28 Marzo Mar 2019 0708 28 marzo 2019

La vendetta della realtà: ora a Salvini e Di Maio tocca salvare l’Italia dai disastri che hanno combinato

Il rapporto del Centro Studi di Confindustria non lascia spazio a nessun tipo di speranza. Chiunque farà la manovra 2020, quella da presentare a ottobre 2019 dovrà far crescere il deficit fino al 3,5%, o aumentare l’Iva fino al 25% o tagliare la spesa pubblica per 35 miliardi

Salvini Di Maio_Linkiesta
ALBERTO PIZZOLI / AFP
ALBERTO PIZZOLI / AFP

«Non ci sono opzioni indolori». Il rapporto del Centro Studi di Confindustria sullo stato di salute dell’economia italiana e dei conti pubblici non lascia spazio a nessun tipo di speranza. La crescita del Pil a zero (era +0,9% a ottobre, cinque mesi fa), l’occupazione al palo, i consumi pure, gli investimenti privati in territorio negativo, quelli pubblici non pervenuti. Lo stellone si chiama export: o riparte il commercio internazionale, o quest’anno si va sott’acqua. Con l’economia mondiale in flessione e i dazi di Trump all’orizzonte, non esattamente lo scenario più probabile.

«Non ci sono opzioni indolori», dice Confindustria, e quando dice così pensa ai conti pubblici italiani, ipotecati per fare reddito di cittadinanza e quota 100 che oggi diventano legge dello Stato col l’ultima votazione al Senato. Due misure, ci siamo consumati i polpastrelli a scriverlo, che così come sono non servono a nulla se non a blandire gli elettorati di Cinque Stelle e Lega, convinti rispettivamente che è stata abolita la povertà (falso) e che è stata abolita la Legge Fornero (ancora più falso). Due misure a moltiplicatore zero o quasi, soprattutto, che bruciano denaro senza produrre ricchezza.

Se non fossimo italiani sarebbe quasi divertente il contrappasso che toccherà a Salvini e Di Maio tra qualche mese, costretti a trasformarsi in Mario Monti per salvare l’Italia da loro stessi,

«Non ci sono opzioni indolori» perché chiunque farà la manovra 2020, quella da presentare a ottobre 2019 avrà solo tre strade di fronte a se: far crescere il deficit fino al 3,5%, aumentare l’Iva fino al 25% (e pure qualche altra imposta, già che c’è) o tagliare la spesa pubblica per 35 miliardi circa. Tutto per non fare nulla, per mantenere in vita ciò che di inutile è stato fatto nel 2019. Volete la flat tax, per dire? Servono ancora più deficit e più tagli.

«Non ci sono opzioni indolori», e se non fossimo italiani sarebbe quasi divertente il contrappasso che toccherà a Salvini e Di Maio tra qualche mese, costretti a trasformarsi in Mario Monti per salvare l’Italia da loro stessi, a sconfessare tutta una narrazione fatta di spesa pubblica e deficit che magicamente trainano la crescita e l’occupazione, a combattere contro i mulini a vento di un’Europa che dopo il 26 maggio non sarà niente di diverso rispetto a quella di oggi, e non solo perché a valutare la manovra, almeno questa, saranno ancora Juncker e Moscovici.

«Non ci sono opzioni indolori», anzi una c’è. Mandare tutto in vacca e far cascare il governo prima che arrivi l’autunno, lasciando a qualche tecnico o a qualche professorone l’incombenza di occuparsi dell’incompetenza gialloverde, per poi raccattare i cocci del malcontento nelle urne. Ai professionisti del populismo è l’unico gioco che rimane, l’unico che sanno giocare. L’unico che non sarà consentito loro giocare. “Non ci sono opzioni indolori” vale anche per loro

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