4 Aprile Apr 2019 0600 04 aprile 2019

De la Fuente: “Non solo Bolsonaro: la democrazia in Sudamerica è sempre più fragile”

Intervista alla politologa, presidente di Chile21: "I tanti casi di corruzione hanno portato a uno scollamento tra le istituzioni e la società civile. Per questo i sudamericani continuano a votare il leader carismatico ma il rischio è quello di avere democrazie sempre più illiberali"

Bolsonaro_Linkiesta
MAURO PIMENTEL / AFP

Prima che diventasse la nuova moda politica di Europa e Stati Uniti, c'è stata una regione del mondo che ha vissuto per decenni il fenomeno del populismo. Juan Peron in Argentina, Getúlio Vargas in Brasile, Lázaro Cárdenas del Río in Messico. In America latina per molto tempo l'unico modo di interpretare la politica è stato attraverso il rapporto diretto tra la massa e il capo carismatico. Ma dopo le dittature di Pinochet in Cile, dei militari in Argentina e Brasile per quasi quarant'anni il sud America ha creduto di poter vivere una stagione diversa. Nonostante le crisi economiche, politiche e oscillazioni istituzionali, la democrazia parlamentare è stata la protagonista della politica sudamericana. Ma la crisi del Venezuela guidata di Nicolas Maduro, l'elezione di un ex militare come Jair Bolsonaro in Brasile o di Andrés Manuel López Obrador in Messico, hanno fatto pensare molti analisti che il populismo è tornato a casa. O forse, non se n'è mai andato. Lo pensa anche la scienziata politica Gloria de la Fuente, presidente di Chile 21 che ieri è intervenuta a "Democrazia minima" il secondo forum sul futuro della democrazia, organizzato dalla Fondazione Giangiacomo Feltrinelli a Milano. «Negli ultimi anni c’è stata un recessione preoccupante dei processi democratici soprattutto in Bolivia, Venezuela, Brasile. Si è creata una distanza sempre più ampia tra i partiti e la società civile. E questo ha portato a una sfiducia sempre più crescente verso le istituzioni: ormai c’è sempre meno l’idea che il Parlamento, la magistratura o i governi siano affidabili, onesti e in grado di risolvere i problemi».

De la Fuente, cosa ha provocato questo scollamento tra società civile e politica?
La corruzione. Quasi tutti gli Stati dell’America latina hanno avuto un presidente, un ministro o un importante funzionario coinvolto in uno scandalo di tangenti. Messi insieme questi tanti piccoli e grandi casi hanno accelerato questo processo di discredito verso la politica. Perché c’è stato un periodo non molto lontano in cui pensavamo che l’epoca dei processi per corruzione fosse terminata con la fine dei regimi autoritari e invece con la democrazia è tornata in modo prepotente. E questo ha generato effetti dannosi. Perché la sfiducia nelle istituzioni della politica apre la porta al populismo, che sia di destra o di sinistra.

E il ritorno al populismo in Sud America cosa comporta?
La minaccia della convivenza democratica. Abbiamo visto negli ultimi mesi un’involuzione degli indicatori fondamentali per lo sviluppo della democrazia, a partire dal rispetto dello stato di diritto al mantenimento o progresso dei diritti civili, politici e sociali. L’unica consolazione è che rispetto a quarant’anni fa le varie crisi politiche non hanno portato al ritorno di regimi autoritari e militari come la dittatura. Ovviamente escludendo l’unica grande eccezione che conferma la regola: il Venezuela.

Però si tratta di un'eccezione rilevante.
In Venezuela è molto difficile creare le condizioni per un ritorno veloce alla democrazia ed è fisiologico che la comunità internazionale si stia attivando perché la situazione è diventata insostenibile, ma non credo che finirà per forza con un ritorno alla dittatura militare. Lo scenario è ancora aperto a tante soluzioni. Credo sicuramente che il Venezuela continuerà a essere un'eccezione, non c'è più il rischio di un ritorno a una dittatura militare nel resto del Sud America.

Cosa ha evitato il ritorno alle dittature militari?
È cambiato il contesto internazionale. Nella logica della Guerra Fredda e del mondo diviso in blocchi era più facile per un governo autoritario non solo prendere il potere, ma mantenerlo nel tempo. Ora non è più così, ma questo non vuol dire che non esistano rischi più pericolosi.

Quali?
Che si crei un circolo vizioso. Quando l'alternativa populista di sinistra o di destra finisce, la conseguenza è il costante indebolimento delle istituzioni e la rottura della rappresentazione politica che conosciamo oggi. E allora per risolvere l'ermegenza di un Parlamento incapace di decidere arriva la nuova figura carismatica più populista del suo predecessore che ignora e supera sempre di più i limiti e le formalità imposte dalle istituzioni in nome della sua speciale connessione con il popolo. Il ritorno di una figura del genere è una minaccia più pericolosa della dittatura militare. Anche perché può diventare lo stesso autoritario anche senza un mitra in mano. E questo può portare a una democrazia minima.

C'è una contraddizione di fondo nel comportamento dei giovani sudamericani. Sono capaci di grandi mobilitazioni come quella del movimento studentesco cileno del 2011 che ha cambiato l'agenda politica del Paese, ma non sono in grado di generare una partecipazione costante che rigeneri le istituzioni democratiche. Perché per lor la democrazia è una cosa scontata, non hanno conosciuto forme autoritarie

Gloria de la Fuente

Quali sono le caratteristiche della democrazia minima?
Sono democrazie illiberali che garantiscono solo il rispetto di requisiti minimi come la procedura elettorale. Il resto dei principi dello stato di diritto, dalla separazione dei tre poteri al sistema di pesi e contrappesi, dal vincolare i politici alle loro responsabilità fino al rispetto dei diritti civili e sociali non sono garantiti per forza.

Facciamo un esempio di democrazia minima.
Il Brasile senza dubbio. La vittoria di un ex militare come Jair Bolsonaro è la risposta populista alla profonda crisi del sistema politico brasiliano falcidiato dai casi di corruzione che hanno coinvolto gli ultimi due presidenti Lula a Dilma Rousseff. E così la scelta del vincitore di mettere il suo gabinetto nelle mani delle forze armate sembra giustificata dall'emergenza di ristabilire ordine e onesta. Ma sappiamo che il principio fondamentale della democrazia liberale è quello che il potere civile non sia mai subordinato alla forza militare, neanche in casi di emergenza. E questo fa temere per le sorti della democrazia che sarà sempre più minima. Ma non è solo una questione di destra. Lo stesso è accaduto con l'elezione del populista di sinistra Andrés Manuel López Obrador in Messico. Un leader carismatico che interpella direttamente la cittadinanza creando il Movimento di Rigenerazione Nazionale per contrastare il sistema partitico corrotto che si è formato sotto la presidenza di Enrique Peña Nieto.

Ma la democrazia minima è pur sempre democrazia.
Non consoliamoci col nome, guardiamo alla sostanza. Il fatto che siano mantenute le procedure della democrazia di base non implica che i processi elettorali siano per forza legittimi. E il rispetto formale dei riti democratici non vuol dire che in sostanza saranno garantite le libertà politiche dell'opposizione e la tutela delle minoranze. Non possiamo accontentarci di questo, bisogna costruire e pretendere una democrazia di qualità. Non possiamo tornare indietro.

Che ruolo possono avere le nuove generazioni?
C'è una contraddizione di fondo nel comportamento dei giovani. Sono capaci di grandi mobilitazioni come quella del movimento studentesco cileno del 2011 che ha cambiato l'agenda politica del Paese, ma non sono in grado di generare una partecipazione costante che rigeneri le istituzioni democratiche. Il punto è che per i giovani la democrazia è una cosa scontata, perché non hanno conosciuto forme autoritarie. Anche così si spiega il fatto che le nuove generazioni non vanno quasi mai a votare perché vedono solo i vizi del sistema politico e non i possibili vantaggi di una piena democrazia. In America latina dobbiamo cercare nuovi modi per rigenerare la democrazia rappresentativa perché un voto fondamentale come il referendum colombiano per la pace tra governo e Farc è fallito per la mancanza di partecipazione.

Uno dei problemi dell'America latina è quello di subire le ingerenze dei Paesi occidentali, in particolare dagli Stati Uniti come abbiamo visto nel caso del Venezuela.
Sì, cambiano i presidenti ma il Sud America è visto ancora come il cortile degli Stati Uniti. Ora per fortuna abbiamo accesso ai file della Cia declassificati sull'intervento degli Usa in Nicaragua, Venezuela e altre realtà. Sappiamo quali sono state le violazioni dei diritti umani e le morti che ha portato quella serie di interventi per tentare di influenzare la politica della regione. Però a differenza dell'Europa noi non abbiamo avuto i milioni di morti nelle due guerre mondiali che ci hanno fatto capire l'importanza di essere uniti economicamente e politicamente per affrontare meglio le ingerenze esterne. E così l'Europa con la sua unione è diventata anche una delle forze egemoni nel mondo, ma in America latina non è mai stato possibile. Unasur, Mercosur, CorSur. Tante sigle che sono rimaste tali perché le differenze tra i vari Stati nel Sud America sono molto più forti che all'interndo dell'Europa. E la tornata elettorale del 2018 ha portato all'elezione di molti leader nazionalpopulisti che difficilmente coopereeranno. E invece dovrebbero, almeno per limitare l'influenza di Washington. E non solo.

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