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29 Marzo Mar 2019 0600 29 marzo 2019

Poche storie, se vogliamo salvare il pianeta dobbiamo smettere di mangiare carne

Se non cambiamo la nostra dieta l’impatto della produzione della carne sull’ambiente, nei prossimi 30 anni, raddoppierà. Limitare la carne rossa è una scelta benefica anche per la nostra salute

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Gli scioperi per il clima hanno nuovamente portato all’attenzione pubblica la sfida del cambiamento climatico. A questo proposito, non tutti sanno che ridurre le emissioni di Co2 passa anche dalla diminuzione della produzione di carne, che causa più di due terzi delle emissioni dovute alla produzione alimentare, il cui impatto sull’ambiente si duplicherà nei prossimi 30 anni se non cambiamo la nostra dieta. Per conservare un clima vivibile dobbiamo ridurre il consumo giornaliero di carne, specialmente rossa. Qual è la distribuzione del consumo di questo alimento, e cosa si può fare per diminuirne l'impatto ambientale?

Partiamo dai numeri

Il consumo eccessivo di carne ha conseguenze rilevanti sia sull’ambiente che sulla salute.

Infatti, nel 2006 la Fao imputò al settore il 18% delle emissioni mondiali di gas serra, più che i trasporti. Perdipiù, la produzione di carne non è efficiente: uno studio di Science afferma che seppur l’83% dei terreni coltivati sia destinato all’allevamento, la carne e i prodotti caseari apportano solo il 18% delle calorie e il 37% delle proteine della dieta tipo. Inoltre, il consumo di carne rossa è associato a un maggior rischio di morte prematura, e la Who considera la carne rossa lavorata un cancerogeno associato particolarmente al rischio di cancro al colon-retto. Per questo, il World Cancer Research Fund consiglia non più di tre porzioni a settimana di carne rossa, circa 350-500 grammi.

Va chiarito che non tutte le tipologie di carne comportano lo stesso impatto ambientale: la produzione di carne rossa è legata a maggiori emissioni di gas serra, consumo idrico e sfruttamento dei terreni rispetto alla carne bianca. Infatti, la produzione di 100 grammi di proteine di carne di manzo comporta, in media, un rilascio 10 volte maggiore di Co2 equivalenti di gas serra rispetto al pollame e al pesce d'acquacoltura, sebbene le specie acquatiche presentino differenze significative nel rilascio di gas serra e nelle proprietà nutritive.

Per comprendere l’impatto ambientale derivante dalle attività di allevamento occorre verificare anche l’andamento del consumo pro capite. Nel corso degli ultimi 30 anni, quello della carne è passato da 30,7 kg nel 1984 a 41,3 kg nel 2015, secondo i dati Fao (figura 1). Questa crescita è in gran parte imputabile all’aumento consistente avvenuto nei Paesi in via di sviluppo e in Asia Orientale e secondo le stime il consumo non sembra rallentare.

Figura 1 – evoluzione dei consumi annuali di carne (kg pro capite, equivalente peso carcassa)

Fonte: Fao.

A livello globale, il consumo totale è previsto in forte crescita (+82,08%), con un incremento del 40,2% di carne bovina e del 66,1% di carne di maiale entro il 2027 (figura 2). L’Europa, invece, ridurrà il consumo della prima, lasciando pressoché inalterato il secondo, intraprendendo un percorso parzialmente più sostenibile rispetto ad altre aree.

Figura 2 – variazione attesa dei consumi di differenti tipologie di carne (1995-2027)

Fonte: Ocse.

Ad oggi, i principali quattro consumatori di carne rossa sono gli Usa, l’Unione Europea, la Cina e il Brasile che insieme rappresentano più della metà dei consumi (figura 3). La quota rimanente è divisa tra le altre regioni geografiche: perciò, risulta difficile agire congiuntamente in maniera efficace e per questo motivo politiche mirate verso i Paesi ad alto consumo potrebbero essere più incisive.

Figura 3 – ripartizione del consumo di manzo e vitello, 2017 (migliaia di tonnellate)

Fonte: Ocse.

Regolamentazione e iniziative pubbliche ancora in ritardo

L’attività di regolamentazione del consumo o produzione di carne a opera degli attori pubblici mondiali è ancora agli albori, come emerge dal report della fondazione Changing Market “Growing the good”. Tuttavia, la Cina risulta un'eccezione in questo campo: secondo l’ultimo Food Report della Fao, da gennaio 2018 ogni provincia del Paese ha imposto una tassa sulla produzione di tutti i tipi di carne dagli allevamenti di grandi dimensioni. Nello specifico, come analizzato dal Guardian, una attenta gestione dello smaltimento degli escrementi animali ridurrebbe le emissioni di metano. L’iniziativa è inquadrata nel pacchetto di politiche fiscali che il gigante asiatico sta adottando per ridurre gli effetti negativi della propria economia sull’ambiente.

