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2 Aprile Apr 2019 0600 02 aprile 2019

Incubare le uova: in Egitto usano ancora gli stessi metodi di 2.000 anni fa

Una tecnologia messa a punto in epoca tolemaica che si è tramandata di generazione in generazione. I greci erano incuriositi, i romani anche. Solo nel XVIII secolo gli occidentali hanno cominciato a capire come funzionassero

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da Wkimedia

Agli stranieri sembrava una cosa miracolosa. Addirittura ci cascarono personaggi dal cervello fino come Aristotele e Diodoro Siculo. Erano convinti che gli egizi, grazie alle loro abilità tecniche, fossero in grado di coltivare uova di gallina. Nascevano così, dalla terra.

Forse avrebbero dovuto osservare con più attenzione, ma sia il filosofo che lo storico erano troppo colpiti dal prodigio per indagare meglio. Come è intuibile, in Egitto non si coltivavano le uova. Si limitavano a incubarle.

Si trattava – e, in realtà, si tratta ancora – di un sofisticato sistema di forni di terra che replicavano la temperatura, l’umidità, i movimenti della cova naturale della gallina. In un semplice forno di uova si potevano depositare in tre settimane fino a 4.500 uova fertilizzate, un record che rimarrà impresso nelle menti degli occidentali per secoli. Nel 1750, quando l’entomologo francese René Antoine Ferchault de Réamumur andò in Egitto, poté vedere uno di questi incubatori, ancora in funzione. E disse: “Gli egiziani dovrebbero essere più orgogliosi di questa invenzione anziché delle piramidi”.

Un paragone azzardato, almeno dal punto di vista cronologico: i polli arrivarono in Egitto molto tardi, e divennero una componente della dieta giornaliera solo sotto la dinastia tolemaica, cioè dal 323 a.C fino al 30 d.C. Gli incubatori di uova fornivano pulcini, che diventavano polli e, di conseguenza, piatti prelibati. Le piramidi, almeno quelle celebri di Giza, sono vecchie di 25mila anni, decennio più decennio meno.

Tuttavia, almeno dal punto di vista architettonico, una certa somiglianza c’era. Gli incubatori avevano una vaga struttura piramidale: fondamenta rettangolari e un camino conico sopra, con apertura circolare in cima.

Gli egizi erano molto circospetti riguardo a questa tecnologia. E questo spiega anche l’abbaglio preso da Aristotele e Diodoro Siculo, o dalle loro fonti. Non davano spiegazioni, non fornivano dettagli. E per secoli la cosa rimase un mistero, tanto che perfino nel XIV secolo, ai viaggiatori diretti in Terra Santa, i forni di uova apparivano come un luogo magico, miracoloso, soprannaturale.

Per ottenere una spiegazione più scientifica, si dovrà aspettare l’Illuminismo. Certo che no, le uova non erano coltivate. E certo che sì, venivano pure fecondate prima di essere messe nell’incubatore.

La temperatura era regolata con un uso sapiente del fuoco (che bruciava letame, visto che il legno era molto raro), un lavoro molto delicato: era proprio dal calore che veniva decisa la sorte delle uova: i pulcini rischiavano di non nascere o di nascere con deformità.

La cosa singolare, in tutto questo, è che strutture come queste esistono, soprattutto nella zona di Berma. I locali continuano a incubare le uova con gli stessi metodi di duemila anni fa. Non usano il termometro (si basano sulla loro esperienza per cogliere la temperatura) ma hanno ceduto alle lampade di gasolio per evitare di dover usare ancora letame secco. Di generazione in generazione, la tradizione – per via orale – è andata avanti, fino ad arrivare a oggi. Proprio come le piramidi.

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