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26 Marzo Mar 2019 0600 26 marzo 2019

Dazi per la Cina, anzi no. A furia di giravolte, Di Maio è caduto per terra

Dall’uscita dall’euro alla regola dei due mandati, dall’impeachment chiesto per Sergio Mattarella fino ai dazi a Pechino, il ministro del Lavoro ha cambiato opinione su quasi tutto. E ora paga il calo dei consensi a favore del più coerente alleato di governo

Di Maio_Linkiesta
ALBERTO PIZZOLI / AFP
ALBERTO PIZZOLI / AFP

Da quando è entrato in politica, Luigi Di Maio ha abusato del proverbio “solo chi è stupido non cambia mai idea”. Dall’uscita dall’euro alla regola dei due mandati, dall’impeachment chiesto per Sergio Mattarella fino ai dazi sulla Cina, il ministro del Lavoro ha cambiato opinione quasi su tutto, dimostrando di essere molto intelligente. Ma forse troppo.

Lo schema segue sempre gli stessi tre principi: non accennare alla dichiarazione ritrattata, attaccare quelli che c’erano prima, spostare l’attenzione verso un altro nemico da combattere. Nessuna autocritica, nessun passo indietro. Il leader M5S va avanti tutta, fino alla prossima retromarcia.

L’ultimo caso è quello dei dazi cinesi «Cgia: "boom ditte cinesi in Italia, +6,1% nel periodo 2012/2013. -1,6% le imprese italiane." Continuate pure a deridere il Movimento 5 Stelle quando parla di dazi. Senza ci stiamo sterminando», scriveva il 9 agosto del 2014: su Facebook. Cinque anni dopo l’Italia non solo non mette i dazi a Pechino, ma è l’unico Paese del G7 a firmare un memorandum per investimenti di aziende cinesi, con manovalanza cinese nel porto di Trieste. Ma era il 2014, si dirà. Le condizioni politiche erano diverse, non c’era ancora Donald Trump con la sua "America First" a costringere l’Italia a guardare verso oriente. Peccato che il ministro dello Sviluppo economico ripeteva la stessa cosa solo nove mesi fa. Nel giugno del 2018 disse a un evento della Confartigianato: «Usare i dazi per proteggerci non vuol dire isolarsi».

Non è la prima volta per il capo politico del M5S. Durante la trattativa per formare il governo gialloverde cambiò più volte la sua opinione sul Partito Democratico, da: «Il Pd è il male dell’Italia» a «Il nostro primo interlocutore è il Pd con l’attuale segretario e con le persone che in questi anni hanno lavorato bene». Quell’alleanza saltò per altri motivi e il Movimento Cinque Stelle firmò il contratto con la Lega. Ma nel settembre 2017 Di Maio scriveva su Facebook: «Se Salvini cerca di rifarsi una verginità politica ammiccando ancora a un'alleanza con noi sbaglia di grosso. Ripeto per l'ennesima volta: il MoVimento 5 Stelle non fa alleanze con i partiti che hanno disintegrato il nostro Paese». Poi durante il negoziato sul contratto: «È come se avessimo lavorato sempre insieme». Confusione, inesperienza od opportunismo? Forse tutte e tre come ha ammesso lo stesso Di Maio: «Ho sempre imparato in questi anni che quando si prende una strada sbagliata c'è sempre tempo per tornare indietro e fare la scelta giusta».

la base M5S sostiene e sosterrà sempre il Movimento nonostante le retromarce del suo capo politico, il corpaccione elettorale del voto d’opinione no. Quel 20 per cento di italiani non ideologizzato che dà il suo voto al politico carismatico di turno al momento preferisce un leader divisivo ma che ha fatto della coerenza la sua arma migliore: Matteo Salvini

La storica giravolta del ministro del Lavoro riguarda la sua posizione sull’euro. Prima disse che avrebbe votato sì a un eventuale referendum per uscire dalla moneta unica, salvo poi dire: «Non credo sia più il momento per l’Italia per uscire dall’euro» e «L’Unione europea non è politica estera, è la nostra casa naturale». Senza dimenticare il capolavoro politico: rimanere indenne dopo aver minacciato l’impeachment per il presidente della Repubblica. Il 23 maggio 2018 Di Maio dimostrava di conoscere bene l’articolo 92 della Costituzione: «Sui ministri non c’è nessuna discussione in atto perché i ministri li sceglie il presidente della Repubblica». Due giorni dopo chiedeva la messa in stato d’accusa di Sergio Mattarella per non aver acconsentito alla nomina di Paolo Savona come ministro dell’Economia. Salvo poi il 29 maggio riaprire un dialogo col Quirinale dopo il mancato appoggio di Salvini alla sua proposta: «Per quanto riguarda l'impeachment purtroppo non è più sul tavolo. Siamo pronti a collaborare con Mattarella».

Non dare mai spiegazioni: i tuoi amici non ne hanno bisogno e i tuoi nemici non ci crederanno comunque. Basta questa frase dello scrittore e poeta anarchico americano Elbert Hubbard a spiegare perché Di Maio finora non ha avuto bisogno di giustificare le sue giravolte politiche. Il ministro del Lavoro per ora ha goduto del miglior antidoto a qualsiasi critica: essere percepito migliore nel paragone con i predecessori. Così come è successo a Renzi che al suo apice tirava di volta in volta in ballo i vari D’Alema, Bersani per tirarsi fuori dalla polemica del giorno. La base risponderà sempre: «E allora il Pd? E allora Renzi e Boschi che hanno promesso di abbandonare la politica?» Con la stessa veemenza con cui alcuni renziani gioiscono ancora dell’irrilevanza politica di Liberi e Uguali.

Ma questa tendenza sta cambiando. Secondo un sondaggio Emg Acqua presentato nella trasmissione Agorà su Raitre, il 61% degli intervistati pensa che il mito dell'onestà del Movimento Cinque Stelle sia finito con l'arresto di Marcello De Vito, il presidente dell’assemblea capitolina arrestato con l’accusa di corruzione. Traduciamo i numeri: la base M5S sostiene e sosterrà sempre il Movimento nonostante le retromarce del suo capo politico, il corpaccione elettorale del voto d’opinione no. Quel 20 per cento di italiani non ideologizzato che dà il suo voto al politico carismatico di turno al momento preferisce un leader divisivo ma che ha fatto della coerenza la sua arma migliore: Matteo Salvini.

Non importa quanto polarizzi, il leader della Lega non ritratta quasi mai. Lo dimostra la fermezza dimostrata sullo ius soli contro la richiesta di Samir e Ramy di avere la cittadinanza italiana. Perché Salvini a differenza di Di Maio non parte in quarta ma si prende sempre del tempo per riflettere e capire quale strategia adottare. «Devo guardare le carte, prima di decidere» oppure «quando prendo una decisione è quella e non cambio idea» sono espressioni tipiche del vocabolario salviniano ripetute diretta live dopo diretta live, post dopo post. Così il ministro dell’Interno ha costruito l’immagine del leader coerente che agli italiani piace, almeno per ora.

L’unica volta in cui Salvini ha ritrattato è stato per il caso Diciotti. Prima spavaldo: «Non ho paura del processo, sono pronto all’ergastolo», poi mite giurista: «Ho agito nell’interesse pubblico, il processo non va fatto» ma Di Maio non ha mai potuto approfittare di quello spiraglio. Perché prima di votare contro l’autorizzazione a procedere per Salvini aveva promesso più volte che il Movimento non avrebbe mai votato a favore delle immunità o insindacabilità dei parlamentari. Un tempo uno dei capisaldi del Movimento.

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