manovre a destra
26 Marzo Mar 2019 0600 26 marzo 2019

Il pantano populista: Salvini trionfa ma non può governare da solo

L’alleanza sovranista tra Lega e Fratelli d’Italia non riesce ad essere pienamente autosufficiente: i numeri non le bastano per dire “siamo solo noi”. Le serve il 9 percento di Forza Italia. Presto Matteo Salvini dovrà decidere a quale schema politico affidare il suo futuro

Salvini_Linkiesta
Foto tratta dal profilo Facebook di Matteo Salvini
Foto tratta dalla pagina Facebook

Le analisi elettorali annoiano, e d’altra parte qui c’è poco da analizzare: la destra sovranista vive il suo momento, sei elezioni su sei vinte in un anno, ovunque percentuali in raddoppio e talvolta triplicate. La bolla grillina è scoppiata, avanza un altro tipo di sobbalzo del mercato elettorale e non c’è dubbio che Matteo Salvini ne sia il protagonista. Così come è evidente che i vecchi partiti – o quelli giudicati tali, insomma Forza Italia e il Pd – non siano riusciti al momento a tornare in gioco nel consistente travaso di consensi in uscita dal Movimento Cinque Stelle.

Fa un po’ ridere il dibattito che si è aperto a sinistra e a destra sui contenuti che avrebbero favorito questa nuova destra, con le fazioni interne del Pd che si rinfacciano le aperture allo Ius Soli e i dirigenti di Fi che litigano sull’insufficienza della classe dirigente. Dovremmo avere tutti capito che il successo salviniano è frutto di una personalità, di uno stile, di una leadership che piace agli elettori per motivi che hanno ben poco a vedere con il razionale. Successe a suo tempo con Silvio Berlusconi e in parte con Matteo Renzi. Succede a tutti i personaggi largamente divisivi che proprio per questo risultano polarizzanti sia tra gli amici sia tra i nemici.

È il populismo, signori. Un’onda che premia la capacità di tenere il palco più che la musica. E tuttavia a tutte le latitudini, dalla Liguria al recentissimo voto in Basilicata, l’alleanza sovranista tra Lega e Fratelli d’Italia non riesce ad essere pienamente autosufficiente, i numeri non le bastano per dire “siamo solo noi”. Le serve l’8-10 percento di Forza Italia, così come le sono necessarie le consistenti briciole fornite dai partitini moderati, dall’Udc a Quagliariello, passando per Idea, più le varie sigle che si fregiano del sostantivo Popolari e per i micro-raggruppamenti civici di ispirazione centrista. I “cespugli”, come si sarebbe detto una volta, determinanti in quasi tutte le elezioni regionali degli ultimi mesi.

Nel contesto emotivo dei nuovi partiti che hanno abituato i loro sostenitori a giudicare ogni accordo come un inciucio, ogni ripensamento come un tradimento, ogni dialogo come un cedimento morale, trasformare la corsa individuale del Capo in lavoro di squadra, con più soggetti a dividersene l’onere e l’onore, è una missione piena di incognite

L’one-man-band in politica funziona raramente, in Italia mai. Presto Matteo Salvini dovrà decidere a quale schema politico affidare il suo futuro, come spendere la sua improvvisa fortuna, questa lunga serie di successi che già tutti immaginano coronati da un exploit alle Europee. Con Silvio Berlusconi non vuole tornare, dice. Col M5S l’esperimento è palesemente finito e tra l’altro il Nord non gli consentirebbe ulteriori proroghe di un’alleanza così conflittuale con gli interessi del “partito del Pil”. E allora?

Il punto interrogativo è molto grande e rivela il vero limite dell’esperimento populista italiano, che vede Lega e M5S impantanati nello stesso tipo di difficoltà: le alleanze. I grillini le hanno programmaticamente rifiutate. La Lega se l’è cavata finora tenendosi quelle che aveva sui territori e rinviando il momento della scelta a livello nazionale. Ma il gioco ormai è finito. Chi vuole vincere dovrà “contaminarsi”. Le leadership solitarie – quella fortissima di Salvini, quella più opaca di Di Maio e persino una futuribile investitura di Alessandro Di Battista – non saranno più sufficienti a fare l’impresa e si dovrà decidere lo schema politico al quale affidarsi per rivendicare il governo del Paese.

Nel vecchio mondo non sarebbe stato un problema. La politica era pragmatica, realista, e anche gli elettori riconoscevano senza problemi la necessità del compromesso. Ma ora no, nel contesto emotivo dei nuovi partiti che hanno abituato i loro sostenitori a giudicare ogni accordo come un inciucio, ogni ripensamento come un tradimento, ogni dialogo come un cedimento morale, trasformare la corsa individuale del Capo in lavoro di squadra, con più soggetti a dividersene l’onere e l’onore, è una missione piena di incognite. Anche per questo il dopo-Europee appare così incerto e nebuloso: sappiamo che cambierà tutto, è già cambiato tutto, ma nessuno può dire se il cambiamento produrrà nuovi equilibri o, al contrario, un lungo stallo in attesa di deciderli.

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