3 Aprile Apr 2019 0650 03 aprile 2019

La guerra di Tria: ecco perché attorno al ministro dell’economia si sta giocando il destino del governo (e dell’Italia)

Perché Di Maio e Salvini vogliono sostituire il mite professore di Tor Vergata? Dietro agli attacchi, l'ombra di un cambio di passo per evitare di piegare il capo di fronte a Bruxelles. I timori del Colle per un nuovo caso Savona. La mediazione necessaria di Giuseppe Conte

Tria Crisi Linkiesta
EMMANUEL DUNAND / AFP

Non avremo la crescita, ma perlomeno abbiamo il colpevole del giorno, il nemico su cui scaricare l’odio del popolo: Giovanni Tria, il professore-ministro titolare del dicastero dell’economia e delle finanze, che nel giro di 24 ore diventa una specie di monatto cui addossare ogni colpa per la mancata crescita dell’economia e il mancato inserimento dei rimborsi ai truffati dalle banche nel cosiddetto decreto crescita. Non bastasse, su Tria si abbattono pure la bufera sulla sua consigliera Claudia Bugno, il cui curriculum diventa improvvisamente sgradito ai Cinque Stelle, e storie di figli e figliastri (sempre di Tria) che lasciano davvero il tempo che trovano.

Se non siete nati ieri, avrete capito che tutto questo è il dito e non la Luna, che tutto ciò che si imputa a Tria è più che pretestuoso, ed è un caso che, semmai, porta con se altre domande. Una su tutte: perché Lega e Cinque Stelle vogliono sostituire il ministro dell’economia proprio adesso, a dieci giorni dalla presentazione del documento di economia e finanza?

La prima possibile risposta riguarda proprio la scadenza del 12 aprile, come ha spiegato bene ieri il Post, in un lungo articolo dedicato al tema: presentando il Def, il governo dovrà ammettere che molte delle sue previsioni si sono rivelate sballate e fin troppo ottimistiche. Una bufera al Mef potrebbe essere l’utile diversivo per far passare sotto silenzio quei dati, o fare finta di disconoscerli - «è roba di Tria, la correggeremo a tempo debito». Siamo in piena campagna elettorale delle europee, può essere che qualcuno se la beva.

Perché Tria non andava bene? Perché era troppo teleguidato dal Quirinale? Perché troppo accondiscendente con Bruxelles? Perché incapace di prestarsi a una linea politica più spregiudicata che Lega e Cinque Stelle potrebbero d’ora in poi decidere di portare avanti?

Difficile sia tutto qui, però. Perché al netto della propaganda, la sostituzione del ministro dell’economia, coi conti pubblici che si ritrova l’Italia, è un evento che porta necessariamente con se delle riflessioni più fattuali sulla politica economica futura del governo. Perché Tria non andava bene? Perché era troppo teleguidato dal Quirinale? Perché troppo accondiscendente con Bruxelles? Perché incapace di prestarsi a una linea politica più spregiudicata che Lega e Cinque Stelle potrebbero d’ora in poi decidere di portare avanti?

Il dubbio viene. Le recenti interviste di Claudio Borghi, che invita l’esecutivo a fare nuovo deficit fregandosene dei parametri di Maastricht, o alla peggio di usare l’oro di Bankitalia per pagare nuove misure espansive, ci ricordano che dentro la maggioranza gialloverde esiste una forte componente anti-sistema, propensa a usare un eventuale crisi dei conti pubblici italiani per partire lancia in resta contro le regole comunitarie, se non addirittura per dare esecuzione a inquietanti piani B che prevedono l’uscita dalla moneta unica.

Di fronte all’eventualità di dover piegare il capo di fronte a Juncker e Moscovici, Di Maio e Salvini potrebbero decidere di abbandonare il fioretto per la spada. La sostituzione di Tria, in questo senso, avrebbe un significato simbolico enorme, soprattutto se il successore fosse più bellicoso del mite professore di Tor Vergata. È uno scenario, questo, che il Quirinale vede come fumo negli occhi e che riporterebbe la dialettica tra la maggioranza e il Presidente della Repubblica ai giorni del veto sul nome di Paolo Savona, e che le elezioni europee potrebbero rendere ancora più incandescente.

Determinante, ancora una volta, sarà la mediazione di Giuseppe Conte, vero ago della bilancia di questo difficile equilibrio di potere, che non a caso proprio ieri con Juncker si è addossato ogni responsabilità sulla politica economica del governo. Forse siamo alla fantapolitica, ma non è escluso che il terremoto non finisca per travolgere pure lui. Allacciate le cinture.

Potrebbe interessarti anche
 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook