Poeti, santi e...
3 Aprile Apr 2019 0600 03 aprile 2019

Parla Mughini: “Vi racconto Telesio Interlandi, il miglior giornalista del fascismo”

“A via della Mercede c’era un razzista” è il titolo dell’opera di Giampiero Mughini che vede protagonista Telesio Interlandi, l’intellettuale direttore della rivista “La difesa della razza” e aperto sostenitore delle leggi razziali. Dialogo con l’autore su tutti i perché di questo libro

Palazzo Della Civiltà Italiana_Linkiesta
ALBERTO PIZZOLI / AFP

Forse non è un caso che l’autobiografia di Giampiero Mughini, “uno che non si è negato ad alcuna contraddizione”, mi dice, Memorie di un rinnegato, esca quasi in concomitanza – sarà sulla scena tra un paio di settimane – a uno scatto di mesi dalla riedizione del libro più libro, dal libro più bello – per nitore formale – e più sudato e più sfortunato e più vilipeso. Era il 1990, Mughini s’era sentito di raccogliere una eredità, per così dire, sentimentale se non intellettuale, da Leonardo Sciascia, morto nel novembre di quarant’anni fa, che su quel tema e su quel tipo avrebbe voluto scrivere. Soprattutto, voleva, finalmente, il libro. “Sarebbe stato il primo libro vestito e calzato della mia vita, e difatti ci avrei lavorato furiosamente per un anno e mezzo, a un tempo in cui mi svegliavo straripante di energia alla mattina mai dopo le sei e venti”, ricorda lui, ora, in una introduzione tonante, Storia di un libro un poco piacione. Come fanno i veri scrittori – e dovrebbero fare i veri giornalisti – Mughini aveva scelto il personaggio ‘scomodo’, anzi, addirittura imperdonabile, geniale e bastardo, ambizioso e vigliacco, d’intelligenza volitiva e bugiarda, con cui sollevare le sottane della Storia patria, mostrandone le vergogne luride, puzzose.

Il libro s’intitolava A via della Mercede c’era un razzista (ora Marsilio, allora Rizzoli), aveva l’ardire di raccontare, con ardimento narrativo, “Lo strano caso di Telesio Interlandi”, nome che al solo pronunciarlo – non fosse che pare quello di un furibondo cabarettista – ti si rovinano i padiglioni. Era proprio lui, in effetti, il mefistofelico direttore dello schifoso La difesa della razza. Ma era anche lui, proprio lui, il giornalista di razza, guida de Il Tevere e di Quadrivio, che chiacchierava con Pirandello, aveva insegnato il mestiere a Vitaliano Brancati, veniva elogiato con parole di velluto da Guido Piovene, faceva mettere in scena i suoi lavori da Anton Giulio Bragaglia, aveva tradotto con impeto le poesie ‘comuniste’ di Aleksandr Blok, era additato da Longanesi come il giornalista più capace del suo tempo. Attraverso la storia truce di Interlandi, insomma, vien fuori che il fascismo fu fucina di cultura vera, solida, e che gli esseri umani, specie con la testa, sono più sfaccettati di ciò che si crede. “Prendeteli a uno a uno i destini di quegli scrittori e di quei giornalisti e vedrete quanto sia zigzagante la linea delle loro convinzioni e appartenenze”, scrive Mughini, e che, insomma, “non c’era alcun vallo profondo che spaccasse in due l’Italia abitata dai fascisti e quella abitata dagli antifascisti”, la storia delle virtù antimussoliniane a oltranza è un po’ una fola, tranne rari casi. Bastò questo, però, raccontare un uomo scomodo e il suo tempo, con quel tanto di tridimensionalità – d’altro canto, come e dove li sistemiamo Massimo Bontempelli e Giuseppe Ungaretti, Prezzolini e Bilenchi, Curzio Malaparte e Longanesi e Panzini e Soffici e Marinetti, allora? – per gridare all’eresia. Certe cose non andavano scritte, certi uomini era bene lasciarli a frollare nell’oblio. Così, nei Novanta, si squalificò il libro di Mughini. Sembra passato un secolo. Nel frattempo l’epoca fascista è studiata, sviscerata, messa in mostra, culturalmente riabilitata, è oggetto di romanzi malriusciti e di un livido ‘successo’ editoriale. Meglio rientrare nell’‘Interlandi’ di Mughini e capire chi eravamo. E chi siamo, ancora, forse, fatta razzia del residuo intelletto.

Avevo raccontato un uomo reale – il miglior giornalista del fascismo, secondo Leo Longanesi – nell’Italia reale degli anni Venti e Trenta, dove non esisteva alcun vallo profondo che separasse i fascisti dagli antifascisti, e ammesso che di antifascisti ce ne fossero a parte quelli che erano esuli a Parigi o al confino sulle isole

Pongo subito due fatti. Uno formale. L’altro affettivo. Quello formale. ‘L’Interlandi’, chiamiamolo così, è un libro felice, viziosamente narrativo, in cui (lo dico con tutto il cinismo letterario possibile) scegli un personaggio ‘scomodo’, anzi, sepolto nell’oblio (all’epoca), castrato dalla Storia, per farne un breve eroe romanzesco, con valzer di sontuose e sinuose comparse. È il libro che ti è più caro? Secondo. Il libro nasce intorno a un rapporto di rispetto al cubo e di amicizia con Leonardo Sciascia.

Quello che ho dedicato a Telesio Interlandi la bellezza di trent’anni fa, è un libro che per me sa di amaro. Prima che la Marsilio mi chiedesse di ripubblicarlo non lo avevo mai più letto né sbirciato. Nato dal mio amore intellettuale e dalla mia amicizia per Leonardo Sciascia, era il primo libro cui avevo lavorato come si deve con un libro: mesi e mesi di ricerca, montagne di libri letti a documentarmi, i capoversi limati a uno a uno incessantemente, la marcia della narrazione tenuta sempre in quarta in modo che il lettore non si allontani. Era un libro in cui l’editor della Rizzoli del tempo, Edmondo Aroldi, credeva molto. Accadde invece che a pochi giorni dell’uscita il libro venisse maltrattato nel giornale di cui ero una firma di punta, Panorama. Un imbecille della terza fila del giornale mi rimproverava di avere attenuato il giudizio negativo sull’Interlandi direttore de “La difesa della razza”. Se è per questo un ulteriore recensore, Sandro Gerbi, mi accuserà di avere voluto “rivalutare” l’Interlandi razzista e fascistissimo. Sul Corriere della Sera lo storico Paolo Alatri scrisse del libro limitandosi a mettere in fila i personaggi da me citati, alcune centinaia. E questo perché non poteva e non voleva “attaccare” un libro pubblicato dalla Rizzoli, la casa editrice del Corriere. Non uno, ho detto non uno, salutò il libro con simpatia. Naturalmente non avevo voluto “rivalutare” nessuno, e ci mancherebbe. Avevo raccontato un uomo reale – il miglior giornalista del fascismo, secondo Leo Longanesi – nell’Italia reale degli anni Venti e Trenta, dove non esisteva alcun vallo profondo che separasse i fascisti dagli antifascisti, e ammesso che di antifascisti ce ne fossero a parte quelli che erano esuli a Parigi o al confino sulle isole. A rileggerlo oggi, di quel mio libro non muterei neppure una virgola. Dirò di più, mi sembra che in questi trent’anni il libro sia ringiovanito, le sue parole suonino ancora più vere.

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