Bastone e carota
30 Marzo Mar 2019 0600 30 marzo 2019

L’ultimo romanzo di Ravera sfida la pazienza di un cinghiale. Meglio “La botanica delle bugie” di Casseri

“L’amore che dura” declassa l’eccitazione a passatempo per criceti e riduce il senso della vita dopo i 50 al sesso. “La botanica delle bugie” di Elisa Casseri, invece, racconta la vita secondo i fondamenti vegetali. Così diventa florilegio di racconti d’impeccabile bellezza

Lidia Ravera_Linkiesta
Facebook

Il bastone. Effervescenze primaverili. Lidia Ravera, la pasionaria, è passata dai porci con le ali ai galli che rizzano la cresta, alle galline inutili pure per il brodo; ha indossato la gonna neovittoriana ed è diventata la paladina dell’Angelo del Focolare, della donna devota al maschio dominante. Trama dell’ultimo romanzo, L’amore che dura. Emma, prof con il tic di salvare l’umanità scolastica, è divorziata da Carlo, sta con Alberto. Alberto è un uomo solido, un sindacalista, ha conosciuto Emma durante un viaggio umanitario in Palestina. Carlo è un regista di successo – nel romanzo fa la comparsata anche Antonio Monda, direttore della Festa del Cinema di Roma – abita a New York, è artistoide e volitivo. Dopo troppi anni, tante lagne e troppe incomprensioni, Emma – che ha stroncato l’ultimo film di Carlo, Kids, in cui rievoca la loro storia d’amore e giovinezza – nell’ottobre del 2016 veleggia in bici, a Roma, sentitamente eccitata: deve incontrare l’ex marito per un chiarimento. Gli deve confessare – Carramba che sorpresa! – che Franny, la figlia ventenne che sta a Tokyo, dal nome acustico e letterario (“La chiamerò Franny come la Franny di Franny and Zooey”), non è di Alberto, ma sua, di Carlo. Solo che. Proprio mentre sta per cascare tra le sue braccia, Emma casca per terra. Carlo è lì, al bar, che l’aspetta, la vede, si eccita pure lui. Un’automobile tocca la bici di Emma, che sbanda, la donna precipita, sbatte il cranio, ospedale, coma. Carlo legge quel che deve sapere spiando i quaderni di Emma, flirta con la figlia ritrovata, che lo chiama GAG, “Grande Amore di Gioventù” della mamma, e lo ritiene fichissimo, è uno famoso, d’altronde. Esito: Emma si risveglia, si ristabilisce, si squassa un po’, poi vissero felici e contenti. Il pio Alberto, il porto sicuro, l’uomo per tutte le stagioni, il devoto cretino, è messo a lato per Carlo, il ricco regista, il creativo, il rompipalle, l’impossibile, l’ultraborghese, il fascinoso.

Sesso da colabrodo del piacere, che declassa l’eccitazione a passatempo per criceti (“Ho stretto impercettibilmente le gambe, perché sentire il suo corpo vicino predispone il mio, che piaccia o no ai comandi centrali, a quella sarabanda fusionale che ci ha tenuti insieme per vent’anni”: da antologia comandi centrali e sarabanda fusionale), sesso ovunque & comunque, da casalinga che litiga con le ovaie in sclero (“In che altro modo posso chiamare la voglia che devo spegnere, la cavità che devo riempire… il ricordo delle mani di Carlo, la sua competenza fisica, così più avanti di lui, quel suo sfiorare e poi premere e poi sfiorare di nuovo”: così per descrivere la masturbazione), scene imbarazzanti (i due scopano, “l’orgasmo è arrivato contro la sua volontà, l’ha rifiutato con un suono gutturale” – suono gutturale: da antologia! – poi “si è alzato e ha fatto partire lo stereo, Jeff Buckley, Calling you”), scrittura inesistente, insapore, stantia, da romanzo rosa confetto (“Abbiamo fatto l’amore subito, in affanno, come se fosse una necessità primaria, una questione di vita o di morte”). Ma questo è perfino secondario. La cosa interessante – o agghiacciante, a seconda – è, dicevo, la sagra della primavera, la versione primaverile di Lidia Ravera.

Il messaggio è chiaro: la cosa che conta, passati i cinquanta, è il sesso, l’uomo si riduce a quello, a come scopa. Per questo, chi l’ha duro vince. In questo caso, Carlo: abbiente, virile, potente (nel corpo, nel portafoglio, nella creatività). La donna è la sua serva, l’Angelo del Focolare, appunto, perché nonostante tutto il resto – gli imperativi etici, le categorie politiche, l’impegno scolastico – tutto finisce sempre lì. A letto. Un romanzo che sfida la pazienza di un cinghiale, di 400 pagine e passa, si risolve nel primo distico de La stagione dell’amore di Franco Battiato: “La stagione dell’amore viene e va/ I desideri non invecchiano quasi mai con l’età”. Canzone, quanto al resto, ben più complessa dell’esercizio narrativo della Ravera, la dissipazione di ogni passione, la prigionia dell’uncinetto.

Lidia Ravera, L’amore che dura, Bompani 2019, pp.410, euro 18,00

Il messaggio è chiaro: la cosa che conta, passati i cinquanta, è il sesso, l’uomo si riduce a quello, a come scopa. Per questo, chi l’ha duro vince. La donna è la sua serva, l’Angelo del Focolare, appunto, perché nonostante tutto il resto – gli imperativi etici, le categorie politiche, l’impegno scolastico – tutto finisce sempre lì. A letto

La carota. Lidia Ravera ha figliato. Chiara Gamberale ne è il parto. Entrambe sono scrittrici uterine più che ombelicali, di inguinale claustrofobia. Per fortuna, c’è scampo da questo bovarismo bovino di amori molesti. Elisa Casseri, per dire. Classe 1984, già Premio Riccione per il Teatro nel 2015 e autrice, l’anno prima, di Teoria idraulica per famiglie. La settimana prossima sarà in libreria con La botanica delle bugie: struttura narrativa amazzonica – la vita umana è seguita assecondando i fondamenti vegetali: germinazione, fioritura, fototropismo, impollinazione incrociata, abscissione delle foglie – per narrare la vicenda puntiforme di certi (Quirino, Nicla, Caterina, Giorgio) in un florilegio di racconti d’impeccabile bellezza.

Bisogna dirlo. Siamo stanchi delle piccole trame che raccontano vite di pessimo gusto al microscopio dell’inettitudine narrativa. La Casseri sorprende con una disinvoltura stilistica che spesso ha il gusto del prodigio. L’incipit di Cosa si fa quando si sta zitti. La quiescenza è di salvifico cinismo (“Mio padre è morto con la bocca aperta, quelli dell’impresa funebre mi hanno detto che hanno cercato di chiudergliela senza riuscirci, che era troppo tardi: si sono scusati come se fosse stata colpa loro... Quando l’hanno sistemato nella bara, gli hanno dovuto mettere un sostegno: un affare di plastica bianca appoggiato sullo sterno che spingeva contro il mento per tenergli la bocca chiusa. A parte essere brutto e artificiale, quell’attrezzo era anche abbastanza inutile, si spostava continuamente: faceva un salto laterale e la rigidità ostinata con la quale mio padre aveva deciso di morire gli faceva scattare la mandibola in avanti e schiudere le labbra”).

La Casseri liofilizza ogni istinto sentimentale, lima le unghie del pathos con una scrittura spinoziana, leale, a tratti letale. La vita non è fatta di pose ma di ipostasi, di momenti stupidi che hanno il sapore dello stupore, di istanti istoriati su un’elsa di quarzo, con estasi letterarie, spesso, riuscite, come in questo caso: “Non ci guardiamo mentre andiamo in pezzi perché i pezzi sono la nostra vera configurazione di base, quella è la realtà: la non appartenenza. Siamo sempre di qualcun altro, stiamo sempre con qualcun altro. Ci è talmente facile non esistere, che non esistiamo. Solo quando il portone di casa si chiude a dividerci, il nostro respiro torna finalmente normale”. Eccolo qui, risoluto, il morso del narratore.

Elisa Casseri, La botanica delle bugie, Fandango 2019, pp.256, euro 18,00

Potrebbe interessarti anche
 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook