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28 Marzo Mar 2019 0005 28 marzo 2019

I soldi fanno la felicità (e stavolta c’è pure un grafico che lo prova)

L’ultimo rapporto sulla felicità misura il grado di soddisfazione delle persone per la propria vita in 156 Paesi. Il risultato? Il benessere personale è fortemente correlato con il reddito pro capite. Chi governa dovrebbe ricordarselo

Felicità Amiche_Linkiesta
Photo by Omar Lopez on Unsplash

C’è un modo di dire molto diffuso che recita: “I soldi non fanno la felicità, figuriamoci la miseria!”. È questa una delle possibilità con cui si può sintetizzare l’ultimo rapporto sulla felicità di Helliwell, Layard e Sachs. L’intenzione di fondo del loro studio è osservare quali siano i Paesi in cui le persone sono maggiormente soddisfatte della propria vita. Così, Paese per Paese viene chiesto a un campione di persone di valutare la propria vita da zero a dieci, dove zero è la peggiore vita possibile e dieci la migliore, e viene creata una “classifica della felicità” che ordina 156 paesi.

Sia chiaro, il rapporto è alla sua settima edizione e va molto oltre la semplice classifica. A leggere lo studio si trovano infatti analisi piuttosto interessanti ma, al di là dei vari approfondimenti, c’è un elemento quasi banale nei risultati che merita di essere evidenziato: il reddito per sé non è una variabile sufficiente per spiegare il grado di soddisfazione delle persone rispetto alla propria vita (e gli autori e molta letteratura economica hanno già ampiamente documentato questo fatto), ma nei dati il legame tra queste due variabili è eccezionalmente forte.

Per vedere a colpo d’occhio la relazione, è sufficiente inserire in un grafico il reddito pro capite di diversi Paesi misurato in parità di potere d’acquisto e il “grado di felicità” medio rilevato in ogni nazione.

Così, un Paese (un pallino nel grafico) sta tanto più a destra quanto più è alto il suo reddito pro capite. Ragionamento simile vale per la felicità media del Paese: i pallini più in alto rappresentano i Paesi i cui cittadini sono mediamente più felici, mentre quelli più in basso rappresentano i Paesi “più tristi”.

Guardando il grafico è evidente come al crescere del reddito pro capite cresca l’indice di soddisfazione media per la vita. Ora, non se ne abbiano gli appassionati della decrescita felice: a meno che non si sostenga che la relazione è inversa (e cioè che il Pil sia più alto in alcuni Paesi perché le persone sono più felici), o a meno che non si voglia dire che questa relazione è del tutto casuale, questo grafico è già sufficiente per dimostrare che un buon livello del Pil non fa la felicità, ma quasi.

Certamente ci sono altri fattori oltre il Pil che aiutano a spiegare le differenze della felicità nel mondo. Tra questi c’è, per esempio, il supporto sociale, che viene misurato chiedendo agli intervistati se, in caso di problemi, abbiano parenti o amici su cui contare per chiedere aiuto. Si osserva che all’aumentare del supporto sociale aumenta il grado di felicità dichiarato dagli intervistati. Lo stesso vale anche per altri elementi che già intuitivamente operano a favore di una maggiore qualità della vita, come l’aspettativa di vivere a lungo e in salute, la generosità diffusa nel paese o la sensazione di poter scegliere liberamente cosa fare nella propria vita.

Alcuni esponenti del governo hanno più volte dichiarato che si sarebbero presi cura della qualità della vita degli italiani, ma quegli stessi politici hanno mostrato pubblicamente un sostanziale disinteresse rispetto ai dati sul tasso di crescita del Pil negli ultimi trimestri

L’Italia, guardando ai dati medi degli ultimi tre anni, è 36esimo per felicità su 156. Tra gli elementi che aiutano a spiegare la nostra discreta felicità media, occorre notare che siamo in 23esima posizione per supporto sociale e 48esimi per generosità. Riusciamo a fare malissimo, invece, nella sensazione di poter scegliere liberamente cosa fare nella propria vita (132esimi) e nel nostro grande classico, la corruzione percepita (128esimi, tra il Madagascar e il Camerun). Nel Pil pro capite siamo invece 29esimi. A leggerla così, l’immagine del nostro Paese è un po’ quella che siamo abituati a raccontarci: c’è corruzione diffusa e le persone sentono una sostanziale incapacità di poter scegliere cosa fare nella propria vita, ma in fondo il reddito pro capite è alto, si vive abbastanza a lungo e siamo pure propensi ad aiutarci a vicenda.

Tuttavia, oltre la commedia c’è un aspetto da trattare seriamente. Alcuni esponenti del governo hanno più volte dichiarato che si sarebbero presi cura della qualità della vita degli italiani, ma quegli stessi politici hanno mostrato pubblicamente un sostanziale disinteresse rispetto ai dati sul tasso di crescita del Pil negli ultimi trimestri. Eppure anche solo il grafico che abbiamo mostrato dovrebbe essere sufficiente per convincerli che prendersi cura della qualità della vita degli italiani significa, innanzitutto, fare in modo che il reddito pro capite aumenti. Ne tengano conto e saremo tutti più…felici!

*ricercatore Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani

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