Unione Europea
4 Aprile Apr 2019 1710 04 aprile 2019

Brexit, non è ancora iniziata ed è già nel caos (e la fase due sarà durissima)

La situazione è in fase di stallo: la Camera dei comuni ha impedito per legge di uscire dall'UE senza un accordo e ha chiesto una proroga più lunga. Sanno che dopo la Brexit si aprirà la seconda fase, ancora più difficile: Londra dovrà negoziare con Bruxelles tutti i futuri accordi commerciali

Jean Claude Juncker_Linkiesta
EMMANUEL DUNAND / AFP

Ricapitolando: il Parlamento inglese non vuole approvare l’accordo May, non vuole fare un secondo referendum sulla Brexit, non vuole revocare l’articolo 50, non vuole partecipare alle elezioni europee di maggio e soprattutto non vuole uscire dall’Unione europea senza un accordo. Il Regno Unito è nel caos politico e ancora non è iniziata la seconda fase dei negoziati, quella vera, dove si deciderà il destino delle relazioni commerciali tra il Regno Unito e l’Unione europea. Perché in questi tre anni di negoziati, retromarce, indecisioni e bocciature, Londra non solo ha perso 66 miliardi di sterline in mancata ricchezza generata (stima di Standard & Poor’s), ma è arrivata solo alla prima fase: decidere se uscire o meno dall’Ue. Il peggio deve ancora venire.

Perché l’emendamento presentato ieri notte dalla laburista Yvette Cooper e passato per un solo voto a favore (313 sì, 312 no) nella Camera dei Comuni per impedire l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea senza un accordo non vale niente. Anche se oggi è stato trasformato in tempo record in legge grazie al voto della camera alta, non avrà nessun impatto nella trattativa. Perché il no deal è la situazione di default in caso di mancato accordo con l’Unione Europea. Nessuno lo può escludere. Sarebbe come fare una legge per impedire di rimanere soli o di morire o di far vincere all’Inghilterra i Mondiali di calcio. E come ben sanno i tifosi, le cose non funzionano così. Non solo: questa legge è incostituzionale perché soltanto il governo può avere libertà assoluta di poter negoziare accordi internazionali, senza dover rendere conto al Parlamento. Ma in aggiunta, se i parlamentari inglesi dovessero insistere nelle questioni e nei cavilli procedurali l’effetto potrebbe addirittura essere il contrario di quanto si desidera: Bruxelles potrebbe alzare la posta del negoziato e quindi costringere il Regno Unito a non uscire mai dall’Unione europea.

La sensazione è che il Parlamento inglese si stia comportando come i teologi bizantini che nel 1453 discutevano tra loro sul sesso degli angeli mentre i soldati turchi di Maometto II stavano per espugnare Costantinopoli.

O anche peggio. Per esempio, se il 10 aprile la Commissione europea proponesse un'estensione più lunga, il Governo avrebbe bisogno dell’approvazione della Camera. Ma il giorno dopo terminerebbe il Consiglio europeo, ha ricordato Robin Walker, sottosegretario per l’Uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. Tradotto: Londra si sarebbe autoinflitta una Brexit senza accordo in modo accidentale. La sensazione è che il Parlamento inglese si stia comportando come i teologi bizantini che nel 1453 discutevano tra loro sul sesso degli angeli mentre i soldati turchi di Maometto II stavano per espugnare Costantinopoli.

Per uscire dallo stallo la premier Theresa May ha proposto una mediazione con il leader dell’opposizione, il laburista Jeremy Corbyn, che in realtà non avrebbe nessuna convenienza a risolvere la questione ma potrebbe sfruttare le indecisioni all’interno del partito conservatore per mostrarsi come l’alternativa migliore alle prossime elezioni. L’obiettivo di May è chiedere al prossimo Consiglio europeo di rinviare di almeno nove mesi la data di uscita dall’Unione europea: non più 12 aprile ma 12 dicembre per convincere l’opposizione a votare il suo accordo o a modificarlo parzialmente. Ma i laburisti vogliono rimanere nel mercato unico, May vuole la fine del libero accesso dei lavoratori e l’uscita dal Regno Unito.

Anche se trovassero un accordo, dall’altra parte c’è sempre un blocco unico di 27 Stati che da due anni ripete un concetto semplice: non si può far parte di un club (il mercato unico) senza rispettare i doveri (giurisdizione della Corte di Giustizia Ue, libertà di movimento dei lavoratori). Anche per questo Bruxelles aveva imposto il backstop, un meccanismo per evitare un confine rigido tra Irlanda e Irlanda del Nord in caso Bruxelles e Londra non trovassero un accordo commerciale adeguato a entrambe le parti. Nel frattempo l’Europarlamento si è preparato a un’ipotesi di no deal e ha approvato un disegno di legge (502 sì, 81 no, 29 astenuti) per permettere ai cittadini del Regno Unito di poter entrare e restare nella zona Schengen per almeno sei mesi senza bisogno di un visto.

Nel frattempo si è creata un'altra divisione all’interno del governo May. Il cancelliere dello Scacchiere Philip Hammond oggi in un’intervista ha dichiarato di essere favorevole a un secondo referendum sulla Brexit. Che i ministri del governo fossero sull’orlo di una crisi di nervi non c’erano dubbi. Ma ora un recente studio conferma che anche i sudditi di sua maestà non se la passano meglio. Secondo un sondaggio di Britain Thinks pubblicato questa settimana, l'83% degli oltre duemila intervistati si dice stufo di sentire parlare della Brexit, mentre il 64% pensa che i due anni di negoziati abbiano danneggiato la loro salute mentale. Non sono gli unici a pensarlo.

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