intervista
28 Marzo Mar 2019 0942 28 marzo 2019

La Luiss sbarca a Milano: “Giovani, imparate a imparare (e non fate il lavoro dei genitori)”

Roberto Costantini, direttore orientamento della Luiss, tira le fila a un anno dalla creazione dell'hub milanese dell'ateneo romano: "I ragazzi dovranno abituarsi ad apprendere velocemente durante tutta la carriera. Il familismo dei genitori spinge i figli verso i mestieri dei padri e delle madri"

Università

«Ho appena preso un taxi e gli ho detto di portarmi in via Massimo D’Azeglio. "Alla sede del Milano Luiss Hub?", mi ha risposto il taxista. Non potevo crederci, pensavo lo avessero pagato. Scherzi a parte, lì ho capito che eravamo già un po’ entrati nel cuore della città». Sorride, Roberto Costantini, direttore orientamento ed entrepreneurship della storica università romana intitolata a Guido Carli, e ne ha tutte le ragioni: «Per un istituzione romana non è semplice inserirsi nel cuore di una città come Milano - racconta a Linkiesta -. Esserci riusciti, almeno un po', è un motivo di grande soddisfazione, per noi». Siamo nel cuore del capoluogo meneghino, a due passi dalla stazione centrale, nell’ex deposito dei tram che il Comune ha concesso a Luiss per costruire il suo Hub, progetto che fa parte di una più ampia riqualificazione urbana ed è realizzato dalla Luiss con la Fondazione Brodolini e Italia camp: «L’idea di venire a Milano è dettata da due motivi: uno di mercato e uno di opportunità - continua Costantini -. Milano dal punto di vista della dimensione e della qualità degli studenti è una città straordinariamente importante. A livello di opportunità, c’è che questo deposito dei tram era stato messo a bando dal comune di Milano come progetto di riqualificazione urbana. Diciamo che abbiamo colto l’attimo».

A distanza di un anno dall’inaugurazione siete soddisfatti per ciò che è diventato Luiss Hub Milano?
Direi di sì. Non volevamo farne un’università. Siamo convinti che gli atenei siano fortemente legati al luogo che li ha fatti nascere e noi siamo un’università romana. È lì dove hai le tue radici, le tue biblioteche, il senso della tua presenza. Milano non è il luogo in cui replicare quel che siamo a Roma. Qui puoi fare altre cose. Ad esempio, investire sui ragazzi attraverso tutti i progetti di alternanza scuola-lavoro, attraverso i quali abbiamo formato oltre duemila studenti.

Credete all’alternanza scuola lavoro?
Dipende. L’alternanza può essere qualcosa che fa perdere un sacco di tempo agli studenti, oppure qualcosa di fondamentale, o perlomeno utile, per completarne la formazione. Alcuni progetti li facciamo da soli, altri sono in partnership con Accenture, Deloitte, Intesa San Paolo e il Museo del Risparmio, che mandano manager con esperienza media a fare da mentor ai ragazzi. Non tanto a insegnare loro qualcosa di specifico, perché non è questo il senso dell’alternanza. Semmai serve a capire cosa serve per lavorare in un certo ambito e cose vuol dire studiare certe materie. In Italia abbiamo un enorme problema di orientamento.

Non è una novità.
No, però non se ne comprendono a sufficienza le conseguenze. Perché senza orientamento degli studenti, si ha una percentuale più bassa di laureati e più alta di abbandono degli studi rispetto agli altri Paesi. E ancora - un dato che in pochi si ricordano, questo - hai un numero enorme di ragazzi che cambia facoltà dopo il primo o il secondo anno.

Di chi è la colpa?
Sopratutto del nostro familismo, che influenza i genitori a spingere i figli verso i mestieri dei padri e delle madri: l’avvocato tende a mandare i figli a fare giurisprudenza, il dentista a odontoiatrica, perché hanno lo studio e devono mandarlo avanti. Queste motivazioni finiscono per prevalere sul talento delle persone. O banalmente sulle loro attitudini: nessuno spiega allo studente che Giurisprudenza prevede uno studio in profondità e Scienze politiche è studio in ampiezza. Ognuno di noi è portato a studiare in un certo modo: ma nessuno lo dice ai ragazzi. Ecco, ci tengo a dire che nell’ambito degli accordi col Comune di Milano, noi eroghiamo questo servizio gratuitamente. Mentre poi abbiamo i master della nostra business school, particolarmente interessanti e importanti

Quali sono i fiori all’occhiello?
Sicuramente quello in Management and Technology con Major in Energy Industry, un percorso, sviluppato in partnership con EY, che integra strumenti manageriali con una forte attenzione alla dimensione sociale ed ambientale. Il nostro problema è che questi corsi vanno troppo bene e qui dentro non ci stiamo più. Ci toccherà crescere. È un dolce problema, questo.

Buon per Milano.
Noi possiamo dare un buon contributo a questa città. Per dare più consapevolezza ai suoi giovani, nel contesto di una scelta universitaria molto ampia e di un mondo del lavoro che nessuno sa come sarà. A quel punto, dato questo contesto, basterebbe aiutare i giovani a capire cosa sono bravi a fare e cosa vogliono diventaere. Soprattutto, devono imparare a imparare, il compito vero dell’istruzione di oggi. I giovani devono imparare ad apprendere velocemente. Perché gli toccherà farlo un sacco di volte, lungo l’arco della loro vita. E scegliere dove farlo.

In Italia il peso dei genitori nelle scelte dei figli è enorme, vogliono la sicurezza della grande azienda, anziché l’incertezza della piccola e media impresa, o peggio ancora della startup

All’estero si dice che l’Italia manchi di poli d’eccellenza della formazione. E che quindi è sempre meno un “dove” della formazione.
Io non credo sia così. L’Italia ha i suoi poli di eccellenza. Semmai bisogna chiedersi quanto servano quei saperi. Se non c’è un legame tra università, ricerca e impresa è difficile essere eccellenza di qualcosa. Poi ci sono situazioni del tutto peculiari: prendi i due più importanti poli del sapere del mondo di oggi, la Silicon Valley e Tel Aviv. Sono due frontiere. La California è un posto di cercatori d’oro, l’Eldorado degli avventurieri, da sempre. Tel Aviv è frontiera per eccellenza. Questo per dire che è una questione di mentalità, non di investimenti pubblici.

A proposito di mentalità: a volte c’è la sensazione che il mondo del made in italy e quello degli studenti universitari procedano su due binari paralleli. Il laureato vuole la grande impresa, mentre il mondo imprenditoriale italiano ha il record dei manager senza laurea.
Questo riflette più la mentalità dei genitori che dei ragazzi. E in Italia il peso dei genitori nelle scelte dei figli è enorme. E in Italia il genitore per i figli vogliono la sicurezza della grande azienda, anziché l’incertezza della piccola e media impresa, o peggio ancora della startup.

Le startup possono essere un motore di crescita per città come Roma o Milano?
​Penso che sia una delle cose più positive che possano capitare a una città. Noi non a caso abbiamo messo questo enorme acceleratore d’impresa dentro la stazione Termini, per dare modo a chiunque venga a Roma anche da Firenze o da Napoli di lavorare con noi. Sono luoghi che non cambiano una città: però possono cambiarne la mentalità, il destino. Roma, rispetto a Milano, soffre dell’assenza di una grande borghesia cittadina che nel momento in cui si è formata era fatta di soggetti affluenti. Non sarebbe male che gli incubatori di imprese innovative, nel corso degli anni, possano concorrere a formare una borghesia romana che oggi non c’è.

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