieri come me. Quindi vi piace l’Italia, ma non vi piacciono gli italiani. Lo capisco, per me è la stessa cosa: mi piace Londra, non mi piacete voi. Ovunque andate è così: il mondo è meraviglioso, la gente fa schifo.”
Com’era possibile che un misantropo militante come me si trovasse ora ad avere un disperato bisogno delle persone? È un fastidiosissimo paradosso: più cresci più sei spinto verso un modello di vita dipendente dagli altri, ti si suggerisce in modo più o meno esplicito di creare una famiglia più larga possibile, di frequentare i tuoi colleghi anche fuori dagli orari di lavoro, di mantenere relazioni con amici storici con cui ricordare i tempi del liceo. Il tutto organizzato in decine di gruppi WhatsApp per programmare partite di calcetto e cene delle medie. La società non ci gira troppo intorno e ti dice a chiare lettere che a quarant’anni se vuoi essere felice hai bisogno di altre persone. Ma il problema è che a quarant’anni di persone ne hai conosciut e pure troppe, e l’idea che ti sei fatto non è delle migliori. Te nepiacciono sempre meno, quelle speciali sono sempre più rare ealla fine smetti di cercarle. In sintesi, per colpa mia o per colpa di una metropoli tanto spersonalizzante, fare amicizia a Londra sembrava quantomeno complicato. Ma era giunto il momento di cambiare, di trasformarmi in un animale sociale. Per prima cosa dovevo scoprire come socializzavano gl inglesi, in che modo si conoscevano, come potevo entrare in contatto con loro e soddisfare il più primitivo degli istinti: l’accoppiamento.


Chiacchierando con alcuni amici – e soprattutto ascoltando il materiale di altri comici – cominciai a capire che il dating a Londra era un’attività molto strutturata, favorita da un boom di siti e app di incontri. Per buona parte dei single londinesi – introversi, riservati e superimpegnati – è la norma sfruttare la tecnologia per trovare l’anima gemella, mentre in Italia, e forse in generale nei paesi mediterranei, il ricorso a Tinder e affini è ben più limitato. Sarà per il rinomato calore, sarà per una più diffusa socialità, o forse per un certo pregiudizio e una punta di vergogna ad ammettere di dover usare un’app per rimorchiare. In Inghilterra invece il dating online non sembrava affatto un tabù. Una sera, mentre aspettavo di esibirmi al Top Secret Comedy Club, il presentatore cercò di mettere in imbarazzo una coppia seduta in prima fila:

“Da quanto tempo state insieme?”
“È il nostro primo appuntamento.”
Risate.
“E come vi siete conosciuti?”
“Su Tinder.”

Fu quasi una rivelazione. Non solo per gli inglesi frequentarei comedy club era tanto naturale da andarci a un primo appuntamento, ma lo era altrettanto confessare, per di più di fronte a un pubblico pronto alla risata, di aver ottenuto quell’incontro romantico grazie a uno smartphone. Decisi in ogni caso di usare Tinder con moderazione e riservatezza. Non volevo che si sapesse in giro che mi sentivo solo, che ero così maldestro e incapace da non essere in grado di avvicinarmi a una donna senza l’aiuto di internet. Il mio terrore era quello di essere riconosciuto da qualche collega e di finire nel suo monologo: “Sapete, ho incontrato un comico italiano che di italiano non ha niente. È così sfigato che per rimorchiare deve andare su Tinder. Che tristezza! E adesso è qui per voi: signore e signori, lo stallone italiano Francesco De Carlo! Buuuuu.” Per il profilo scelsi uno scatto in cui mi si vedeva a malapena e lasciai vuoto il campo della descrizione. Ero pronto. Per chi non lo conoscesse Tinder funziona così: sotto le fotografie dei single iscritti ci sono una croce rossa per scartare il profilo e un cuoricino verde per sceglierlo. Se una persona che ho scelto a sua volta ha scelto me, allora possiamo iniziare a chattare.


Dopo mezza giornata si era mosso molto poco. Avevo “matchato”con un paio di ragazze e mi ero fatto avanti con un “Hi”, che però dopo diverse ore non aveva avuto alcun seguito. Avevo anche provato con “Hello”, ma invano. Mi ero perfino spinto a un audacissimo “Toc toc”, ma nessuno aveva risposto. C’era solo una persona che poteva aiutarmi a capire: Vincenzo. Immaginate tutti gli stereotipi che un italiano può incarnare, elevateli all’ennesima potenza, imbottiteci il corpo abbondante di un ragazzotto allegro e avrete Vincenzo. Vincenzo sorride sempre, nonostante sia fuori luogo ovunque. In una città nota per dettare le tendenze in fatto di stile, lui si ostina ad andare in giro con il marsupio. Per carità, non sono nella posizione di dare consigli di moda a nessuno, ma se hai meno di sessantacinque anni il marsupio ti andrebbe vietato. E anche le catened’oro, che invece Vincenzo continua a portare con disinvoltura. Quando parla in inglese mantiene l’accento pugliese, aprendo e chiudendo le vocali come una fisarmonica in una biblioteca. Come faccia rimane un mistero che andrebbe studiato. Vincenzo è sempre inopportuno, soprattutto nei locali, dove intercetta le ragazze con un repertorio di frasi da marpione consumato. Un paio di volte l’ho dovuto riprendere perché fischiava alle donne che incrociavamo sul marciapiede. Che imbarazzo. Chi mai tornerebbe indietro dopo un approccio così? Una femmina di Cicinnurus magnificus, forse, ma visto il marsupio scapperebbe via.Vi chiederete perché continui a frequentare una persona simile. Lo faccio per due motivi: il primo è che penso che non ci si debba mai fermare alle apparenze, ma cercare di indagare l’animo umano in tutte le sue sfumature. Il secondo è perché Vincenzo è mio cugino. Non un cugino vero e proprio, bensì il ragazzo di una cugina di secondo grado, una sarda dolcissima che proprio non si capisce perché stia insieme a una bestia così sgradevole. Quando lei non è a Londra, lui la tradisce senza vergogna. Cioè, io sono solo come un cane, mentre Vincenzo ha una ragazza e diverse amanti in città. Nonostante il marsupio. Di tanto in tanto mia madre mi chiama per chiedermi di mantenere i contatti con i parenti che abbiamo in Inghilterra, e allora quando c’è una partita di calcio in tv mi faccio coraggio e bevo un paio di birre insieme a questo premio Nobel del disonore italico. Vincenzo non mi chiama Francesco. Tronca sempre il mio nome e ci mette una “g” dove non ci va.


“Frangè, come ti stai trovando a Londra?”
“Bene, non c’è male, mi sto ambientando.”
“Ma stai scopando?”
Me lo chiese con la stessa apprensione di un genitore quando
si informa sulla salute del figlio.
“Poco, ma sono appena arrivato.”
“Eh, ma la pagnacca non ti viene mica a bussare a casa!”
“Cos’è la pagnacca?”
“La pagnacca, Frangè! Devi uscire più spesso con me.”
“Lavoro molto. Però mi sono fatto Tinder.”
“E che ci fai? Alla tua età ti devo insegnare come si fa a
rimorchiare?”
“Ti prego, risparmiami.”
“Fammi vedere ’sto Tinder,” e prima che me ne accorgessi
aveva già afferrato il mio cellulare.
“Ma non funziona granché…”
“Ti credo, me le sono fatte tutte io quando sono arrivato qui!”

Ignorai la battutaccia, ringraziando per il silenzio mentre lui armeggiava con il telefono.


“Questo è il tuo profilo?” mi chiese sgranando gli occhi. “Devi aggiungere altre immagini e una descrizione! Non ce l’hai una foto che stai in palestra?”
“Io non vado in palestra.”


Nei venti minuti che seguirono Vincenzo si dedicò a mettere a punto il mio profilo ideale, con una foto in costume da bagno e una descrizione che recitava più o meno così: “Mi piace fare gli addominali, leggere un buon libro e girare il mondo. Odio l’ipocrisia.” Chiudeva con una citazione di Catullo, che però lui attribuiva a Shakespeare. Alla fine, con la scusa della mia immagine pubblica, riuscii a negoziare una versione più moderata, a metà tra la rappresentazione fedele della mia vita e Hulk Hogan in chiave intellettuale. Era ora di tornare a casa, ma prima di salutare Vincenzo mi convinsi a fargli una domanda a cuore aperto.

“Vince’, ma perché stai ancora con mia cugina?”
“Perché è incinta.”

Fui così spiazzato che ogni altra parola mi morì in gola. “Bene, allora ci vediamo la prossima settimana, tocca a me offrire.” Sull’autobus notturno tante domande mi si affollavano nella testa. Come sarà il figlio di Vincenzo? I brividi. Per una settimana chattai con decine di ragazze. Vincenzo aveva sistemato le impostazioni in modo da comprendere le single che abitavano in un raggio di centosessanta chilometri e che avevano un’età compresa tra i diciotto e i novantanove anni. Tra i profili iniziai a individuare delle caratteristiche comuni.

Primo: più o meno tutte le donne con cui avevo conversato erano ossessionate dall’altezza degli uomini. Non so perché, ma sembravano spaventate all’idea di uscire con un uomo basso. Ma io dico, già è raro trovare una persona che sia non dico l’anima gemella ma almeno un’anima gradevole, e ci mettiamo a fare le schizzinose sull’altezza? E se il tuo principe azzurro fosse alto un metro e sessanta? Mi pare una discriminazione sciocca e credo che una società politicamente corretta come quella britannica prima o poi dovrà rendersene conto e allora vedremo manifestazioni in difesa dei bassi e parate dell’orgoglio tappo. Secondo: molte donne si descrivevano come “sapiosessuali”, ovvero attratte non da uomini belli, ma da uomini intelligenti. Ora, chi mai dichiarerebbe il contrario? Chi direbbe di essere sedotta da persone stupide? “Lo conosci Mario, quello che crede che la terra sia piatta e si fa lo shampoo con la maionese? Mi fa un sesso!” Be’, io credo che una persona intelligente non andrebbe mai con una che deve usare un neologismo per descriversi. Terzo: nei loro profili quasi tutte le donne avevano foto che le immortalavano a bere bicchieri di vino, boccali di birra, flûte di prosecco, caraffe di cocktail. Ma perché ostentare quest’assurda tendenza all’alcolismo? Cosa si vuole comunicare? Niente di buono, come avrei scoperto sulla mia pelle. Tuttavia, essendo io alto, intelligente e buon compagno di bevute, intercettavo in pieno le tre caratteristiche di cui sopra e nel giro di poco tempo riuscii a organizzare il mio primo appuntamento a Londra.

Ariel era in ritardo. Dovevamo incontrarci all’uscita della fermata della metropolitana di Marylebone, dove però tantissime ragazze assomigliavano alla sua foto. Mi avvicinai almeno a un paio di loro, sfoderando il mio sorriso migliore: “Sei tu Ariel?” “No.” Che disagio. Ma poi sentii una voce femminile urlare il mio nome in mezzo alla folla. La serata poteva cominciare. Andammo in un locale zeppo di gente dove una band suonava classici blues. Ariel era sudafricana e lavorava in una società di marketing. Aveva un buon senso dell’umorismo e la bocca carnosa. Era appena uscita da una storia di anni, ma pareva spensierata, tanto da proporre diversi giri di gin tonic. Al terzo, visto che non avevamo cenato, ero brillo. Ogni tanto, dopo una lunga risata, ci fissavamo in silenzio, senza motivo, e poi riprendevamo a ridere. “Come primo appuntamento Tinder non è niente male! Sono tutti così?” le chiesi entusiasta. “Assolutamente no. Questo è di gran lunga il migliore che ho avuto finora.” Ariel ordinò il quarto giro e io rimasi a osservarla parlare con il barista. Aveva un corpo attraente. Ballammo anche un po’, avvicinandoci sempre di più, ora una mano, ora una carezza. Stavamo per baciarci, lo sapevamo tutti e due. Ariel mi fece cenno di seguirla fuori. Credevo volesse fumare e invece appena usciti mi spinse contro il muro e mi baciò con foga. La guardai eccitato. La presi per i fianchi, invertii le nostre posizioni e continuai a baciarla. Le mani iniziarono ad aprirsi una strada sotto i vestiti e io proposi di andare da me.


“E poi che facciamo da te?”
“Ci annoiamo.”
“Facciamo venerdì.”
“Venerdì?”
“Domani lavoro.”
“No, che tortura!”
“Dai, venerdì è vicino.”
“E che vuoi fare venerdì?”
“Annoiarci,” mi rispose maliziosa.

Ci baciammo per il resto della serata, fino a quando non la salutai alla fermata della metro davanti alla quale meno di tre ore prima eravamo due sconosciuti. Un colpo di fulmine? Possibile? Prima di scendere sulla scala mobile accostò la guancia alla mia e sussurrò: “Mi piaci molto.” Vuoi vedere che il mio primo appuntamento Tinder è anche l’ultimo, pensai. Il tempo di arrivare a casa su una nuvola e, come da accordi, Ariel mi mandò un messaggio: “Sono a letto, sono stata benissimo, grazie per il mio primo appuntamento Tinder che non ha fatto schifo.” Risposi che come recensione era la peggiore che avessi mai ricevuto, ma lei visualizzò senza scrivere altro.

Il giorno dopo mi svegliai convinto di trovare un messaggio di Ariel, ma sullo schermo nessuna notifica. Presi io l’iniziativa e rilanciai con l’appuntamento di venerdì sera. A quanto pare era subentrato un impegno, dovevamo rinviare, si sarebbe fatta viva lei, mi disse Ariel. Forse l’avevo fatta arrabbiare? insinuai, per fare il simpatico. Lei non capì. Come poteva essere arrabbiatacon me visto che mi conosceva appena? E allora io dissi cheera un buon motivo per conoscermi meglio, ma lei disse chestavo esagerando e che per lei era troppo e che forse era meglio chiuderla lì. Io dissi va bene, capisco, anche se non capivo. Lei disse grazie, mise una faccina e sparì per sempre. Ero sorpreso e contrariato. Tutta quella storia non aveva senso. Ripassai la serata alla ricerca di una frase di troppo, di un equivoco, ma non trovai nulla che potesse spiegare un comportamento tanto misterioso. Per fortuna non fu necessario arrovellarsi troppo a lungo, perché mentre riflettevo sul cambiamento di Ariel, Marianna, una ragazza ceca con la quale avevo chattato giorni prima, si era fatta avanti: “Sei libero venerdì sera?” Era una violinista con una passione per la storia dell’impero romano. Era a Londra solo per il weekend e poi sarebbe tornata a Praga. Sure, certo che ero libero. Era la fine. O meglio, l’inizio della fine.

Dopo qualche settimana mi fu chiara la regola del tre: con nessuna delle ragazze che avevo conosciuto su Tinder ero riuscito ad andare oltre il terzo appuntamento

Francesco De Carlo

Nelle settimane che seguirono non riuscivo a darmi un freno. Organizzavo appuntamenti su appuntamenti, arrivai ad averne due o persino tre nello stesso giorno. Uno a pranzo, uno alle diciassette, uno alle diciannove. In chat bastavano un paio di battute per capire se c’era feeling e si finiva a incontrarsi di persona piuttosto in fretta. Spesso la ragazza in carne e ossa differiva sensibilmente dalle foto, e allora inventavo una scusa e filavo via. Non avevo tempo da perdere. Avevo un’agenda fitta di impegni, spesso molto divertenti. Fui rapito da uno stile di vita nuovo, una girandola di gallerie d’arte, mostre fotografiche, ristoranti, cocktail bar, music club, gin tonic, margarita, old fashioned, vini argentini e birre locali, sempre a bere, sempre a giocare, sempre in due, sempre più elettrizzato da una mondanità da piccolo Gatsby che mi faceva sentire grande. Dopo qualche settimana mi fu chiara la regola del tre: con nessuna delle ragazze che avevo conosciuto su Tinder ero riuscito ad andare oltre il terzo appuntamento.

