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5 Aprile Apr 2019 0600 05 aprile 2019

Eugenio in Via di Gioia: “Le nostre sono solo canzonette, ma vogliamo salvare l'ambiente”

Eugenio Cesaro, frontman della band indie torinese presenta “Natura viva”, uno dei pochi esempi italiani di album ambientalista: “Se avessimo voluto essere 100% ecocompatibili saremmo in un eremo. Con la nostra musica vogliamo svegliare i nostri coetanei dal disagio e dal torpore”

Natura Viva_Linkiesta
Immagine tratta dalla loro pagina Facebook

Il primo è stato Adriano Celentano con Il ragazzo della via Gluck, escluso nella prima serata del Festival di Sanremo 1966 perché l’urbanizzazione selvaggia e la speculazione edilizia non erano in linea con i temi tipici della canzone all’italiana. Tre anni dopo Com’è bella la città di Giorgio Gaber (1969) dove il signor G. prendeva in giro lo sviluppo consumistico della metropoli “piena di strade e di negozi. E di vetrine piene di luce”: Poi il vuoto. Si contano sulle dita d'una mano i cantanti italiani che negli ultimi decenni hanno parlato di ambiente: Sergio Endrigo (Ci vuole un fiore) i Nomadi (Ricordati di Chico) e qualche canzone di Jovanotti. La musica italiana ignora da sempre l’ecologia nelle sue canzoni perché parlare di alberi e cambiamento climatico è considerato noioso.

Meglio andare sul sicuro con le tre parole magiche: sole, cuore, amore. Per questo desta curiosità l’esperimento degli Eugenio in Via di Gioia, gruppo indie torinese che il 9 marzo ha pubblicato il suo terzo album Natura viva. Il titolo non lascia spazio all’interpretazione: quasi tutte le canzoni parlano di ambiente: dagli alberi, al futuro della terra alla critica della società capitalistica. E avevano fatto lo stesso nell’album precedente: Tutti su per terra dove addirittura cantavano di iceberg che si sciolgono e di selezione naturale. Una album sull’ambiente è un caso, due è una scelta. «Adesso è il momento in cui possiamo dire la nostra», spiega Eugenio Cesaro, frontman della band. «Si diventa maggiorenni a 18 anni, ma sono sempre più dell'idea che lo si diventi davvero a 28, la mia età. Perché capisco che è il momento per la mia generazione di fare qualcosa di concreto. Abbiamo seminato per anni, ora inizieremo a raccogliere».

Cesaro, parliamo della vostra ultima raccolta, Natura viva. Perché non parlate di sole, cuore e amore come tutte le band normali?
Perché nei prossimi trent'anni non si parlerà di politica o economia ma sempre più di ambiente. Bisognerà fare misure drastiche per risolvere i problemi di oggi. I temi ecologisti hanno iniziato a entrarci in testa all’università. Io ed Emanuele Via (il tastierista della band, ndr) abbiamo studiato ecodesign a Torino e siamo stati sensibili fin da subito al tema della sostenibilità. Perché quando vengono realizzati i prodotti si studia tutto il loro percorso: dalla culla alla bara. E l’obiettivo dell’ecodesign è quello di fare prodotti che siano consumati, ma anche riusati o riciclati. Tutte queste cose che abbiamo studiato ci sono rimaste dentro e senza pianificarlo abbiamo trasformato in canzoni questo bisogno inconscio di raccontarlo agli altri.

Un cantante può cambiare il mondo o le sue sono solo canzonette?
Sono solo canzonette, ma fino a un certo punto. Cantiamo per sfogarci, come una sorta di catarsi collettiva del gruppo. All'inizio le nostre erano canzoni autoironiche e servivano a descrivere una società che non riconoscevamo nei suoi paradossi. Poi sono diventate qualcosa di più. Un modo per cambiare noi stessi e stimolare il cambiamento anche gli altri. Senza volerlo, cantando la natura abbiamo anticipato un’esigenza di molti, e come abbiamo visto nelle ultime settimane con il Friday for Future, è diventato anche di moda.

Cosa pensi di Greta?
È una persona come tante altre che negli ultimi anni hanno iniziato a lavorare in questa direzione. Poi è chiaro che di lei si parli tanto soprattutto perché è molto giovane e forte nell’esprimere le sue convinzioni. Ma non è l’unica, è un esempio tra i tanti che si potrebbero citare di ragazzi giovani che stanno lottando per questa battaglia decisiva. Abbiamo sfilato alla marcia per il clima del 15 marzo e abbiamo avuto il piacere di andare in questi anni nelle scuole durante le autogestioni a fare laboratori coi ragazzi.

