Cartoni Disney
27 Marzo Mar 2019 0600 27 marzo 2019

I trent’anni della Sirenetta e qualche considerazione sull’uso della voce

Nel 1989 la pellicola d’animazione targata Disney fece il suo ingresso nelle sale. La protagonista della fiaba di Hans Christian Andersen è famosa per aver ceduto la sua voce alla crudele Ursula pur di diventare umana. E proprio la voce è un elemento essenziale della natura umana

Sirenetta Disney_Linkiesta
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Trent’anni fa nasceva La sirenetta di Walt Disney: il 14 novembre 1989 la famosa pellicola d’animazione fece il suo ingresso trionfale nelle sale. Ma era già nata, concepita nel freddo regale di Copenaghen, Den lille Havfrue, l’amata fiaba dello scrittore danese Hans Christian Andersen, pubblicata per la prima volta nel 1837. Quando ho visto la sua celebre statua al porto della capitale baltica, sono rimasta un po’ delusa, l’assalto dei turisti la faceva sembrare così piccola, impacciata, timida, muta. Muta, proprio come un pesce. Nemmeno una parola, in tutto quel gran baccano di lingue straniere.

Viviana Faschi, un’amica filosofica, mi introduce al volume Voce. Un incontro tra filosofia e psicoanalisi a cura di Matteo Bonazzi, Carlo Serra, Silvia Vizzardelli (da poco edito da Mimesis), ricordandomi la trama della Sirenetta, ma soprattutto catturando l’elemento fondamentale della voce, la voce della sirena Ariel. La sirenetta si era innamorata del principe Eric e lo salva, con il suo bel canto, che non è altro che una nenia. Poi Ariel stringe un patto con Ursula, la malefica strega del mare, che la trasforma in essere umano, in cambio della sua voce. Si può forse rubare la voce? La voce di Ariel viene così racchiusa dentro una conchiglia. Irretire il principe Eric per Ursula diventa quindi un gioco da ragazzi, visto che il principe non è innamorato della bellissima sirenetta, ma soltanto della sua voce. A questo punto del racconto, l’amica mi porge il volume blu fresco di stampa, e, quando le domando il significato di quello strano simbolo quasi evangelico OT, mi dice che si tratta di Borges e dell’acronimo di Orbis Tertius, il nome scelto dal gruppo Ricerche sull’immaginario contemporaneo nato da un’idea di Fulvio Carmagnola – che insegna Estetica in Bicocca –, che prende le mosse da un racconto di Finzioni. Un gruppo di studiosi d’Italia, insomma, provenienti da diversi studi e località, si interroga qui sulla voce, come fosse un oggetto, attraverso differenti prospettive teoriche. La voce nella psicoanalisi, nella filosofia, nell’estetica, nel teatro, nella musica.

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