Nel quaranta per cento dei casi il primo incontro rappresentava una soglia di sbarramento per evidente mancanza di complicità. Come quando conobbi Alicia, che aveva un bel viso se non fosse stato stravolto da lampade e chirurgia estetica a basso costo. Quando capì che avevo lavorato in tv, cominciò a raccontarmi di come i reality show tipo il Grande Fratello le avevano cambiato la vita. Mentre lei blaterava sui personaggi delle ultime stagioni, io bevevo il vino a grandi sorsi, per potermi congedare più in fretta possibile. Oppure quando conobbi Janine. Mi tenne un’ora a parlare delle energie positive che sentiva vibrare tra di noi. Mi guardava intensamente mentre mi stringeva la mano. Poi scoppiò a piangere: disse che erano lacrime di gioia, perché era contenta di vivere quell’attimo di primavera. A fine novembre. O quando a Holborn incontrai Rita, in pieno Ramadan. Non beveva e non mangiava, quindi consumai una Guinness da solo. Non fu neanche la peggiore delle conversazioni, almeno fino a quando non mi confessò che intendeva aspettare il matrimonio prima di fare sesso con qualcuno. Io invece volevo a tutti i costi liberarmi dell’astinenza che osservavo da quando mi ero trasferito in città.

Se riuscivo ad arrivare al secondo appuntamento, di solito la serata prevedeva una cena e soprattutto un dopocena. Per esempio con Hannah, palindroma australiana e fotografa ribelle, che mi costò una cena salatissima allo Shard, l’incredibile grattacielo progettato da Renzo Piano. Sia ben chiaro che il conto l’abbiamo diviso, ma era altissimo lo stesso, tanto quanto l’edificio. Ci baciammo a lungo godendo di una vista mozzafiato sulle luci della città e poi andammo da lei, in un loft a East London. Dove mi fu permesso di scegliere tra tre tipi di preservativi diversi. Con Brenda non andò così bene. Tra il ristorante di Haggerston e casa mia pomiciammo senza interruzione come due liceali, senza mai staccarci per tutte le venti fermate della metropolitana, per il viale nel cortile, per l’ascensore, fino all’ingresso. Ci levammo i vestiti con le bocche ancora attaccate, ma poi a letto, nudi, sotto le coperte, lei mi fermò: “Hai capito male, non voglio fare sesso.” “Cosa? E perché non l’hai detto prima?” “Non avevo capito.” Al terzo appuntamento di solito succedeva qualcosa che mandava tutto all’aria e quasi sempre questo qualcosa aveva a che fare con l’alcol. Erica, irlandese, venne a vedermi a uno spettacolo. Ero ansioso, volevo fare bella figura perché lei mi piaceva tanto, quindi fuori dal locale ripassavo il pezzo in modo ossessivo. Erica arrivò visibilmente ubriaca. Mi disse che era stata a un aperitivo aziendale e che si era fatta due bicchieri di rosso. Quando entrammo andò dritta alla cassa: “Francesco, cosa ti offro?” “Una birra, grazie.” Lei ordinò un gin tonic e quando dopo il set scesi dal palco ne aveva uno nuovo in mano. Vomitò poco prima di salire sul taxi. Fiona invece era cresciuta nello Yorkshire. Era incantevole. Ci eravamo divertiti sia al cinema sia al bowling. Quella sera dovevamo festeggiare non ricordo bene cosa e in un bar ordinammo una bottiglia di Malbec, e poi un’altra. Poi andammo a ballare in un piccolo speakeasy in centro. Finita la serata, all’uscita dal locale, lei ubriaca fradicia si avvicinò a un uomo sulla sessantina; anche lui completamente sbronzo, si reggeva a malapena in piedi, appoggiato al muro, con le mani infilate ostinatamente nelle tasche di una giacca sgualcita.


“Si sente bene, signore?” chiese Fiona biascicando preoccupata
per lui, chissà poi perché.
L’uomo borbottò qualcosa in francese, che lei non capì.
“Lo senti Francesco, parla in modo strano. È ubriachissimo.”
Senti chi parla!
“È francese, Fiona. Ed è solo ubriaco. Ci sono i suoi amici
qui, vieni via.”
“Cosa nasconde lì dentro?” e così dicendo tentò di levargli
le mani dalle tasche tirando con forza le maniche della giacca.
“Ma cosa stai facendo?” le urlai.

Provai a calmarla; intorno a noi si era radunato un capannello di persone. L’uomo era più spaventato da lei che dalla sua condizione alcolica. E più lui borbottava in francese più lei s’inalberava, fino a quando, nell’assurdo tentativo di farlo riprendere, gli mollò un ceffone. E poi un altro. Io volevo scomparire. Ero ubriaco e stavo con un’ubriaca che prendeva a schiaffi un altro ubriaco. La portai via, tra gli sguardi sdegnati della gente. Lei se la prese con me, ero io che non capivo, lei stava solo cercando di aiutare. Dopo quella sera non ci siamo più rivisti. La cosa che mi faceva più arrabbiare non era che le ragazze dei miei terzi appuntamenti si ubriacassero, ma che si ubriacassero da sole. Non mi includevano nella loro ebbrezza. E la cosa per me era più fastidiosa del lamento di un gatto malato. Desideravo con tutte le mie forze un quarto appuntamento. Sono serio quando dico che il sesso fine a se stesso non era il mio primo obiettivo. Anche io, come rivendicavano gran parte delle descrizioni delle ragazze con cui ero uscito, non ero interessato al sesso facile, agli incontri di una notte, anche io volevo trovare l’anima speciale, “the one”, l’amore di una vita. Sul palco sfogavo la mia frustrazione.

“Tutte le donne su Tinder scrivono che non vogliono un one-night stand, non vogliono storie da una notte e via. Ma io nonsto cercando un one-night stand: io sto cercando una donna per condividere la mia depressione. Io ti voglio buttare addosso tutta la mia negatività, il mio dolore. Io ho bisogno di parlare! Voglio rovinarti la serata, voglio parlarti della mia ex. Voglio parlarti di un piccolo dolorino che ho qui, all’altezza del fegato. Voglio parlare del fatto che io mi senta il comico numero uno al mondo, ma il pubblico ancora non è pronto. E dopo due ore che parlo, sarai tu a chiedere un one-night stand! Sarai tu a chiedermi una botta e via, al nostro primo appuntamento. Mi dirai: Francesco, ti prego, stai zitto. Ti faccio un pompino qui e adesso, in questo McDonald’s di merda, se la smetti di parlarmi della tua infanzia difficile.” Ma come ogni regola che si rispetti, anche la regola del tre trovò la sua eccezione: si chiamava Julia, la ragazza più dolce, simpatica, intelligente, sexy, romantica e affascinante che io abbia mai conosciuto. Al primo appuntamento visitammo una mostra d’arte contemporanea alla Tate Modern, la galleria in un’ex centrale elettrica lungo il Tamigi. Camminammo tra le stanze facendo a gara a chi trovava il significato più buffo a quelle strane opere astratte che i visitatori osservavano in silenzio religioso. Passammo davanti a una fotografia con tre luci sfocate messe in verticale.

“Io ci vedo Ringo Starr.”
“Ringo Starr? Sei sicura?”
“Assolutamente. Ringo Starr che avvita una lampadina.”
“E la scimmietta in basso?”
“Fammi pensare… somiglia a te.”
La settimana dopo ci incontrammo al parco e preparammo un
picnic con quello che avevamo comprato in un mercato locale lì
vicino. Parlammo di famiglie, di progetti, della situazione politica
internazionale, e alla fine ci baciammo.
“Conosci i documentari di David Attenborough?” si informò
Julia.
“Sono un grande fan.”
“Anche io! Adoro Blue Planet.”
“Sì, ma non capisco: cosa c’è nei miei baci che ti fa pensare
agli animali?”

Lei sorrise e continuammo a baciarci. Fu un pomeriggio bellissimo. Decidemmo di rivederci il giorno dopo a cena, in un ristorante spagnolo. Mangiammo tapas e bevemmo sangria. Poi saltammo su un Uber che ci portò in un jazz club ad ascoltare un trio francese. Finimmo due old fashioned a testa.

“Ne vuoi un altro?” le chiesi.
“No, sto bene così, non esageriamo.”
Non esageriamo! Ero felicissimo.
“Mi accompagni a casa?” aggiunse.

Passeggiammo mano nella mano, imitando con la bocca il suono degli strumenti del complesso jazz finché non arrivammo sotto casa sua.

“Scommetti che so leggere nella mente? Tu adesso vuoi salire
a casa mia,” indovinò.
“Io? Ma per chi mi hai preso?”
“Ah, no? Che delusione.”

Non fece in tempo a stappare una bottiglia di vino che finimmo a letto per una notte che non si può scordare. Tutto sembrava perfetto. Questo vecchio cuore solitario e arrugginito aveva ripreso a battere, proprio come dice Shakespeare. Ci addormentammo abbracciati, ma il risveglio fu traumatico.


“Francesco! Francesco, svegliati!”
“Che succede?”
“Devi andare via!”
“Perché?”
“Poi ti spiego, sbrigati, vestiti e vattene.”
“Dimmi cosa succede!”
“Ti prego, fidati, te ne avrei parlato. Ma non c’è tempo ora.”
“Julia! Chi sta arrivando?”
“Il mio ragazzo. Doveva tornare domani, ma mi ha fatto una
sorpresa ed è all’aeroporto di Stansted.”
“Ma perché non me l’hai detto?”
“Francesco, se ti trova qui ti ammazza, è un tipo strano.
Conosci il Fabric, la discoteca?”
“Fa il dj?”
“Il buttafuori.”


Mi infilai i jeans in un secondo. Misi le scarpe senza calzini, che schiacciai nelle tasche dei pantaloni. Lei mi aiutò con la maglietta e mi spinse letteralmente fuori. Disse: “Sorry” e mi sbatté la porta sul muso. Pochi passi e mi ritrovai per strada. Guardavo ancora stordito la fine della via da dove di lì a poco sarebbe spuntato l’energumeno, forse era meglio andare. Mi girai per buttare un ultimo sguardo alla finestra e la vidi: stava ridendo, a crepapelle. Era paonazza e senza fiato. Non ci potevo credere, ero caduto in uno scherzo perfetto, che imbecille. Julia mi prese in giro per ore e per farsi perdonare mi portò a fare colazione in una bakery dove a suo dire preparavano le migliori eggs benedict della città. Passammo il resto della giornata sotto le coperte, e per cena la invitai da me. Quella sera c’era una nuova puntata di Blue Planet, non potevamo perderla: in una casa pulita e ordinata cucinammo un filetto di manzo di prima qualità (la puntata era sul Sudamerica) e lo mangiammo davanti alla tv in compagnia dei leoni marini delle Galapagos e dei granchi del Brasile. Sir David sarebbe stato fiero di me. Il capitolo e la serata potevano finire così. Sarebbe stato davvero poetico. Quella sera però il mio telefono prese a squillare con insistenza. Era la mia agente.


“Francesco, ti disturbo?”
“Certo che no, dimmi pure.”
“Sono stata a cena con una produttrice televisiva. È molto
interessata a te, ti vorrebbe in un suo programma.”
“Fantastico!”
“È un nuovo format di satira politica e visto che hai esperienza
nel campo, con i tuoi trascorsi al parlamento europeo,
vorrebbero che facessi un pezzo sulla Brexit vista da un italiano
che vive a Londra.”
“Aspetta, aspetta, io al momento sto lavorando a un pezzo su
Tinder e sui primi appuntamenti, funziona un casino.”
“Ma cosa c’entra? È un programma di satira sull’attualità.
Non hai un pezzo sulla Brexit?”
Silenzio.
“Francesco, me ne avevi parlato, avevi idee interessanti...”
In realtà non avevo abbozzato neanche mezzo monologo.
“Ma certo, ce l’ho un pezzo più politico.”
“Ottimo. Mi raccomando, vogliono un punto di vista personale
sulla Brexit.”
“Quando registrano?”
“Mercoledì.”

All’improvviso mi resi conto che un paio di battute non erano neanche lontanamente un punto di vista personale sulla Brexit. Sapevo che per colpa sua sarei dovuto andare via dall’Inghilterra, ma poi? Cos’era la Brexit? Perché gli inglesi l’avevano votata? E cosa ne pensavo io? Ancora una volta il disimpegno mi aveva fregato. Tra vizi e stravizi, avevo perso di vista il reale motivo per cui ero venuto a Londra. La pacchia era finita, dovevo tornare subito al lavoro.

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