I giovanissimi di oggi non vivono più la comunità di territorio ma di interessi. Mentre noi avevamo una cultura verticale in cui avevamo come riferimento la saggezza dei nostri genitori e nonni loro ne stanno sviluppando una orizzontale e sono in grado di mobilitarsi meglio e di combattere uniti come una generazione che sa di poter cambiare il mondo.

Sono più sensibili alle conseguenze del cambiamento climatico?
Sono molto diversi da noi millennial, che solo in parte siamo nativi digitali. Loro vivono nel mondo virtuale come se fosse quello reale. Non vedono la differenza tra l'uno e l'altro. E questo secondo me li renderà più attivi delle generazioni precedenti. Perché rispetto a noi hanno molto più dialogo con i loro coetanei nel resto del mondo. Non vivono più la comunità di territorio ma di interessi. Mentre noi avevamo una cultura verticale in cui avevamo come riferimento la saggezza dei nostri genitori e nonni, loro ne stanno sviluppando una orizzontale e sono in grado di mobilitarsi meglio e di combattere uniti come una generazione che sa di poter cambiare il mondo.

Prima di aspettare il cambiamento, parliamo della realtà. Voi venite da Torino. Com’è vivere in una delle città più inquinate d’Europa?
Non piove da due mesi, ho un po’ di tosse e il naso chiuso. Questa è una delle più banali conseguenze dell’inquinamento nel breve termine. Dovrebbe essere uno stimolo per cambiare le nostre città. Vado spesso a passeggiare in collina e un paio di giorni fa sono salito fino a Superga e ho visto Torino sotto una gigantesca cappa grigia. Non è un bello spettacolo. Ed è solo uno dei tanti effetti delle variazioni climatiche che da qui a trent'anni se non facciamo niente modificheranno il territorio, perché anche la pianura padana, compresa Milano, diventerà sempre più secca.

Anche per questo avete scritto un’ode all’albero in una delle canzoni di Natura viva.
Da piccolo quando andavo in vacanza in montagna c’era questo giardino sotto casa con due alberi: una betulla e un pino. Ricordo che la betulla è stata tagliata perché era malata, mentre il pino è stato tagliato perché troppo ingombrante. Ma prima che fossero abbattuti io e i miei amici ce li siamo goduti, giocandoci tutte le estati. Ed è per questo che abbiamo voluto dedicare una canzone, perché gli alberi sono l’esempio di un modo di pensare diverso dove il collettivo batte l’individualità. (Non hai bisogno di un capo/Che comandi tutto quando/Forse è proprio questo il punto/Il tuo cervello è presente in ogni muscolo). Nel nostro capitalismo invece spicca l'individuo che deve competere con gli altri fino a dominarli oppure è destinato a soccombere. Mentre l’albero è natura allo stato puro, non è bisogno di svettare sugli altri, la sua vita è circolare, un equilibrio tra le parti. Come una famiglia.

O una band.
Quando si crea una sinergia, un’alchimia tra i componenti del gruppo si diventa come un albero. Ogni cosa che succede a un singolo, unito con gli altri diventa funzionale alla crescita del gruppo. Non c’è più un senso di competizione ma una sorta di unione. Questo può avvenire in tutti i livelli, anche nel mercato, nella musica, nella politica.

Nella canzone Lettera al prossimo però descrivete un’altra realtà: "Arrivati in orari distinti/tutti quasi convinti/di essere arrivati per primi".
È il problema della nostra generazione: c'è tanto bisogno di esternare il proprio disagio. Una delle parole più frequenti che sento dire dai miei amici o anche dai ragazzi è proprio disagio o "che ansia". I miei coetanei vivono nel posto migliore del mondo, in un nuovo Eden dove tutto funziona, dove non esiste più il dolore fisico, la fame, la sete. Però c'è ancora qualcosa che non funziona. Forse perché non ce lo siamo guadagnato, lo diamo per scontato. Oppure solo i più sensibili sanno che non tutte le persone al mondo sono fortunate quanto noi. Per questo non riusciamo a vivere appieno la nostra felicità. Senza l’inferno il paradiso non ha più seduzione.

Un cantante che parla d’ambiente deve per forza essere ecocompatibile?
Se avessimo voluto veramente essere sostenibili al 100% avremmo fatto gli eremiti in una montagna. Per questo quando abbiamo dovuto scegliere se fare i dischi o meno per evitare un impatto sull’ambiente ci siamo detti: “Vogliamo vivere in un eremo o diffondere il nostro messaggio per far sì che altri seguano il nostro esempio di volere più bene all’ambiente e vivere in modo responsabile? Anche per questo nei nostri concerti portiamo dei mega cartelloni in bianco e nero con dei grandi pennarelli, così la gente può colorare durante il concerto. Sarà un passo indietro verso la sostenibilità ma per fare la rincorsa verso il creare una comunità che creda negli stessi valori e far passare meglio il nostro messaggio.

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