politiche
1 Aprile Apr 2019 0600 01 aprile 2019

Viva le donne ambientaliste: saranno loro a battere i populisti (e in Slovacchia è appena successo)

Zuzana Caputova, da ieri presidente della Slovacchia, come Katharina Schulze rappresenta il volto in cui la “generazione Greta” crede: una politica su tematiche vere, al di là dei sovranisti e dei loro castigatori, e soprattutto verdi e di ampio respiro

Zuzana Caputova_Linkiesta
VLADIMIR SIMICEK / AFP

Il volto di Zuzana Caputova, da ieri presidente della Slovacchia, si associa a quello di Katharina Schulze, rivelazione delle elezioni bavaresi d’ottobre, per raccontarci che la “generazione Greta” non è una costruzione mediatica o al massimo un’utopia bambinesca, ma una realtà elettoralmente consistente che comincia a scegliersi referenti politici e anche a portarli alla vittoria.

La Caputova è una quarantenne cresciuta nelle battaglie ambientaliste, professione avvocato. Ha prevalso promettendo un cambiamento di segno opposto al cattivismo: «una Slovacchia dignitosa, stato di diritto dove prevarrà gentilezza e correttezza nel confronto politico». La sua fama è legata alla battaglia di Pezinok, il suo paese natale, un’incantevole cittadina di vigneti dove negli anni ’60 fu localizzata una discarica di rifiuti tossici altamente inquinante, poi seguita da un secondo impianto. Zuzana guidò una serie di manifestazioni popolari che crebbero fino a trasformarsi nella più grande mobilitazione del Paese dopo la Rivoluzione di Velluto, nonché una serie di ricorsi in sede Europea. Ce la fece. I permessi alla nuova discarica furono revocati, la vecchia fu chiusa.

La somiglianza con la tedesca Schulze non è solo estetica (entrambe sono bionde, composte, estremamente austere nell’abbigliamento) ma riguarda un universo simbolico che è interessante esplorare. Bersagliate dai cori degli haters, definite traditrici della Nazione, amiche dei gay, sodali degli immigrati e ovviamente puttane – l’insulto che a nessuna donna è risparmiato – si sono mosse su una scena ostile rifiutando di lasciarsi contagiare dai codici aggressivi dei loro avversari.

Forse l’alternativa ai populismi antieuropei non è un battagliare di segno opposto, ma la scoperta di codici “altri”, non a caso interpretati da due donne, che parlino a chi è stufo di tamburi e fanfare

Katharina, in una Baviera dove tutti, anche i moderati, si impegnavano a mostrarsi castigamatti per inseguire l’estremismo sovranista, parlava di qualità dell’aria e dell’acqua, di agricoltura sostenibile, di pensioni minime garantite e di uno Stato di diritto più forte ma al tempo stesso «con meno polizia ai confini, perché viviamo in un’Europa unita». La Caputova, nel cuore del blocco di Visegrad, era la “ragazza sconosciuta” finita casualmente al ballottaggio contro Maros Sefcovic, fortemente sostenuto dalla coalizione di governo, ex membro del Pc cecoslovacco. Lui impegnato a prendersi i voti nazionalisti con una campagna securitaria, antieuropea, bellicosa verso le aperture dell’avversaria sui diritti civili. Lei indisponibile a rispondere agli attacchi e tanto sicura di sé da riconoscere senza problemi la superiore esperienza dell’avversario in campi come la politica estera.

Entrambe hanno avuto un sorprendente successo che indica innegabili tendenze. La prima è il valore crescente assunto dalle tematiche ambientali sulla scena europea, anche in Paesi come la Slovacchia, bengodi del settore auto (dal gruppo Volkswagen ai coreani producono tutti lì) dove sarebbe immaginabile più attenzione allo sviluppo che all’ecologia. La seconda è il successo del modello della forza gentile e di un certo tipo di tranquilla competenza nel conflitto con la retorica di leader quasi sempre eccessivi, guerreschi, sopra le righe. Forse l’alternativa ai populismi antieuropei non è un battagliare di segno opposto, ma la scoperta di codici “altri”, non a caso interpretati da due donne, che parlino a chi è stufo di tamburi e fanfare.

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