In Europa, invece, il dibattito si è finora limitato a discussioni parlamentari sulla tassazione del consumo di carne in Paesi quali Germania, Danimarca e Svezia, ma nessuna azione concreta ha ancora preso piede. Un esempio positivo sono le città: in Gran Bretagna 14 città si sono unite per promuovere eventi di sensibilizzazione e promozione di una dieta vegetariana. Iniziative simili si sono svolte anche nella città di Ghent e Barcellona. Anche i privati fanno la loro parte: alcune catene di supermercati svedesi hanno lanciato una campagna pubblicitaria per spingere i consumatori a ridurre il consumo di carne, accompagnata da diversi video online per fornire maggiori informazioni sulle conseguenze del consumo di carne e per consigliare ricette vegetariane.

Al contrario invece oggi la Politica Agricola Comune dell’Unione Europea fornisce circa 60 miliardi di euro ogni anno a forme di allevamento e coltura intensiva, tra le modalità a più alto impatto ambientale.

Che fare?

Sempre più studi si concentrano su come ridurre il consumo di carne, modificando le abitudini dei consumatori. Una delle leve più importanti è il prezzo: uno studio ha dimostrato che un aumento medio del 25% dei prezzi della carne processata potrebbe ridurre i consumi del 16%. Imporre una tassa specifica sulla carne per aumentarne il prezzo sarebbe però una scelta controversa, visto che andrebbe soprattutto a colpire le fasce di reddito medio-basse. Una soluzione alternativa potrebbe essere fornire sussidi agli allevatori che usano metodi di produzione più sostenibili, e ai produttori di alimenti sostitutivi della carne.

C’è poi il ruolo chiave dell’educazione. Rendere più chiari al pubblico i danni alla salute e all’ambiente che il consumo di carne rossa produce è un passo fondamentale per cambiarne le abitudini. In fondo, le campagne informative sono state necessarie per renderci consapevoli dei rischi del fumo. Sulla stessa scia etichette più chiare, che mostrino non solo i valori nutrizionali e il Paese di provenienza ma anche l’impatto ambientale dei prodotti potrebbero avere un effetto positivo.

Queste sono tutte azioni importanti, ma non bastano. Le nostre scelte individuali sono spesso determinate più dal contesto che dalla razionalità, e specialmente per le scelte più elementari ci fidiamo più dell’istinto. Proprio per questo, incoraggiare un posizionamento più visibile di prodotti sostitutivi della carne in mense e supermercati (la “choice architecture”) sarebbe un buon inizio per renderli popolari e per cambiare il comportamento dei consumatori, così come includere una pagina a parte per la carne nei menu (all’opposto di come è adesso con l’opzione vegetariana). Anche ridurre le dimensioni delle porzioni di carne, sia al supermercato che nei ristoranti, avrebbe evidenti effetti positivi su un minore consumo.

È poi necessario intervenire sulla catena di produzione della carne per assicurarsi che sia prodotta in modo più sostenibile. Regole più stringenti sulla produzione porterebbero a un aumento della qualità, riflesso in un aumento del prezzo e quindi in un calo della domanda. Anche in questo caso la collaborazione con i supermercati è necessaria, in quanto attori in grado di fissare standard qualitativi per i propri produttori. Per esempio, uno studio ha calcolato che si può arrivare a ridurre le emissioni di metano enterico prodotte dai ruminanti del 15% con i nuovi tipi di mangimi additivi.

Infine, le nuove alternative alimentari giocheranno una parte essenziale nel cambiare la nostra dieta: da cibi basati su piante ricche di proteine (non processate, come le lenticchie, o processate, ad esempio il tofu e il seitan), a prodotti basati su nuove fonti proteiche come gli insetti (usati specialmente come farina) e su funghi (le “micoproteine”), fino allo sviluppo di biotecnologie per creare carne in laboratorio attraverso la coltivazione in vitro di cellule animali. Sarà necessario un importante investimento pubblico per finanziare la ricerca e sviluppo nel settore e far sì che queste nuove tecnologie possano essere applicate su larga scala.

Insomma, ridurre il livello del consumo di carne non è solo una scelta individuale, e passa da una varietà di attori. È perciò essenziale che il settore pubblico compia i primi passi attraverso campagne di sensibilizzazione e investimenti in innovazione, collaborando con gli attori della grande distribuzione. L’Unione Europea, vista la sempre maggiore sensibilità dei propri cittadini sul tema, si trova in una posizione chiave per assumere una guida globale per la riduzione del consumo di carne. Dovrebbe accettare questo ruolo, con regolamentazioni innovative e ripensando la Politica Agricola Comune come strumento per incoraggiare forme di agricoltura più sostenibili e nuove alternative alimentari.

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