Letture
23 Marzo Mar 2019 0600 23 marzo 2019

Anche le dive hanno una fine: gli ultimi giorni di Anita Ekberg raccontati in un libro

Cosa resta di una donna passionale, di quella dea dalla chioma dorata, consacrata da un fotogramma dentro la Fontana di Trevi? Anita Ekberg è morta a Roma nel 2015: un libro racconta i suoi amori, i successi ma anche il periodo buio, sola e dimenticata da tutti

Anita Ekberg_Linkiesta
Da YouTube

Nella lettura dei libri che riempiono gli scaffali si possono trovare accostamenti interessanti, motivi radicali che si intersecano inconsapevolmente, che si assomigliano nelle tramature plasmate, sia quando il romanzo ha la firma di un grande scrittore, sia quando è di un autore che non ha la fama internazionale. Veniamo al dunque, da questo presupposto di similitudine. Perché la vecchiaia fa così paura come contenesse qualcosa di sinistro, di sulfureo? Perché si tende a rifuggirla, anche letterariamente, cinematograficamente, convergendo verso lo splendore degli anni fiorenti? Perché, presumiamo, è l’anticamera della morte, del mistero più insondabile e disorientante, che segue ad un’intera vita che non sappiamo se avrà un seguito. Spesso anche perché la vecchiaia è preceduta dal decadimento fisico e dalla malattia, da una fase di dolore acuto. Nel romanzo di cui parliamo, non affiora niente di sublime, di delizioso, ma qualcosa di estremo, di torvo nella verità rivelatrice alla ricerca di un linguaggio esatto insito nell’esperienza mutuata dalla cronaca e rielaborata in forma di mito originale.

Il libro del marchigiano Alessandro Moscè, Gli ultimi giorni di Anita Ekberg (Melville 2018), ricorda quelle strane storie, nude e complesse, in cui il fragore di un’esistenza si spegne un poco alla volta come il rumore di un bastimento vecchio, per richiamare Pablo Neruda e una sua celebre poesia. L’ansimare agonico di Anita Ekberg sembra lo stesso borbottio caro ad Álvaro Mutis (scrittore e poeta colombiano naturalizzato messicano, maestro della letteratura ispanoamericana) che con L’ultimo scalo del Tramp Steamer (Adelphi 1991) ha raccontato la vicenda finale non di un uomo o di una donna, ma di una nave mercantile che affrontò molti viaggi trasportando prodotti di ogni genere e che non fu più in grado di continuare la sua corsa. Moscè, invece, narra della diva svedese nel suo splendore ai tempi della Dolce vita (1960), nella fascinazione trasgressiva degli amori, dei successi, ma anche del periodo buio, quando entrerà in una casa di riposo di Rocca di Papa per non uscirne più, sola e dimenticata da tutti.

Continua a leggere su PangeaNews

Potrebbe interessarti anche
 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook