Cinema
8 Aprile Apr 2019 0600 08 aprile 2019

Arancia meccanica forever: ecco perché l’ultraviolenza va ancora di moda

A vent’anni dalla morte di Stanley Kubrick, Malcolm McDowell spiega perché “Arancia Meccanica” appassiona ancora tante generazioni: “Quel dilemma, sulla libera scelta dell’uomo, è ancora attuale”

Kubrick Pangea Linkiesta
(Foto: PangeaNews)

Quando si spiega, la rappresentazione diventa ramanzina, l’opera si fa paternale. Nella fatidica articolessa sul Los Angeles Times Anthony Burgess parla di Arancia meccanica così: “La mia parabola e quella di Kubrick vogliono affermare che è preferibile un mondo di violenza assunta scientemente – scelta come atto volontario – a un mondo condizionato, programmato per essere buono o inoffensivo… Se Arancia Meccanica, così come 1984, rientra nel novero dei salutari moniti letterari – o cinematografici – contro l’indifferenza, la sensibilità morbosa e l’eccessiva fiducia nello Stato, allora quest’opera avrà qualche valore”.

Evidentemente, il problema è più ampio. Lo Stato esiste come forma coercitiva: costringe a non fare delle cose. Se uccidi chi ti sta antipatico, lo Stato, a cui è demandato il potere della sicurezza di tutti, ti punisce, ti mette in carcere. Il compito dello Stato è far sì che siano tutti buoni, che tutti convoglino la connaturata ferocia in altro ambito (i consumi, il lavoro, la sessualità). Lo Stato esiste perché non sappiamo difenderci da noi da forze travolgenti. A volte lo Stato può sopraffarci, può approfittare di noi.

L’uomo è una macchina: può diventare, sotto costrizione, muovendo qualche rotella qui e qualche valvola là, buono? E poi: essere buoni significa semplicemente non dar fastidio al prossimo? Arancia meccanica esce nel 1962 e propone, con clamore di paradosso, il problema del male, anzi, della violenza. L’uomo ha il virus del violare: se non viola la propria natura – uscire di sé, spaccarsi, rompersi, corrompersi per essere altro – violenta quella altrui. Se non ha il coraggio di ulcerare se stesso, scoprendosi, ammazza gli altri, sperando di capirsi, lì, nell’atto d’offesa.

Nel 1971 Stanley Kubrick costruisce una sceneggiatura dal romanzo di Burgess e gira il suo film più sconvolgente. Entrambe le opere – libro e film – conservano una potenza provocatoria assoluta. Arancia meccanica è ancora ‘di moda’: il rischio dell’opera è che ogni interpretazione è pertinente – o impertinente. Non si può aggiustare il tiro di un’opera che è un pugno in faccia.

Fare questo film mi ha precipitato nella storia del cinema. Ogni nuova generazione lo riscopre, non tanto per la violenza in sé, vecchia storia rispetto all’oggi, quanto per la violenza psicologica. Quel dilemma, sulla libera scelta dell’uomo, è ancora attuale

Malcolm McDowell

Quest’anno sono i 20 dalla morte di Kubrick – che ha vinto il suo unico Oscar 50 anni fa, per i ‘Migliori effetti speciali’ in 2001: Odissea nello spazio – e in UK si torna a strologare di Arancia meccanica. Sul Guardian ci torna sopra Malcolm McDowell, che ribadisce l’ovvio: “Fare questo film mi ha precipitato nella storia del cinema. Ogni nuova generazione lo riscopre, non tanto per la violenza in sé, vecchia storia rispetto all’oggi, quanto per la violenza psicologica. Quel dilemma, sulla libera scelta dell’uomo, è ancora attuale”.

McDowell, imprigionato nel ruolo di Alex, non era esattamente uno sconosciuto all’epoca. Nel 1968 aveva 25 anni e un film pazzesco all’esordio, Se… di Lindsay Anderson, che ritrae un gruppo di studenti – capeggiati dal folle Malcolm – che dai tetti di una scuola fan fuori coetanei e prof. Il film ottenne una palma a Cannes, nel 1969, attirando l’attenzione di Kubrick. “Aveva messo da parte il suo adattamento del romanzo di Burgess. Poi vide Se…, in cui, in fondo, interpreto una ennesima vittima dell’istituzione, toccò la moglie e disse, ‘Abbiamo trovato Alex’”.

Kubrick sembra stritolare Artaud: la società – costume, legge, coercizione imposta attraverso il tribunale e la scuola, un piccolo tribunale – ti suicida. O ti fa assassino. E se, al contrario, ti facesse artista, poeta?

McDowell sulla ‘cura Kubrick’: “Ho passato nove mesi con lui, prima di iniziare a girare, guardando film violenti ogni giorno. Erano film davvero orribili: campi di sterminio, corpi in cataste. Pensava di usarli come trattamento, nella sequenza in cui Alex è in terapia. Interpretando Alex, avevo in mente Laurence Olivier che fa Riccardo III – d’altronde, il Nadast parlato dai drughi è davvero shakespeariano”.

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