In campo
23 Marzo Mar 2019 0600 23 marzo 2019

La Juventus vola con Ronaldo, ma i bilanci delle piccole del calcio italiano sono da cartellino rosso

Nei bilanci delle squadre qualcosa non torna. Se si sommano i fatturati delle ultime dieci squadre non si arriva ai 504 milioni di fatturato della vecchia Signora nel 2018. Le “piccole” sono oggetto di speculazioni: vengono comprate, rivendute e fatte fallire per l’interesse di pochi

Cristiano Ronaldo_Linkiesta
MARCO BERTORELLO / AFP
MARCO BERTORELLO / AFP

È quel calcio sanguigno di Mazzone e Zeman, delle città vicine eterni rivali, di «quei giocatori tristi che non hanno vinto mai», dell’Italia che sognava di fare tredici al Totocalcio. Ma è anche il calcio dello scandalo scommesse, di un mondo inquinato da avventurieri che speculano per il proprio tornaconto, di fallimenti e di squadre sul lastrico. È il calcio delle serie minori.

Da una parte, la Juventus che dopo la vittoria contro l’Atletico Madrid vola ai quarti di finale di Champions League grazie ai goal di Cristiano Ronaldo, dall’altra le provinciali, squadre che lottano ogni stagione con l’obiettivo di rimanere in serie A. Continuare a giocare nell’olimpo del calcio assicura alle società ritorni economici senza i quali farebbero fatica a far quadrare i conti. Eppure guardando ai bilanci delle squadre qualcosa non torna. Se si sommano i fatturati delle ultime dieci squadre, Chievo (71), Empoli (45), Spal (26), Frosinone (31), Udinese (60), Cagliari (74), Genoa (50) Bologna (92), Sassuolo (91), Parma (6) non si arriva ai 504 milioni percepiti della Vecchia Signora nel 2018. Ben metà del campionato della massima serie di calcio in Italia incassa meno della prima in classifica. La differenza aumenta notevolmente se insieme alla Juventus si considerano le milanesi Inter (347) e Milan (212). Queste tre squadre da sole riescono a generare ricavi per oltre un miliardo di euro.

E se i grandi team come Inter e Juventus riescono ad accedere al credito tramite l’emissione di bond curata da grandi banche di investimento come Goldman Sachs e Morgan Stanley, le piccole squadre sono sempre più oggetto di speculazioni dove vengono comprate, rivendute e fatte fallire per l’interesse di pochi. Solo dal 2013 all’estate del 2018 sono fallite 38 squadre di calcio professionistico. La lista sale a 107 se si considera il periodo 2000 - 2015. La differenza tra le prime della classe e dalle squadre di coda la si vede a fine anno, quando il campionato è ancora a metà, ma un altro campionato, quello dei bilanci, è appena concluso. Non è una sorpresa che la maggioranza degli introiti delle squadre di serie A e B venga dai diritti televisivi.

La Lega Calcio tramite la concessione dei diritti televisivi ha stabilito che il nostro calcio vale circa 1,4 miliardi di euro, di cui 1,1 miliardi destinati alla serie A. Da qui emergono le prime anomalie: il 50% è diviso in parti uguali, il 20% associato al numero dei tifosi, il 15% relativo ai risultati dello scorso campionato, il 10% in base ai risultati degli ultimi cinque anni, infine 5% in relazione alla storia del club (riforma Melandri).

Appare evidente che le squadre con più tifosi, che sono le stesse che arrivano tra le prime posizioni a fine anno, riescono ad accaparrarsi la fetta più grossa della torta. Non sorprende quindi che Juventus, Inter, Milan incassino il doppio (circa 80 milioni di euro) di Spal, Chievo e Frosinone (40 milioni di euro). Nella Premier League, campionato inglese di calcio, per la stagione 2017/2018 le squadre complessivamente incassano circa 3 miliardi di euro dai diritti tv, quasi il triplo rispetto alla nostra Serie A, che vengono spartiti per il 50% in parti uguali, il restante 50% in base ai passaggi televisivi della squadra alla posizione in classifica a fine campionato. La conseguenza è che anche i club più piccoli possono contare su ricavi ben più alti rispetto alle nostre Empoli, Spal e Bologna, che gestiranno per migliorare rose, impianti, personale rendendo il sistema complessivamente più competitivo.

Se esistesse una squadra composta dai punti di penalizzazione, vincerebbe qualsiasi campionato raccogliendo 106 punti. Ben undici club hanno ricevuto punti di penalizzazione nella stagione in corso nella sola Serie C

Non è sempre stato così, negli anni Novanta il calcio italiano era il più seguito. Spettatori di tutto il mondo assistevano con passione alle cavalcate di Roberto Baggio, i numeri di un certo fenomeno brasiliano approdato alla sponda nerazzura di Milano, o speravano di vedere quel gesto della mitraglia dopo un destro di Batistuta che gonfiava la rete. Agli inizi del Duemila Inter e Milan avevano ricavi pari a quelli di Barcellona e Real Madrid. Con l’avvento delle pay-tv qualcosa è cambiato. Se all’estero l’industria delle telecomunicazioni prendeva il volo con la diffusione della banda larga, in Italia gli investimenti nel sistema radiotelevisivo procedevano a rilento. Oltremanica la Premier League vedeva raddoppiare il proprio valore a ogni nuova asta indetta per assegnare le frequenze per la trasmissione delle partite. In Italia invece sono prevalsi i campanilismi, è venuta meno quella visione d’insieme che avrebbe permesso di dotarsi di tecnologie all’avanguardia.

Eppure in Italia chi poteva decidere qualcosa ha un nome e un cognome. La Telecom di Tronchetti Provera aveva concesso a Stream Tv una rete in fibra ottica per l’utilizzo della versione via cavo della trasmissione prima dell’arrivo del decoder. Stream Tv era il principale operatore insieme a Tele + per la diffusione delle partite di calcio del campionato di Serie A. Poi però Telecom, che si trovava nel ruolo di monopolio per lo sviluppo delle infrastrutture nel Paese, tramite Seat Pagine Gialle decide di dirottare gli investimenti destinati ai diritti tv verso l’acquisto delle reti tv di Telemontecarlo. L’operazione costa 416 miliardi di lire e il nuovo network viene denominato La7. La vicenda è curiosa perché la Strem Tv è fondata dalla STET, società torinese attiva nelle telecomunicazioni, ma quest’ultima nel 1997 confluisce in Telecom Italia. Se si guardano gli azionisti di Strem Tv a inizio 2000 la proprietà è divisa proprio tra Telecom Italia, un consorzio di club calcistici denominato “SdS”, e Cecchi Gori Group. Ma a metà anno le quote di SdS e Cecchi Gori Group vengono liquidate e il controllo viene diviso equamente tra Telecom e la News Corp di Mardoch, che entra nel capitale della società.

Infine la News Corp acquisisce sia Stream tv che Tele+, le due società vengono fuse e nasce un’unica piattaforma: Sky Italia. Come tutte le coincidenze è singolare che il presidente del più grande gruppo di telecomunicazioni in Italia decida di comprare l’emittente tv di Cecchi Gori all’epoca presidente della Fiorentina. Il paradosso è che la Stream Tv era già di Telecom Italia e non si comprende il motivo per cui venne svenduta lasciando spazio a quella che diventerà Sky Italia. Di fatto si crea un monopolio che ha l’effetto di abbassare l’offerta per l’acquisizione dei diritti. La Lega Calcio decide di creare un pluralismo nel mercato e si organizza fondando la Gioco Calcio, emittente gestita dalla stessa Lega che ha il compito di fare concorrenza a Sky. Complice la miopia dei suoi dirigenti e di quel campanilismo endemico che caratterizza noi italiani, rivoluzionari in casa e conservatori in piazza, succede l’esatto contrario. Risultato: undici squadre optano per Sky, sette per la tv della Lega. Il progetto collettivo naufraga ed entro la fine della stagione passano tutte sotto Sky. Le prime a farne le spese sono le società minori che hanno meno seguito.

Nelle serie minori i diritti tv non sono la manna dal cielo. È il torneo dei campanili e dei piccoli derby di provincia, dove le sorti delle squadre sono ancora legate al mecenate imprenditore, alla fortuna della sua azienda e soprattutto ai suoi quattrini. Non ci sono sponsorizzazioni importanti, il grosso degli incassi lo fa ancora lo stadio. La gestione della rosa e la riuscita di plusvalenze, ovvero la vendita di un giocatore a un prezzo più alto d’acquisto, sono la vera arte di questi campionati. È una realtà faticosa quella delle provinciali. Un campionato flagellato dai segni meno a inizio anno, punti di penalità inflitti a squadre incapaci di pagare stipendi e iscrizioni al campionato. Se esistesse una squadra composta dai punti di penalizzazione vincerebbe qualsiasi campionato raccogliendo 106 punti. Ben undici club hanno ricevuto punti di penalizzazione nella stagione in corso nella sola Serie C.

È tipico di un’usanza italiana che se le cose vanno male, si riesce sempre a farle andare peggio, così le squadre di serie B e C non in regola con i pagamenti ricevono gli stessi punti di penalizzazione di chi le partite le decideva a tavolino

Stando ai dati del 2014, una squadra di serie C incassa in media 3 milioni e ne spende 4. A ogni stagione in media è in perdita netta per un milione di euro e, se l’ingaggio medio di un calciatore dell’ex Lega Pro è di 25mila euro, ci sono poi i costi per gli impianti, la seconda squadra, fisioterapisti, segreteria e sede, mezzi di trasporto e trasferte, spese di Lega, iscrizione al campionato, fideiussioni, visite mediche, assicurazioni, sicurezza e steward altrimenti viene negata l’agibilità dello stadio. E se i soldi non ci sono, spesso non si pagano gli stipendi. È successo al Matera calcio, dove gli stessi giocatori ricorrono al Tribunale Nazionale Federale contro la propria società. Dopo vari ricorsi la società viene ammessa al campionato, cambia la proprietà, gli stipendi vengono pagati per un paio di mesi, boi blackout: la società non deposita il bilancio, i giocatori scioperano, il conto corrente viene pignorato dai creditori. Promesse ma poche certezze, all’ennesimo ricorso la rosa viene svincolata dal Collegio Arbitrale. E il Matera calcio? Continua a giocare con le giovanili. È un suicidio annunciato: non c’è liquidità nemmeno per pagare gli steward, così le partite si giocano a porte chiuse. La dirigenza vorrebbe tesserare nuovi giocatori ma anche il mercato viene bloccato dalla Lega Calcio. La squadra non si presenta e dopo quattro assenze sui campi da gioco il Matera viene escluso dal campionato come da regolamento.

Così quando le fortune del presidente di turno finiscono, e il 27 del mese diventa un miraggio, a qualche giocatore fanno gola le scommesse. È il caso dell’operazione “Dirty Soccer” scoppiata nel 2015, indagine che ha accertato l’esistenza di due organizzazioni criminali che erano in grado di condizionare i risultati delle partite di serie C e D. Il sistema era gestito da due bande che tramite il finanziamento di criminali residenti in Kazakistan e Malta giravano il denaro alle cosche che a loro volta compravano i risultati corrompendo allenatori e giocatori. Decine le partite oggetto della compravendita, molti i calciatori e i club coinvolti (trenta), nel Brindisi era addirittura responsabile il presidente della società. Era tutto truccato per consentire a giocatori e scommettitori un ritorno economico pari a milioni di euro.

L’allora presidente della Figc Tavecchio proclamava la Lega Calcio parte lesa. Come si è concluso allora il processo sportivo presso la Commissione Disciplinare Nazionale della Figc? Il Catania se la cava con la retrocessione in serie C, una multa da 150'000 euro e nove punti di penalizzazione. I giocatori maggiori protagonisti delle combine, Cosentino e Di Luzio, vengono condannati a quattro e cinque anni di inibizione più il pagamento di un’ammenda da 50'000. Pulvirenti, presidente del Catania, crolla durante gli interrogatori con i magistrati e ammette di aver comprato cinque partite di serie B. Condanna: obbligo di firma per quattro giorni a settimana e inibizione da cariche dirigenziali per cinque anni. Davvero troppo poco per individui che non hanno nulla in comune con lo sport e i suoi valori. Come reagisce la Lega Calcio per riformare la terza serie di calcio? Nominando vicepresidente l’attrice Cristiana Capotondi.

È tipico di un’usanza italiana che se le cose vanno male, si riesce sempre a farle andare peggio, così le squadre di serie B e C non in regola con i pagamenti ricevono gli stessi punti di penalizzazione di chi le partite le decideva a tavolino. Nonostante tutto rimane uno sport, forse immeritatamente seguito, che continua ad affascinare nonostante le contraddizioni. È quel calcio dei campi di pallone di provincia, di spalti fatti da qualche centinaio di posti a sedere, abituati al magazziniere che rimarca le linee del campo, dove i nomi scritti sul retro delle magliette sono ai più sconosciuti ma orgogliosamente cantati da quei tifosi della domenica che per qualche motivo continuano a ritrovarsi per la passione di vedere calciare un pallone. È questo quel che resta di quel calcio romantico.

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