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29 Marzo Mar 2019 0600 29 marzo 2019

Persino la letteratura parla di rifiuti: ecco il libro che ne raccoglie tutti gli esempi

Da Montale a Beckett, da Goethe a McCarthy: per gli scrittori i rifiuti sono più di semplici scarti. Sono metafore della condizione umana, o chiavi di interpretazione della società. “La parola ai rifiuti” di Guido Viale raccoglie in antologia tutte queste prospettive

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Pixabay

Rifiuto è ciò che getto, che non voglio, che mi fa ribrezzo. Il rifiuto, però, profondamente, è l’uomo: siamo ‘gettati’ al mondo, siamo un rifiuto che fiata, che a sua volta fa rifiuti. E che sui rifiuti – visto che l’uomo, il rifiuto, è l’essere che fa rifiuti –, senza più rifiutarli, fa business ecologico. Sul tema del rifiuto – esistenziale, etico, estetico, sociale, ecologista – Guido Viale ha allineato una bibliografia perfino profetica (Un mondo usa e getta. La civiltà dei rifiuti e i rifiuti della civiltà, 1994; Governare i rifiuti, 1999; Azzerare i rifiuti, 2008), ma in questo caso lo scatto letterario è affascinante.

In La parola ai rifiuti. Scrittori e letture sull’aldilà delle merci (Edizioni Interno4, 2019), lo scopo di fondo è sottile. Viale lo dice così: “Da Goethe a Kafka, da Calvino a Montale, da Pasolini a Hugo, da Saramago a Coetzee, da Dickens a Ballard – e tanti altri ancora – quei testi documentano in modo incontrovertibile come, a partire da un certo momento della storia (ma già Eraclito aveva trovato una corrispondenza tra un mucchio di rifiuti e “il più bello dei mondi”), i rifiuti siano diventati una componente essenziale e insopprimibile del nostro mondo e delle nostre vite. E di come abbiano finito per imprimere il proprio marchio anche sugli esseri umani, ridotti a scarti quando non servono più”.

In questo caso, l’antologia allestita da Viale – testimonianza di un lettore col fiuto – è affascinante e allucinante: si va dall’immancabile Nome della rosa di Umberto Eco – che illustra come si alienavano i rifiuti nel Medioevo – alla Londra lorda di merci in avaria di Charles Dickens, dove ciò che è rifiuto per uno è oro per l’altro, dall’eruzione distopica di rifiuti di J.G. Ballard (“Scese nelle strade deserte, osservando la leggera cenere che cadeva su Hamilton, proveniente dalle centinaia di falò di rifiuti alla periferia della città e che copriva le strade e i giardini come per l’eruzione di un vulcano vicino”) alla “lordura” e al “trionfo della spazzatura” cantati da Eugenio Montale agli abissi esistenziali di Samuel Beckett e i panorami arsi dal nulla biblico del Cormac McCarthy de La strada (“La città era abbandonata da anni ma ne percorsero le strade ingombre di rifiuti con grande circospezione, tenendosi per mano. Superarono un cassonetto in cui un tempo qualcuno aveva cercato di bruciare dei cadaveri”).

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