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29 Marzo Mar 2019 0600 29 marzo 2019

L’Ilva continua ad avvelenare Taranto, ma il “governo del cambiamento” se ne frega

Angelo Bonelli, presidente dei Verdi, denuncia in un libro la situazione: malgrado l’accordo con Arcelor Mittal, l’Ilva continua a emettere diossina. Ma a questo punto la politica ha smesso di rispondere e a pagarne il prezzo sono, come sempre, i cittadini

Ilva_Linkiesta
ALFONSO DI VINCENZO / AFP

«Governo del cambiamento? Sarebbe più corretto definirlo “governo del cambiamento di idee rispetto alla campagna elettorale”», sorride rabbioso Massimo Castellana, promotore dell’associazione “Genitori tarantini”. Sull’Ilva, d’altronde, anche gli stessi Cinque Stelle sono ormai consapevoli di aver tradito le promesse elettorali che parlavano di chiusura e riconversione dello stabilimento.

Qualche avvisaglia di un ammorbidimento rispetto alle posizioni iniziali era già visibile nel contratto di governo firmato con la Lega, dove era scomparsa la parola «riconversione», tanto sbandierata in tutti gli incontri politici. Restava però l’impegno sul fronte ambientale e occupazionale: «Ci impegniamo, dopo più di trent’anni, a concretizzare i criteri di salvaguardia ambientale, secondo i migliori standard mondiali a tutela della salute dei cittadini». E invece non solo lo stabilimento non ha chiuso, ma neanche quanto scritto nel contratto risponde, oggi, alla realtà tarantina.

Eppure Luigi Di Maio, ad accordo firmato con Arcelor Mittal, comunque assicurava un’attenzione, come mai era stato prima, sull’ambiente: «Abbiamo installato tecnologie a Taranto che riducono del 20% le emissioni nocive». Dopo circa cinque mesi dalla cessione dello stabilimento al colosso siderurgico indiano (ma con sede in Lussemburgo), nulla pare essere cambiato. Come denunciato da Angelo Bonelli, presidente dei Verdi ed ex consigliere comunale proprio a Taranto – che ha sempre creduto fermamente nella possibilità di riconvertire l’impianto tanto da scriverci un libro scaricabile gratuitamente (Good morning, diossina) – i dati raccolti dall’Arpa mostrano come «in un anno il valore della diossina a Taranto sia aumentato del 916%», passando «da 0,77 picogrammi del 2017 a 7,06 picogrammi del 2018, molto vicino agli 8 picogrammi del 2009», quando nella «masseria Carmine furono prelevati 1.124 capi di bestiame per essere abbattuti». Una situazione drammatica. Che si rivela anche poco trasparente. «Questi – spiega ancora Bonelli – sono dati ufficiali relativi al periodo gennaio-ottobre 2018. Io e il consigliere comunale ed ex allevatore Vincenzo Fornaro abbiamo fatto un accesso agli atti per avere i dati aggiornati. Ancora nessuno ci ha risposto». Secondo quanto risulta a Linkiesta da fonti interne alla Regione, però, «anche i dati degli ultimi mesi non saranno positivi». Non resta che aspettare.

Tra il novembre 2014 e il febbraio 2015 si registrò un picco di presenza di diossina nel quartiere Tamburi, cosa che portò all’inchiesta del pm Mariano Buccoliero. Le perizie dimostrarono che la diossina veniva dall’Ilva, ma l’inchiesta fu bloccata proprio perché c’era l’immunità penale. Non è detto che uno scenario del genere non possa riproporsi ancora

Angelo Bonelli

Quello di non fornire risposte, d’altronde, pare essere un usus abbastanza diffuso in questo periodo. Soprattutto sul fronte governativo. «Dopo la sua nomina a ministro dello Sviluppo economico e del Lavoro – racconta Bonelli – ho scritto immediatamente a Di Maio per chiedere conto delle sue intenzioni sull’Ilva e sull’immunità penale e amministrativa prevista per i nuovi amministratori già dai decreti del vecchio governo». Nessuna risposta è mai arrivata. Conosciamo però l’azione dell’esecutivo gialloverde al riguardo: nessuna. L’immunità penale e amministrativa è rimasta.

Questo dettaglio è significativo e lo si può vedere bene nella storia recente dell’impianto siderurgico: «Tra il novembre 2014 e il febbraio 2015 – spiega ancora il presidente dei Verdi – si registrò un picco di presenza di diossina nel quartiere Tamburi (il quartiere più vicino all’impianto, ndr), cosa che portò all’inchiesta del pm Mariano Buccoliero. Le perizie dimostrarono che la diossina veniva dall’Ilva, ma l’inchiesta fu bloccata proprio perché c’era l’immunità penale. Non è detto che uno scenario del genere non possa riproporsi ancora». Anche per questa ragione il gip del Tribunale di Taranto, Ruggero Benedetto, a febbraio ha disposto la trasmissione degli atti alla Consulta sollevando la legittimità costituzionale proprio sull’immunità. «Certamente e clamorosamente leso – scrive Benedetto nell’atto trasmesso alla Consulta – è anche il diritto alla salute di coloro che abitano nei pressi dello stabilimento, essendo stato accertato che elevati livelli di inquinamento aumentano il rischio di contrarre malattie mortali».

Vedremo cosa deciderà la Corte costituzionale. Anche perché, nel frattempo, i ministeri interessati non sembrano voler affrontare la questione. «L’ultima volta che ho scritto al ministro della Salute Giulia Grillo – continua Bonelli – è stato a giugno. Circa un mese dopo il suo ufficio legislativo mi ha detto che si stava studiando una norma per eliminare l’immunità. Ma non se n’è saputo più nulla». Stesso andazzo anche per gli incontri che ha avuto con le istituzioni Alessandro Marescotti, il presidente di Peacelink, associazione da sempre attenta alla questione ambientale a Taranto: «Nel corso di questi mesi abbiamo avuto cinque incontri con i vari ministeri. All’inizio non era chiara la posizione del governo, poi hanno cominciato a chiederci cosa si sarebbe potuto migliorare in campo ambientale nell’accordo con Arcelor Mittal. E lì abbiamo capito che non c’era alcuna intenzione di bonificare. Allora abbiamo domandato al governo: quanti morti siete disposti ad accettare tenendo aperta l’Ilva?».

Le immagini degli elettrofiltri arrugginiti – che dovrebbero assicurare la captazione delle diossine dalle polveri prima di essere immesse in aria – spiegano lo stato dell’arte. E non a caso queste fotografie, realizzate dai delegati del sindacato Usb di Taranto nel febbraio 2019, sono finite in un esposto depositato presso la procura della Repubblica

I dati epidemiologici, d’altronde, non mentono: per i bambini di Taranto rispetto alla media pugliese si registra un +21% di mortalità e un +51% per quanto riguarda le malattie tumorali da 0 a 15 anni. Muniti di questi dati anche l’associazione dei Genitori Tarantini ha incontrato diversi esponenti di governo. «In uno degli ultimi incontri con il ministro Grillo – spiega Massimo Castellana – c’erano anche Mauro Zaratta, papà di Lorenzo, morto a 5 anni per un tumore al cervello, e Moreno Caiazzo, papà di un bambino che da gennaio 2018 è ricoverato per a Roma per lo stesso identico motivo. Volevamo far capire in concreto cosa voglia dire convivere col mostro dell’Ilva. Avremmo voluto fare una diretta streaming, ma loro, proprio il Movimento dello streaming, non so perché, ce l’ha impedito». Nessuna risposta o soluzione è arrivata: «Sia il ministro che i tecnici continuavano a parlare dei “poteri forti” e della difficoltà di riconvertire quell’impianto. “Ci sono dei territori sfortunati”, ha detto a un certo punto uno dei tecnici. Quando siamo andati via ci hanno detto: “Se fate un comunicato sentiamoci, così ci mettiamo d’accordo”. Lì mi sono cadute le braccia». Sembra passata un’eternità da quando il Movimento a Taranto otteneva un plebiscito alle elezioni politiche del 4 marzo, raccogliendo oltre il 47% dei voti. «Non è un caso che né Di Maio né Costa qui siano mai venuti», sottolinea Bonelli.

Ad avere la rabbia negli occhi sono anche i tanti lavoratori finiti in cassa integrazione fino al 2023. Mirko è uno di questi. «Siamo stati beffati ancora una volta. Sia dalla politica, sia dai nuovi proprietari. A cosa serve donare un giro gratuito sulla pista di ghiaccio ai bambini se poi i dati ambientali sono disastrosi?». Durante le festività natalizie, infatti, Arcelor Mittal ha offerto a tutti i bambini fino a sei anni giri gratuiti sulla pista di ghiaccio costruita in città. Un contentino, secondo i comitati, che sa di presa in giro. Anche perché, finora, la bonifica dell’area sembra latitare. «Ad oggi è stato fatto molto poco – spiega ancora Bonelli –. Bonificare vuol dire sistemare i fondali marini, i terreni dove giocano i bambini dei Tamburi, tutte le aree circostanti. Non si può pensare che bonificare voglia dire sistemare solo gli impianti». Che, peraltro, restano in alcuni punti pesantemente vetusti.

Il vero pericolo nasce dalle cosiddette emissioni fuggitive, che non vengono registrate molto spesso dalle centraline, ma che si verificano laddove ci sono reti e filtri colabrodo. Che non sono così inusuali. Un sito dal nome eloquente – Veraleaks – raccoglie e pubblica anche tutto ciò che avviene all’interno dell’impianto siderurgico. Le immagini degli elettrofiltri arrugginiti – che dovrebbero assicurare la captazione delle diossine dalle polveri prima di essere immesse in aria – spiegano lo stato dell’arte. E non a caso queste fotografie, realizzate dai delegati del sindacato Usb di Taranto nel febbraio 2019, sono finite in un esposto depositato presso la procura della Repubblica. Ma, semmai dovessero venire accertate eventuali responsabilità, con l’immunità penale si rischia un altro buco nell’acqua.

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